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L’Argentina si prepara allo sciopero femminista globale dell’8 marzo: con le voci delle lavoratrici delle economie popolari, delle migranti e delle esperienze di base, raccontiamo come ci si prepara a scioperare nelle case, nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle piazze di tutto il paese.

Anche a Buenos Aires ci prepariamo per il terzo sciopero femminista globale, dove si tesse un nuovo internazionalismo, come sostiene Veronica Gago. Sarà una giornata che vedrà la confluenza di molteplici lotte contro il patriarcato a livello internazionale e in migliaia e migliaia siamo pronte a scendere in piazza ancora una volta, in una data storicamente dedicata alla commemorazione di un passato di lotte e rivendicazioni contro discriminazioni, tuttora ancora vigenti.

Questa volta ci mobiliteremo, e ci mostreremo al mondo nuovamente, contro il progetto storico del patriarcato e il mandato che permea le relazioni sociali per sottomettere i nostri corpi, contro chi vorrebbe pacificare i nostri corpi con l’obiettivo di depoliticizzare la nostra lotta, per renderci docili e silenziose.

In primo luogo, ci mobilitiamo perché riconosciamo che la questione di genere è la pietra angolare della trasformazione dell’ordine sociale capitalista, come dimostrano le reazioni violente che giorno dopo giorno si dispiegano contro di noi.

È in questo senso che operano i discorsi moralisti delle istituzioni religiose e dei governi ultra conservatori di tutta l’America Latina, che creano allarme sociale per una presunta “ideologia di genere”, in realtà per screditare e stigmatizzare le potenzialità dell’organizzazione collettiva delle donne. Di fronte al mandato patriarcale che aspira ad immobilizzarci, controllare i nostri corpi e parlare in nostro nome, ci organizziamo per mobilitarci l8 marzo in massa in tutto il mondo.

In Argentina torneremo a riempire le strade come lo scorso anno, quando le abbiamo dipinte di verde esigendo la depenalizzazione e la legalizzazione dell’aborto, facendo tremare le piazze e le pareti dei recinti istituzionali dove risiede e si riproduce il potere patriarcale; così come abbiamo scioperato e ci siamo mobilitate in centinaia di migliaia lo scorso 8 marzo, anche quest’anno siamo pronte a dare inizio ad un anno di lotta con lo sciopero femminista.

Fin da inizio febbraio, centinaia e centinaia di donne appartenenti a decine di organizzazioni, si sono incontrate nell’assemblea femminista convocata dal collettivo Ni Una Menos nello spazio autogestito della Mutual Sentimiento, da dove è stato lanciato il terzo sciopero delle donne, o meglio il terzo sciopero internazionale di donne, lesbiche, travestiti e trans.

I preparativi sono stati accompagnati da assemblee nei diversi territori, nei quartieri, nei sindacati, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle carceri, nelle villas. Intanto ieri è cominciata l’Acampada Femminista di fronte al Congresso.

Per tre giorni, fino all’8 marzo, in pieno centro a Buenos Aires, in centinaia di studentesse, docenti, lavoratrici, disoccupate, lavoratrici dell’economia popolare, attiviste, migranti, indigene, sindacaliste, trans, travestiti e molte altre ci riuniamo per discutere, ballare, scambiare riflessioni e costruire solidarietà, comunità, affetto e fiducia, preparando lo sciopero e la mobilitazione di questo venerdì.

«Come lavoratrici delle economie popolari, ci stiamo preparando ormai da un mese per questo 8 marzo, con assemblee in tutti i territori», racconta Maisa, della Segreteria della Donna e della Dissidenza del sindacato dell’economia popolare CTEP.

Maisa racconta che “le esperienze delle donne delle villas 31, 1.11.14, 21.24 e Villa Lugano sono state parte di questo processo. E in tutti i territori noi sciopereremo, nelle nostre case e nelle nostre comunità, per prendere parte a questa grande mobilitazione che fermerà il mondo per costruire un altro modello di civiltà”.

Nelle organizzazioni popolari la preoccupazione principale riguarda l’avanzata delle politiche neoliberali del governo Macri. I tagli, gli aumenti delle tariffe dei servizi e dei trasporti, l’indebitamento, le riforme del lavoro profondamente regressive e le politiche che portano all’espulsione dei settori impoveriti e all’aumento dello sfruttamento, colpiscono in particolar modo le donne.

Al tempo stesso, si mantiene alta l’attenzione per il livello allarmante di femminicidi, dato che in questi primi mesi del 2019, secondo la ONG Mulala, sono già 45 nel paese. In questo senso, ricompare continuamente nelle discussioni preparatorie l’importanza di creare strategie di autodifesa di fronte all’aumento delle violenze.

Continua Maisa: «Come donne della CTEP ci assumiamo la responsabilità di lottare per costruire strumenti politici capaci di affrontare seriamente la lotta per eliminare la violenza dai nostri territori. Non sopportiamo più di essere semplici testimoni delle violenze che colpiscono le nostre compagne, sostenerle in silenzio ed accompagnarle a fare la denuncia di fronte all’inerzia dello Stato che interviene solo per stigmatizzare e reprimere».

Segnala inoltre come il lavoro che l’organizzazione dell’economia popolare sta portando avanti si pone l’obiettivo di costruire interventi situati, per rendere visibile l’importanza economica, politica e comunitaria delle attività delle donne dei settori popolari. In questo senso, costruire potere popolare significa portare avanti processi di lotta concreti che risolvano specifiche situazioni di violenza nei contesti che le donne vivono ogni giorno.

In sintonia con questa prospettiva, è stata lanciata per questo venerdì la Carovana Femminista 8M-ATR, dove la sigla sta per Autonomia, territorio e rivolta, che coinvolge diverse organizzazioni femministe.

Tra queste esperienze Yo No Fui, organizzazione sociale che lavora con progetti artistici e produttivi nelle carceri femminili di Buenos Aires, e con le donne ex detenute che recuperano la libertà. Ma anche No Tan Distintas, che lavora con donne in condizioni di vulnerabilità che vivono per strada. Altri collettivi femministi parteciperanno a questa carovana, che attraverserà diversi quartieri dell’area metropolitana e della capitale, portando nei territori proposte di autodifesa e mutuo sostegno collettivo per creare processi di autonomia «dei nostri corpi, desideri, lavori ed economie».

La Carovana Femminista comincerà il proprio percorso dalla stazione Dario e Maxi (intitolata ai due giovani militanti piqueteros uccisi dalla polizia nell’atrio della stazione nel 2002, ndr) di Avellaneda, luogo simbolo delle lotte piquetere e dei movimenti sociali popolari in Argentina, per poi confluire nella grande manifestazione che arriverà fino a Plaza de Mayo.

«Autonomia significa poter narrare le nostre vite a partire dalle nostre parole, produrre noi stesse il nostro immaginario. Non lo farà nessuno al nostro posto. Ci autogestiamo e ci sosteniamo a vicenda, collettivamente» – scrivono nel documento che convoca la mobilitazione.

Maba fa parte del collettivo Las Comarqueñas, una delle realtà che parteciperanno alla Carovana. Così ci racconta le ragioni che hanno portato questa esperienza comunitaria a lanciare questa iniziativa: «Siamo un gruppo di donne e compagne che veniamo da diverse esperienze di militanza, adesso stiamo costruendo uno spazio di vita comunitaria, vivendo questa nuova l’esperienza, conoscendoci tra noi, militando in diversi spazi e con diverse esperienze alle spalle».

Continua raccontando le sfide dell’esperienza: «Stiamo riflettendo sull’autonomia, sulle relazioni e sui nostri affetti: ci siamo organizzate come collettivo per poterci sentire parte del movimento femminista più ampio, partendo dalla nostra esperienza quotidiana, la Comarca, dove la convivenza con compagni uomini ci porta a immaginare insieme i percorsi collettivi della vita comunitaria che stiamo costruendo».

Risuona la stessa sensibilità nelle parole di Liz, anch’essa del collettivo Las Comarqueñas. Liz sostiene che questa esperienza intende riflettere sulla relazione tra femminismo e vita quotidiana: «in questo senso, stiamo costruendo articolazioni con organizzazioni che condividono la nostra stessa prospettiva, sviluppando critiche capaci di sfidare il femminismo più rappresentativo, piuttosto che quello legato alle Ong».

«Vogliamo costruire una voce propria a partire dalle nostre esperienze», aggiunge Maba, «e inoltre stiamo riflettendo anche su come sia possibile pensare la questione del potere in modo differente dalle modalità che riproducono la vittimizzazione delle donne» conclude.

Nelle strade per la manifestazione ci saranno anche le donne migranti provenienti da diversi paesi latinoamericani, con il percorso di Ni Una Migrante Menos, che aderisce allo sciopero portando in piazze le rivendicazioni migranti contro le espulsioni e le politiche razziste e xenofobe del governo Macri.

«Il nostro sciopero femminista supera le frontiere: proveniamo tutte da paesi differenti, e la nostra esperienza ci mostra che il capitalismo e il patriarcato non hanno frontiere. La nostra risposta è questa: il femminismo non ha frontiere, e noi le attraversiamo con i nostri corpi».

Con il pañuelo fuxia, le migranti avanzano tessendo nuove connessioni, rivendicando libertà di movimento ed opponendosi al razzismo si Stato funzionale allo sfruttamento capitalista. Mentre preparano la mobilitazione, cantano un coro che si ripete spesso nei cortei migranti: «Siamo unite, rompiamo le frontiere, l’America è nostra, non del capitale».

Si preparano allo sciopero anche diverse organizzazioni di donne afro, che annunciano: «scioperiamo contro il razzismo, la discriminazione contro le donne afro argentine, afro discendenti e africane residenti in questo paese». Con questo messaggio, puntano a smontare quei miti razzisti e coloniali che hanno fondato la nazione Argentina, secondo cui non vi sono persone afro che abitano il territorio nazionale.

E concludono: «Esigiamo giustizia per tutte le vittime di femminicidio, travesticidio e crimini di Stato in tutta la regione, ricordiamo particolarmente la nostra compagna e consigliera di Rio de Janeiro, Marielle Franco, assassinata un anno fa in Brasile, perché negra, lesbica e favelada».

Molte di queste rivendicazioni sono condivise dalle donne indigene organizzate nel “Movimento di donne indigene per il Buen Vivir”: così scrivono lanciando la partecipazione alla manifestazione dell’8 marzo: «i nostri corpi razzializzati scioperano contro il genocidio, il patriarcato, il razzismo, noi siamo soggette politiche, così come ci insegna la nostra cosmogonia» e per questo lanciamo lo spezzone di donne “negre, indigene, razzializzate e dissidenti”.

Attraverso queste ampie reti, con risonanze locali ed internazionali, si continuano a tessere le trame e le alleanze che costruiscono lo sciopero internazionale in ogni casa, in ogni quartiere, nelle strade e le piazze di ogni città, nei territori rurali, nelle fabbriche, nelle università, componendo nuove relazioni, narrazioni, forme di lotta.

Sono questi nuovi tipi di resistenza che sfidano le forme tradizionali del fare politica, generando processi che senza alcun dubbio sconfinano da questo nuovo 8 marzo che, nonostante riveli una grande capacità dinamica e trasversalità, non è sufficiente come data sul calendario per contenere la nostra potenza, perché in questo processo si stanno costruendo reti desideranti, nuovi incontri, capaci di agire in diversi scenari attraverso una pluralità di voci che possiamo ritrovare nella diversità di immagini, canti, comunicati e convocazioni di piazze che anticipano il primo sciopero delle donne di questo 2019.

 

*L’autrice è redattrice della Rivista Femminista Amazonas.

 

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