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Per il terzo anno di fila Non Una di Meno organizza uno sciopero femminista l’8 Marzo. E’ uno sciopero che travalica i confini della semplice astensione dal lavoro nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici o negli ospedali. Si tratta invece di uno sciopero globale, bene rappresentato dallo slogan “Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”. Ci asteniamo cioè da tutte le attività che compongono la nostra quotidianità e che rendono la vita – nostra e de* nostr* car* – possibile. Molte di queste attività si svolgono al di fuori dell’ambito cosiddetto produttivo, nella sfera della cura, del consumo, del mantenimento delle relazioni umane, sul piano simbolico e delle comunicazioni. Stiamo parlando del lavoro di riproduzione sociale, spesso non visibile e non riconosciuto come tale, quando è svolto nell’ambito privato, domestico, ma non solo. E che invece, quando entra nell’ambito del mercato, viene svalutato e sottopagato, spesso delegato a forza lavoro razzializzata e femminilizzata che si trova negli ultimi scalini della gerarchia salariale.

Con lo sciopero esercitiamo una critica a tutte le forme di violenza che le donne e i soggetti LGBTQ patiscono nel mondo del lavoro: gender gap nei salari e precarizzazione, molestie sessuali e ricatti, esclusione dai posti di responsabilità e di prestigio, penalizzazione per la maternità (1), ecc. ma che sono inscindibili dal ruolo sociale attribuito alle donne nell’ambito della riproduzione e dal sessismo imperante in tutte le sfere della società: dall’educazione alla comunicazione, dall’ambito giuridico a quello dell’autodeterminazione sul proprio corpo.

Di certo con questo sciopero vogliamo appoggiare, con tutta la forza di questo movimento, le lavoratrici che hanno delle vertenze in corso: le educatrici precarizzate e esternalizzate per esempio, oppure le donne che fanno le pulizie negli alberghi, o ancora le infermiere a cui viene negato il part time. Vogliamo però anche rendere visibile il nostro rifiuto globale di questo sistema patriarcale, capitalistico e razzista, facendo uno sciopero – almeno per un giorno – del genere e dal genere. Ossia un’azione che rende visibile la discriminazione – la violenza – di genere e che nello stesso tempo contrasta l’attribuzione ad un ruolo stereotipato di genere a cui siamo tutt* soggett*.

Questa forma di azione travalica quello a cui sono abituati i sindacati, anche quelli più combattivi – non a caso quasi esclusivamente a direzione maschile – che hanno spesso limitato il loro campo di azione all’ambito stretto del luogo di lavoro. In questo senso lo sciopero femminista globale apre nuove prospettive per la lotta di classe, ampliandone il significato, e includendo tutte le sfere di valorizzazione del capitale, inclusa quella della riproduzione sociale. Questo ampliamento del concetto di sciopero e le pratiche che ne conseguono corrispondono perfettamente alle analisi teoriche femministe che rinnovano le interpretazioni marxiste dei processi di accumulazione, a partire da un’ottica di genere ed ecologica; contributi alla riflessione teorica che vengono da entrambi i lati dell’Oceano Atlantico, dalla Social reproduction theory da una parte e dalle teoriche dell’Ecofeminismo costruttivista dall’altra. (2)

Non basta quindi uscire dal proprio posto di lavoro salariato – cosa tra l’altro sempre più difficile per le lavoratrici precarie, non sindacalizzate, con forme di contratto abusive o inesistenti – ma bisogna inventarsi altre modalità di mobilitazione. Per fortuna la fantasia non manca e le azioni delle nostre compagne in altri Paesi come Argentina, Stato spagnolo, ma anche India e Iran, sono una costante fonte di ispirazione. Si può fare lo sciopero dal sorriso e dalla femminilità funzionale al mercato o al padrone; lo sciopero a rilento; lo sciopero alla rovescia: prefigurando un’altra forma di servizio o di cura, autogestito e equamente condiviso tra i generi, che in qualche modo prefiguri il mondo che vogliamo; lo sciopero dei consumi e ecologico,…(vedi le vignette prodotte sulla pagina facebook di Non una di meno riguardanti le pratiche dello sciopero).

Pur non ottenendo l’adesione dei sindacati confederali maggioritari, Non Una di Meno ha raggiunto quest’anno, più che negli anni passati, delegate sindacali dei vari sindacati di base che appoggiano lo sciopero, organizzando assemblee in alcuni posti di lavoro o incontri nelle sedi sindacali. Uno specifico appello è andato alle realtà sindacali e un altro al mondo della formazione (scuole, università e istituti vari) dove si punta a rovesciare la didattica nella sua forma gerarchica, neocoloniale e sessista, oltreché astenersi dal lavoro.

Questa maggiore attenzione è data dal fatto che l’assemblea nazionale di Non Non Una di Meno si è maggiormente consolidata e espansa – esistono ormai assemblee in una settantina di città italiane – ma anche da un suo maggiore riconoscimento da parte di un ampio pubblico. Dal giorno seguente la massiccia manifestazione del 25 novembre a Roma, una di meno si è dichiarata in stato di agitazione permanente, riempendo il calendario da dicembre a marzo con azioni di disturbo, nei (social) media come nelle piazze.

D’altronde il contesto politico non ammette tregua. A un anno dalle elezioni, il governo giallo-verde, composto da Lega e Movimento Cinque Stelle, si è collocato sempre più decisamente a destra; con punte di misoginia, omofobia, razzismo e xenofobia degno delle peggiori forze reazionarie di questo continente. Il M5S, che si dichiarava anti-sistemico, innovatore e ecologista, ha avallato le peggiori proposte della Lega, che accresce la sua popolarità giocando la carta della difesa del popolo italiano (contro tutti i “nemici esterni” dall’Europa a* rifugiat*) e dei “valori tradizionali della famiglia italiana” contro i difensori (donne, uomini, LGBTQ) della cosiddetta “teoria del genere” e contro le femministe che sovvertono la base della nostra convivenza.

Nelle città dove la Lega governa è un susseguirsi di dichiarazioni “pro vita” che cercano di sabotare la Legge 194 sull’aborto. Il Ministro della Famiglia Fontana, dichiaratamente antiabortista e contrario ai matrimoni gay, e il senatore Pillon, presentatore del ddl sul divorzio che penalizza le donne, sono i capofila di questo attacco, che trova il solido appoggio della destra cattolica, presente in Vaticano e non.
La Legge 132/18, voluta fortemente dal Ministro degli Interni Salvini, che mescola “sicurezza” e immigrazione, è l’altra faccia della stessa medaglia liberticida. Essa taglia ulteriormente le possibilità di entrare legalmente in Italia e espelle gran parte de* richiedenti asilo dal sistema – già precario – di accoglienza, aumentando l’esercito di clandestin* in preda al caporalato e all’economia sommersa. Inoltre inasprisce le pene contro tutte le forme di protesta dei movimenti sociali “disobbedienti”.

Per N1DM la lotta è ad ampio spettro e le tematiche sono del tutto interconnesse. Di fronte alla diffidenza della popolazione, e in particolar modo de* giovani, riguardante le forme tradizionali di organizzazione – politiche, sindacali, associative – si propone come alveo in cui possono confluire tutt* coloro che si oppongono alle politiche razziste, sessiste, predatorie della forza lavoro e dell’ambiente.
Con forme di organizzazione più fluide e decentrate, cercando di praticare l’orizzontalità e il consenso come metodo di decisione.

Tre anni di mobilitazione possono bastare per affermare che non si tratta più della solita fiammata effimera di rabbia delle donne contro questo o quell’altro provvedimento dei governi di turno, ma che è nata una nuova soggettività femminista globale che intende resistere e capovolgere il mondo perché diventi un luogo vivibile e sostenibile per tutt*.

Non Una di Meno! (3)

* Gioco di parole su l’otto (8) e io lotto (lottare)

(1) In Italia 1 lavoratrice su 4 lascia il posto di lavoro dopo la nascita del* prim* figli* per mancanza di servizi per l’infanzia, salario insufficiente e rappresaglie sul lavoro. Questo dato raddoppia con il/la secondo/a figlio/a.
Inoltre l’attuale governo ha tolto la tutela per le lavoratrici incinte che ormai hanno la “libertà” di lavorare fino all’ultimo giorno di gravidanza.
(2) scusandomi per l’omissione di eventuali altri apporti teorici venendo da altre parti del mondo e che non conosco.
(3) visitate il sito: www.nonunadimeno.wordpress.com

 

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