1. Era nell’aria ed arrivato: concentrico, condotto dai cosiddetti partner sociali e dalle stesse forze che avevano sostenuto sia la RFFA che il progetto PV2020.

Alludiamo ai due progetti presentati negli scorsi giorni e che vogliono “riformare” i due pilastri del sistema pensionistico svizzero: il primo pilastro (l’AVS) e il secondo (la Legge sulla Previdenza Professionale – LPP). Questa simultaneità nella presentazione dei due progetti è la presa d’atto di un sistema (foggiato una quarantina di anni fa con il concorso dei partiti nazionali di governo e delle direzioni sindacali) che, in alcune sue componenti fondamentali (pensiamo al secondo pilastro), non è ormai lontano dall’implosione.

Non sorprende quindi che a proporre queste “riforme” siano esponenti di punta di quelle stesse forze che ci hanno portato alla difficile situazione per gli attuali e i futuri pensionati: il progetto sulla riforma della LPP è stato infatti presentato dalle direzioni sindacali e padronali, capitanate dal già candidato al consiglio federale PSS Pierre-Yves Maillard (riciclatosi alla testa dell’USS dopo il lungo periodo in Consiglio di Stato nel canton Vaud); quello sull’AVS dal governo per bocca del consigliere federale PSS Berset (a suo tempo preferito proprio a Maillard…). Queste stesse forze, unitamente ai partiti borghesi, erano state decisive una quarantina d’anni fa per far passare il sistema dei tre pilastri, a scapito di un sistema di pensioni popolari fondato sullo sviluppo dell’AVS. La difficile e problematica situazione nella quale ci troviamo è il risultato di quel sistema ormai giunto a maturazione.

2. Per quel che riguarda l’AVS, tutto come da copione, come avevamo denunciato durante la campagna contro la RFFA. Il governo propone di aumentare l’età AVS per le donne da 64 a 65 anni e di aumentare l’IVA dello 0.7%. È significativo che, proprio a pochi giorni, dal più grande sciopero delle donne della storia di questo paese, sciopero incentrato – tra l’altro – sul tema della parità, il governo, in più per bocca di un ministro “socialista” non trovi di meglio che proporre quella che, da sempre, viene indicata come la parità al contrario, cioè quella parità che per le donne rappresenta un peggioramento e non un progresso di qualsiasi tipo. Semplicemente vergognoso!

Per il resto val la pena ripetere come l’IVA sia una tassa che va a colpire soprattutto i consumi dei salari più modesti e quindi rappresenti un modo di finanziamento assolutamente contraddittorio (poiché non solidale) con quella che vuole essere l’impostazione dell’AVS. Inutile aggiungere che l’aumento dell’IVA inciderà anche sul salario disponibile di pensionati e salariati.
Va infine sottolineato come, tra tutte le misure previste da questa riforma, nessuna, ma proprio nessuna migliorerà anche di un solo centesimo la difficile situazione nella quale si trovano oggi molti pensionati.

3. Per quel che riguarda il secondo pilastro, la proposta dei cosiddetti partner sociali penalizza fortemente i salariati ed avvantaggia in modo determinante i datori di lavoro.

Rientrano in questo ambito prima di tutto la diminuzione dall’attuale 6,8% al 6% del tasso di conversione. Si tratta di una diminuzione delle rendite del 12%. Una misura, val la pena forse ricordarlo, già respinta a più riprese in votazione popolare. A questa misura si aggiungono anche le altre misure che vengono presentate come tali da favorire i bassi redditi, i lavoratori e le lavoratrici a tempo parziale o, ancora, i lavoratori e le lavoratrici più anziani/e.

Pensiamo in particolare alle nuove percentuali degli accrediti di vecchiaia che da tre vengono ridotte a due, diminuendo di fatto a partire dai 35 anni di età. Questo significa, visto che le pensioni altro non sono che salario (salario differito viene chiamato in termini tecnici) una diminuzione del salario versato ai dipendenti a vantaggio dei datori di lavoro. Che questo poi possa favorire l’occupazione (poiché meno onerosa per i datori di lavoro) è tutto da dimostrare e la diminuzione certa di questo costo salariale non rappresenterà un motivo giuridicamente valido per opporsi ad eventuali licenziamenti.

Pure polvere negli occhi la cosiddetta rendita transitoria (di 200 franchi mensili, 2’400 franchi annuali) per i primi 5 anni (poi ridotta a 150 franchi mensili, 1’800 franchi annui per i successivi 5 anni e per i 5 anni successivi a 100 franchi mensili, cioè 1’200 franchi annuali) finanziata con un prelievo dello 0,5% sui salari (lo 0,25% a carico dei datori di lavoro).

Anche in materia di finanziamento di questa rendita transitoria, va ricordato come un aggravio dello 0.25% per il padronato è poca cosa di fronte alla diminuzione delle aliquote per gli accrediti di vecchiaia (che diminuiscono dai 35 anni in avanti).

4. Alla luce di queste prime considerazioni, appare chiaro l’obiettivo padronale e delle direzioni sindacali, nonché del consiglio federale: mettere delle pezze ad un sistema pensionistico ormai divenuto inefficace, sia dal punto di vista del suo funzionamento che della sua capacità di offrire rendite adeguate oggi e in futuro, scaricandone i costi sui salariati, in particolare diminuendone fortemente le prestazioni.

Il padronato si troverà fortemente sgravato dagli oneri pensionistici che altro non sono, val la pena ricordarlo, salario. In altre parole si tratta di una riforma che redistribuisce a favore del capitale e a sfavore del salario. Esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare se si volesse sul serio rafforzare il sistema pensionistico: redistribuire ricchezza a favore del lavoro e non del capitale.

Per tutte queste ragioni l’MPS, così come aveva già fatto negli ultimi due anni su PV2020 e sulla RFFA, si mobiliterà, contro questi due progetti a tutti i livelli.

 

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