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A fine giugno, Miguel Diaz-Canel, il presidente cubano, ha annunciato a sorpresa massicci aumenti salariali per il milione e mezzo di pubblici dipendenti che conta il paese.

L’altro ieri, lo stesso Diaz-Canel ha messo in guardia la popolazione contro eventuali gravissimi problemi di approvvigionamento energetico con conseguenze notevoli in materia di erogazione di elettricità e di trasporto delle merci.

Combinati, aumenti salariali e scarsità, potrebbero costituire cocktail esplosivo.

Salari aumentati contro penuria di manodopera

E’ la penuria di manodopera che ha deciso Raul Castro e Miguel Diaz-Canel a distanziarsi dall’oramai ex-ministro dell’economia Marino Murillo per il quale solo l’aumento della produttività del lavoro poteva autorizzare aumenti salariali.

L’incremento del salario minimo da 634 a 1056 CUP al mese – cioè da 26 a 43,35 dollari-, il raddoppio delle paghe dei maestri delle elementari, e la moltiplicazione per tre di quelle dei medici, hanno già avuto un effetto: più di ottomila insegnanti son tornati in classe (1).

La logica potrebbe essere la stessa per migliaia di medici, di ingegneri, di lavoratori qualificati che avevano disertato il pubblico impiego per esercitare professioni più lucrative -autista, cuoco, tassista, guida…- nell’ambito del settore turistico (2).

Il problema è aggravato dal fatto che, da quando i Cubani sono autorizzati a ricevere soldi dall’estero, una parte importante della popolazione – stime ufficiose parlano di più di un Cubano su due – vive di quanto mandano i parenti emigrati.

Come mi diceva un ragazzo a Santiago, “ma perché mai cercare un impiego per 26 dollari quando lo zio che sta nel New Jersey me ne manda 50 al mese?”.

La domanda cresce, i prezzi pure

L’improvviso incremento del potere d’acquisto di quel terzo dei salariati cubani rappresentato dai pubblici dipendenti, provoca, è ovvio, un aumento della domanda che, in un primo tempo le autorità hanno cercato di soddisfare garantendo l’approvvigionamento dei negozi in beni di prima necessità, in larga parte importati, e difficilmente reperibili ormai da più di un anno.

Non è però da escludere che già a corto e medio termine non si riproduca la rarefazione delle mercanzie dando il via ad una logica inflazionista che consumerebbe – e forse più – gli aumenti li ha avuti e provocherebbe un’ulteriore pauperizzazione di chi gli aumenti di salario se li sogna.

Inoltre, la decisione concernente i pubblici dipendenti accentua le frizioni e tensioni tra le autorità ed il settore chiave della distribuzione e del trasporto, un settore che impiega 600’000 persone che non beneficeranno di nessun aumento.

La crisi energetica complica il tutto

Il rischio di inflazione è accentuato dalla crisi energetica che attraversa attualmente il paese e che rende difficile l’approvvigionamento dei negozi.

Dall’inizio dell’anno, gli apagones, cioè le interruzioni di erogazione di energia elettrica, si susseguono ed è solo recentemente che Diaz-Canel ne ha pubblicamente ammesso l’esistenza, minimizzandone però frequenza e durata.

Durante l’estate, fatta eccezione della regione dell’Avana e dei quartieri dei ministeri e delle rappresentanze diplomatiche, le interruzioni di corrente di più ore sono state quasi quotidiane.

Prodotta nella misura del 95% grazie al petrolio, l’elettricità manca malgrado il progetto di Revolucion energetica del 2005 che prevedeva la sostituzione massiccia dei vecchi elettrodomestici sovietici, particolarmente energivori, il miglioramento della rete e la costruzione di decine di generatori.

Di un costo preventivato a più di sei miliardi di dollari, Revolucion energetica dispone per il momento di meno di due miliardi, il che rende difficile la realizzazione del progetto di raddoppiare entro il 2030 la produzione autoctona di energia elettrica.

La crisi energetica è accentuata da un lato dall’irrigidimento dell’amministrazione Trump in materia di commercio con Cuba e, dall’altro, dalla drastica diminuzione delle importazioni di petrolio.

A titolo di esempio, nel 2012, Cuba importava dal Venezuela 105’000 barili al giorno; nel 2017 i barili importati si erano ridotti a 55’000 e nel marzo di quest’anno l’importazione quotidiana stagnava a 47’000 barili al giorno.

Così, se nove anni or sono le importazioni di petrolio venezuelano coprivano più del 98% dei bisogni cubani, nel 2017 non ne coprivano più che il 79,4%. Durante lo stesso periodo, gli acquisti di greggio all’estero fatti dai cubani sono stati ridotti dei due terzi.

E, come ammesso dallo stesso Diaz-Canel l’altro giorno, in settembre nessun tank è entrato nel porto dell’Avana. Evidente che, in tali condizioni, l’approvvigionamento dei negozi e le condizioni di refrigerazione siano condannati. E che la speculazione sia all’ordine del giorno…

Esiste quindi un substrato favorevole ad una generalizzazione del malcontento e delle tensioni che gli imperativi di finanziamento degli aumenti salariali complicano particolarmente.

Ma chi è che paga?

Infatti, il finanziamento degli aumenti salariali dovrebbe costare, per quel che resta del 2019, circa 7,7 miliardi di pesos cubani, i CUP, mentre gli introiti fiscali preventivati per quest’anno dovrebbero essere dell’ordine dei 60 miliardi.

Così, il solo finanziamento degli aumenti salariali per il resto di quest’anno verrebbe a rappresentare più del 12% degli introiti fiscali relativi a tutto il 2019. Si tratta di una porzione colossale che il paese difficilmente potrà assumere visto che la crescita del PIL nel 2018 è stata dell’1,2%, invece del 7% pronosticato, e dovrebbe essere dello 0,5% quest’anno.

Sarà molto probabilmente ad una accentuata pressione fiscale sul settore privato, quello sviluppatosi durante l’ultimo ventennio attorno al turismo, che il governo farà ricorso per trovare nuove fonti di finanziamento.

Con il rischio però che quello strato sociale -un ceto cristallizzato di affittacamere-esercenti-taxi-e-servizi-vari- si distanzi ancor più dal regime già accusato di voler “salassare l’iniziativa individuale”.

Lo spettro del periodo speciale

A più riprese, sia Diaz-Canel che Raul Castro si sono voluti rassicuranti. Secondo loro, le attuali difficoltà sarebbero “puramente congiunturali”, ciò che renderebbe assurdo il paragone con il periodo speciale, quello seguito alla fine dell’URSS e degli aiuti economici a Cuba.

È un paragone però che la popolazione fa volentieri ricordando quel periodo durante il quale, come oggi, tanti beni di prima necessità – l’olio, la farina, …- erano diventati introvabili mentre le interruzioni di corrente elettrica erano quotidiane.

Anche se la prudenza si impone in termini di analogie storiche, non è da escludere che lo spettro del periodo speciale s’aggiri anche nelle alte sfere del Partito comunista cubano e dell’apparato statale.

Anzi, potrebbe essere un vero incubo, nella misura in cui il periodo speciale era sfociato, nel 1994, nella maggiore crisi politica dal 1959, con un’esplosione di massa e decine di migliaia di giovani nelle piazze.

Senza il coraggio né il carisma di Fidel

Allora, furono il coraggio ed il carisma di Fidel, sceso in strada a dialogare direttamente con i manifestanti, che permisero di calmare il gioco e furono il preludio di una serie di aperture sul piano istituzionale (3).

Oggi, con una popolazione, in particolare i giovani, largamente spoliticizzata, con l’accentuarsi delle disuguaglianze tra “cubanos que van a piè” – cioè quelli che tirano a campare – e nuovi ricchi, con la presenza sempre più importante sull’isola delle sette presbiteriane nord-americane (4), calmare il gioco rischia d’essere ben più difficile.

Soprattutto nel momento in cui il regime imbocca la strada di una restaurazione sotto controllo del capitalismo (5).

Note:

1. In certi casi, sono DVD e paleontologiche cassette VHS che, commentate da alunni più grandi, fungono da insegnante perché quelli qualificati son fuggiti verso il settore turistico.

2. E assai frequente a Cuba che il tassista che ti porta in giro sia medico, architetto, professore. A titolo d’esempio, nella primavera scorsa passai una serata appassionante a discutere con il cuoco della “casa particular” dove abitavo. Discutemmo delle divergenze tra Guevara e Raul Castro a proposito delle scelte economiche fatte all’inizio degli anni Sessanta. Con tutto il rispetto dovuto alla corporazione, fui sorpreso dall’altissimo livello di conoscenze del cuoco di casa. In una vita precedente, era stato direttore di ricerca in storia contemporanea cubana all’Università di Camagüey ma, per mantenere la famiglia, aveva lasciato perdere gli studi per preparare frittate ai turisti per un salario tre volte superiore al precedente.

3. Quali, per esempio, la possibilità di possedere dollari, di affittare camere o di esercitare, da privati, certe professioni nell’ambito dei servizi.

4. Dall’elezione di Trump nel 2016, solo i viaggi destinati ad “alleviare le sofferenze di quel popolo vittima del comunismo” sono ammessi a partire dagli Stati Uniti. E così, per esempio, che, dopo l’uragano che ha devastato Baracoa nel 2016, una parte della cittadina è stata ricostruita – con tanto di centro culturale, biblioteca e luogo di culto – dai pentecostali US, gli stessi che sostengono Bolsonaro…

5. Rimandiamo al nostro articolo “Così è (se ci pare)”, 8 marzo 2019, apparso su questo sito.

Articolo apparso sul sito http://rproject.it/

 

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