Tempo di lettura: 4 minuti

Presentato alla Festa del Cinema di Roma e in sala come evento speciale distribuito dalla Luky Red in questi giorni, Farhenheit 9/11 di Michael Moore è un film doloroso che non fa sconti a nessuno. Un documentario potente, un montaggio epico delle tante americhe nella nebbia della presidenza Trump e un inno di speranza che guarda alla resistenza civile come unica risposta possibile alle paure della fine.

Premio Oscar e working-class hero, documentarista di fama mondiale e cittadino di Flint nel Michigan. Quando diciamo un film di Michael Moore, tutti sappiamo di cosa stiamo parlando.

Sovrapposizione di formati differenti, alta e bassa definizione, found footage, spezzoni televisivi, scene di film, musica pop, rock, brani epici. L’inchiesta e il giornalismo d’assalto, l’attivismo e la satira, l’idealismo e il manicheismo, la lotta anti-sistema e il moralismo di matrice anglosassone.

E tutto ciò si riconferma – come non potrebbe? – in questo film che gioca sulla ricorrenza di una data storica guardata a parti inverse: 9/11 diventa 11/9. L’evento in causa, questa volta, è l’elezione di Trump davanti a un attonito parterre politico e giornalistico che fino al giorno prima ne derideva il parrucchino.

È il montaggio creativo, infatti, uno dei tratti tipici dello stile narrativo di Moore. Un montaggio che riconnette i pezzi nel tentativo di procedere a una rielaborazione della sensibilità collettiva.

I suoi film sono delle tesi sostenute da un ottimo apparato di fonti ma soprattutto da ottimi interrogativi. E anche qui, ad anticipare i titoli di testa, la question mark – la prima di una lunga serie – che suona forte e chiara, ritmata dai giusti tempi comici: «How. The fuck. Did this happen?». Si riferisce, appunto, allo stupore di fronte alle ultime presidenziali. Lui, che aveva messo in guardia il mondo sulla vittoria di Trump, a buon diritto se lo rivendica.

Sul tavolo la posta in gioco di questi giorni è il consenso degli americani che sarà messo a verifica nelle elezioni di midterm del 6 novembre prossimo.

È un film disperato questo, che mira a sollecitare il senso umano del limite. Quando avremmo dovuto dire basta? Di occasioni ce ne sono state, di ingiustizie più di una, la carta dei diritti brucia da tempo a temperature fantascientifiche.

Non risparmia nessuno Michael, nemmeno se stesso e chi sta guardando. Davanti agli occhi di tutti si dispiega la svolta reazionaria di questi tempi. E ciò che viene messo in luce è il processo di costruzione dell’orizzonte di senso che lo permette. Nessuno si salva da solo, sembra suggerire l’uomo di Flint, è ora di connettere i pezzi perché il filo sottile su cui stiamo camminando è sfilacciato e prossimo alla rottura.

Per questo Moore decide di procedere attraverso potenti zoom in, entrando dentro alcuni microcosmi che riflettono il progetto dello showman dai riccioli doro.

Torna a parlare di Flint, la città di Roger & Me (1989), ormai svuotata e buona solo come terreno di addestramento per l’esercito americano. Se allora il mirino di Moore puntava la General Motors, il suo oscuro presidente Roger Smith e i licenziamenti dei lavoratori della fabbrica, oggi si rivolge allo scandalo dell’acqua potabile e alle morti dei suoi cittadini per avvelenamento. Chiama in causa il governatore del Michigan Rick Snyder e l’intenzionale deviazione del canale idrico che attingendo ad acque inquinate col piombo ha fatto ammalare irreversibilmente adulti e bambini. E anzi, torna la General Motors, ma come unico soggetto degno di essere tutelato da queste acque corrosive. Quanto pesa la vita delle persone? Ancora una volta e ancora di più, meno della “macchina” per fare i soldi.

Il bersaglio di Moore è, infatti, il compromesso. Colpa dei democratici, di Bill Clinton che ne ha inaugurato l’appassionante stagione, ma anche di Mr. Obama – la grande delusione del regista – che usa tutto il suo savoir faire per anestetizzare lo scandalo, prestando il fianco al governatore. Si bagna le labbra nell’acqua contaminata garantendo per la salute dei cittadini che ormai sono già malati, le cui case sono già fuori dal mercato immobiliare, e che resistono soli in una lotta per la salute e la dignità.

Tornano le armi. Il massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School del 14 febbraio 2018 a Parkland. La grande manifestazione March for Our Lives organizzata dagli studenti sopravvissuti che nel marzo successive ha coinvolto l’intero paese. Il primo piano e le parole potenti di Emma González, la ragazza che ha imposto l’attivazione immediata della memoria sull’evento insieme ai suoi compagni.

Tornano i lavoratori, gli insegnanti sottopagati del West Virginia, anch’essi in movimento nel rifiuto del compromesso e per la dignità della loro posizione sociale oltre che lavorativa.

Tornano i mass media, la NBC e i processi di costruzione e anticipazione delle news che hanno contribuito al salto di Trump dal programma televisivo “The Apprentice” alla Casa Bianca. In quel suo primo comizio con tanto di pubblico pagato 50 bucks a testa aveva gridato l’inascoltabile in un gioco scabroso a suon di battute razziste. C’è ancora da chiedersi «How. The fuck. Did this happen?».

La satira sociale di Moore mira a riconsegnare giustizia alle persone, a combattere il populismo e a far riverberare le corrispondenze dall’Italia all’Ungheria fino al Brasile di oggi, sollecitando le lotte di resistenza civile.

Arriva così al montaggio definitivo col repertorio nazista, le immagini dell’incendio del Reichstag del 1933 che provocatoriamente alludono al trauma dell’11 settembre come evento chiave che nel suo film del 2004 avevamo visto alternato con le immagini di George W. Bush lettore di favole per bambini in una scuola della Florida.

Quello che l’America sta perdendo, lascia dire allo storico Timothy David Snyder, è la possibilità di diventare una democrazia. È in atto una capriola, dunque, la perdita possibile di ciò che invece è ancora solo una premessa.

È un motore potente questa arte del montaggio, un esercizio che va sollecitato senza timore. Michael Moore con Fahrenheit 11/9 rimette in moto quel rombo che non sentivamo da un po’. Non c’è bellezza in questo film ma rabbiosa disperazione.

 

Pin It on Pinterest