Prima dell’estate abbiamo discusso in questa aula della questione della nuova griglia oraria per gli studi liceali. Una riforma che ha visto il DECS agire, come sua tradizione, ignorando le istanze che venivano proprio dal mondo della scuola. In effetti il Dipartimento ha proposto e imposto ai docenti liceali un cambiamento radicale dell’organizzazione degli studi superiori negando di fatto la possibilità ai docenti di esprimersi in merito. Quella che il Dipartimento ha chiamato consultazione si è tenuta nei mesi di maggio giugno e ha coinvolto unicamente i gruppi di materia e non i docenti nelle varie sedi e non è un caso che gli stessi docenti, attraverso le loro organizzazioni, abbiano criticato il modo di agire del Dipartimento. Persino i direttori delle SMS hanno proposto modifiche per cercare di “mettere una pezza” a un progetto raffazzonato: e anche se quelle modifiche verranno accettate non cambierà né la sostanza del progetto, né le critiche al modo di agire del DECS.

Ma la questione della riforma dei licei è emblematica anche sotto un altro aspetto. La sostanza di questa stessa riforma porterà ad un rafforzamento dei curriculi scientifici a scapito dell’insegnamento delle materie umanistiche (e in particolare dell’italiano: le competenze linguistiche degli studenti nella lingua madre appaiono sempre più in declino – e non veniteci a servire l’ennesima pietanza PISA). Abbiamo così una scuola che diventa sempre più una fabbrica di nuovi lavoratori e lavoratici adatti e adattabili alle esigenze del mercato del lavoro e non un luogo dove creare e costruire cittadini e cittadine dotate di spirito critico, dove promuovere socializzazione e inclusione sociale.

Anche qui nulla di nuovo, la visione che permea la politica scolastica va dritta in quella direzione, il sapere per competenze la differenziazione pedagogica e la scuola inclusiva cosi come concepite non sono altro che un modo per perpetuare le differenze sociali e costruire i futuri lavoratori e lavoratrici di domani che dovranno essere in grado di inserirsi in un mercato del lavoro flessibile e precario. Una scuola insomma al servizio del mercato del lavoro e non degli allievi e delle allieve.

E che dire delle condizioni di lavoro degli insegnanti e di tutte quelle figure (docenti di appoggio, di sostegno operatrici per l’integrazione, ecc.) che in questi anni sono state create per cercare di fronteggiare i bisogni sociali crescenti di cui la scuola deve farsi carico? Sempre di più si tratta di personale costretta a correre da una sede all’altra per poter racimolare un tempo di lavoro che gli permetta di sopravvivere, che ha subito negli anni una stagnazione dei salari se non una diminuzione che si trova costretto a lavorare in classi numerose e in condizioni strutturali non sempre adeguate.

Sembrerebbe che tra il corpo docenti delle nostre scuole il malcontento sia importante e evidente e di certo le nuove misure previste dalla cosiddetta riforma fiscale con contro partire in campo sociale e formativo non solo non rappresentano una reale soluzione, ma non fanno altro che servire in piatti di portata diversa parte del menu della scuola che verrà. Ad esempio nelle proposte del messaggio presentato nei giorni scorsi il finanziamento del docente di appoggio nelle scuole dell’infanzia e elementari rappresenta la stessa somma (praticamente la metà) di quanto si pensava di stanziare complessivamente con la scuola che verrà. Ma al di là di questo si tratta nei fatti di piccoli cerotti che sicuramente non andranno a modificare nella sostanza le condizioni di lavoro del corpo insegnante e non avranno un impatto importante sulla qualità della scuola; per di più rientrano nell’affermazione definitiva di quel concetto che qualsiasi cambiamento in ambito sociale e formativo (indipendentemente dall’impatto che esso avrà) deve pagare pegno con la concessione di importanti sgravi fiscali. Una logica classista, visto che gli sgravi fiscali sono appannaggio di chi possiede e guadagna molto, di chi consegue profitti e può contare su patrimoni. Come dire che per dare qualcosina a chi ha poco si deve dare tanto a chi ha già tanto. Una strana concezione delle riforme sociali, che di fatto rafforzano le differenze sociali e, nella loro logica di medio-lungo periodo, mettono persino in discussione i piccoli progressi che vengono annunciati in pompa magna come grandi riforme (addirittura “epocali”)

Rimanendo in ambito scolastico merita di essere menzionata anche la questione dell’integrazione dei bambini migranti. Siamo a conoscenza di situazioni nelle quali questi bambini vengono sottoposti a test per misurarne l’intelligenza e le capacità scolastiche che non tengono conto della loro provenienza, si tratta di test saturati culturalmente ossia costruiti su popolazione occidentale e quindi inappropriati per chi non nasce e cresce in un contesto occidentale e che per di più vengono somministrati in italiano. Ci sono moltissimi studi che confermano che sottoporre dei test saturati culturalmente a bambini migranti è una forma di maltrattamento istituzionale che preclude loro una reale integrazione nel paese di accoglienza e fragilizza ulteriormente il sistema familiare con conseguentemente costi sulla salute e sulle spese sociali. Ma la scuola ticinese non sembra essersene ancora accorta.

Anche la proposta di costruire percorsi scolastici differenziati per i bambini migranti residenti nei centri di accoglienza sembra cozzare con l’idea che la scuola possa e debba essere uno dei principali canali di socializzazione e integrazione. E porta invece in se il rischio di ghettizzazione di questi ragazzi che già hanno vissuto esperienze traumatiche. Anche qui il bilancio è tutt’altro che positivo.

Ma quando parliamo di scuola non possiamo dimenticare la questione della formazione professionale.

Un settore questo che meriterebbe un dibattito approfondito e serio che tocchi sia la questione delle condizioni di lavoro e di salario degli apprendisti sia la politica dell’orientamento professionale e dell’inserimento a tutti i costi.

Da anni ormai sentiamo il dipartimento vantarsi per il fatto che tutti i giovani che si apprestano a svolgere un apprendistato abbiano trovato un posto; nessuno però dice che questo dato è frutto di una sorta di politica che mira a piazzare tutti a tutti i costi senza preoccuparsi di sapere se la scelta effettuata sia idonea e confacente con la volontà e l’interesse del ragazzo o la ragazza. Che da questo punto di vista ci sia un problema lo dimostra l’elevato tasso di abbandono dell’apprendistato e di rescissione dei contratti nel prima anno di formazione.

Un altro problema riguarda poi la questione della segregazione di genere; in questi anni, malgrado tutte le campagne per promuovere i mestieri maschili tra le ragazze e viceversa, nessun passo avanti è stato fatto in questa direzione e la scelta delle professioni è ancora fortemente marcata dall’appartenenza di genere, una differenza che comporta la segregazione delle ragazze in pochi settori che sono anche quelli meno pagati e che danno accesso a posti di lavoro meno qualificati. Anche qui, quasi insensibili alle grandi mobilitazioni sociali come lo sciopero delle donne, non si vedono segni concreti di un reale e radicale ravvedimento che, perlomeno, cerchi di porre degli argini a questa situazione che si prolunga ormai da decenni.

Da ultimo è bene ricordare il costante aumento di quella fascia di ragazzi e ragazze che non ottengono la licenza di scuola media o che pur avendo terminato la scolarizzazione dell’obbligo non hanno una collocazione. Si tratta di un numero imprecisato di giovani (fino a ora il Dipartimento non ha mai voluto chinarsi seriamente sulla questione negando di fatto il problema) che rischiano di rimanere ai margini della società e di cui quasi nessuno si prende carico. Giovani che non riescono a costruirsi un percorso di formazione e professionale e che andranno quasi inevitabilmente a pesare sulla spesa sociale. Anche qui vi è qualche piccolo segnale, ma si tratta del classico pannicello caldo di fronte ad una situazione che comincia ad avere una dimensione sociale ampia e preoccupante.

Sono queste che abbiamo indicato alcune delle ragioni che ci spingono a non approvare il consultivo del DECS, caratterizzato da una politica di assoluta continuità, nelle scelte di fondo, con i decenni di gestione liberale (e, forse, con un peggioramento del rapporto con chi nella scuola lavora: e malgrado il nuovo capo porti una casacca “socialista”); continueremo a sostenere docenti, allievi e genitori che si battono per una scuola di tutti e tutte e per tutti e tutte.

Di Angelica Lepori per l’mps

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