Dal 16 al 17 settembre, il tasso di interesse interbancario delle operazioni “overnight repo” negli Stati Uniti è salito improvvisamente dal 2% a oltre l’8%. Si tratta di un tasso di interesse a fronte del quale le banche private e i fondi di investimento che detengono denaro in eccesso (la “liquidità”) prestano per un giorno a chi non ne ha abbastanza per concedere credito o rimborsare i propri debiti, in cambio di una garanzia finanziaria (detta “collaterale”) che funge da garanzia. Quando questi tassi di interesse sono elevati, i flussi di liquidità tra le banche e alcune banche illiquide possono bloccare i prestiti alle imprese o addirittura fallire, il che può portare l’economia reale in recessione. Ecco perché la Banca Centrale degli Stati Uniti (la “Fed”) è intervenuta con urgenza martedì 17 settembre per iniettare 53 miliardi di dollari di liquidità per abbassare il tasso di interesse.

Dall’iniezione all’infusione

Una sola iniezione apparentemente non pare essere stata sufficiente, dato che la Fed ha messo a punto un sistema di iniezione giornaliera (1) di 75 miliardi di dollari (importo che potrà variare) fino al 4 novembre! In questo modo, le banche saranno finanziate giornalmente e direttamente in cambio di titoli finanziari costituiti in garanzia. Per generalizzare questo intervento, il capo della FED Jérôme Powell ha annunciato l’8 ottobre che stava considerando un nuovo programma di iniezione a più lungo termine attraverso il riacquisto di buoni del tesoro da banche private (2).

Un semplice “problema tecnico”…..

• Sebbene non vi sia stata una vera e propria contrazione del credito, questo parziale blocco del mercato interbancario è stato motivo di preoccupazione per molti, poiché il tasso in questione è salito ben al di sopra e molto più velocemente che nel 2008, al culmine dell’ultima delle maggiori crisi del capitalismo. La Fed ha cercato di rassicurare parlando di un semplice “problema tecnico” che sarebbe stato legato, tra l’altro, ad una diminuzione della liquidità disponibile perché le aziende americane hanno dovuto pagare le imposte il 15 settembre. Ma da un punto di vista generale, è difficile non vedere la contraddizione tra l’enorme quantità di liquidità immessa nel settore finanziario dal 2008 per evitare il fallimento diffuso e il fatto che alcune istituzioni finanziarie potrebbero trovarsi oggi in difficoltà ad ottenerla sul mercato. Se possono esitare improvvisamente a prestarsi reciprocamente, è perché probabilmente nutrono forti dubbi sulla qualità dei titoli costituiti in pegno. Infatti, le iniezioni di liquidità effettuate a partire dal 2008 hanno alimentato principalmente la speculazione finanziaria (3), l’impennata dei corsi azionari, la proliferazione di “aziende zombie ” (4) , più che investimenti produttivi. Come dice un vecchio adagio, “Quando l’asino non vuole bere, è inutile fischiare”: e infatti i tassi di profitto aziendale (5) non sono tornati ai livelli pre-crisi. Come noto i capitalisti investono in modo produttivo, “assumono rischi”, solo di fronte a prospettive di un tasso di profitto alto.

…o un segnale dell’arrivo della crisi?

Dopo un periodo di cosiddetta “ripresa” dal 2016 a metà del 2018, quando gli investimenti sono cresciuti più rapidamente dei profitti, la produzione industriale sta rallentando negli Stati Uniti e nell’economia globale nel suo complesso. Il settore dei servizi, in molti casi dipendenti dall’industria, potrebbe seguire. La festa è stata di breve durata: secondo dati recenti, i profitti hanno ristagnato nel secondo trimestre (6) in tutto il mondo. Rafforzato dalla guerra commerciale in corso che pesa sul livello delle esportazioni, un “riaggiustamento” del calo degli investimenti potrebbe innescare un’ondata di panico finanziario. È proprio la profonda contraddizione tra sopravvalutazione delle attività finanziarie e i problemi di redditività del capitale nella sfera produttiva che ci ricorda questa crisi delle operazioni “overnight repo” : la combinazione di una prolungata crisi di liquidità bancaria e questa situazione avrebbe potuto essere esplosiva. Di fronte a ciò, le banche centrali possono intervenire, ma sono impotenti a lungo termine: o iniettano moneta per posticipare il disastro (7) allargando la bolla, o limitano le iniezioni con il rischio di farla scoppiare. Solo una profonda recessione potrebbe distruggere e svalutare capitali sufficienti a “risolvere” temporaneamente questo problema, ma a costo di una violenza sociale estrema: una fase di massicci fallimenti di banche e aziende (che possono quindi essere riacquistate a prezzi bassi da altri) e l’aumento della disoccupazione che esercita una pressione al ribasso sui salari possono ripristinare le condizioni per una “ripresa” che torni a far aumentare il tasso di profitto.

È questo ruolo di “epurazione” che la crisi del 2008 non ha svolto appieno a causa dell’intervento dei governi e delle banche centrali, e che la prossima crisi potrebbe svolgere, se questi ultimi non recuperano il margine di manovra per attutirla. Le istituzioni finanziarie internazionali, come lo stesso FMI, lo riconoscono ormai apertamente: lo spettro della crisi minaccia l’economia mondiale. Ma a in che modo, dove e quando potrebbe scoppiare? Nessuno può prevederlo. Quello che è certo è che, per evitare il disastro, dobbiamo batterci per l’espropriazione dell’intero settore finanziario, per porre così fine alla speculazione, oltre alla requisizione delle multinazionali in modo da poter organizzare la produzione in modo razionale ed ecologico!

Note

  1. Queste iniezioni di liquidità sono prestiti giornalieri che la banca centrale concede quotidianamente: i 75 miliardi prestati un giorno vengono rimborsati l’indomani. In breve, la banca centrale sostituisce il mercato delle operazioni “overnight”.
  2. In questo caso, la banca centrale presterebbe liquidità alle banche a più lungo termine mentre riacquista i titoli di debito dello Stato americano (“buoni del tesoro”) in loro possesso. Ciò è simile ai cosiddetti programmi di “quantitative easing” attuati dalla Fed a partire dal 2008 e non rinnovati dal 2014.
  3. La speculazione finanziaria tradizionale consiste nell’acquisto di titoli (azioni, obbligazioni, ecc.) scommettendo sul fatto che i prezzi di questi titoli aumenteranno in modo che possano essere rivenduti realizzando un “plusvalore”. Karl Marx ha parlato piuttosto di “capitale fittizio”, il cui aumento di valore dà ai capitalisti l’illusione di poter realizzare un profitto senza passare attraverso la produzione, dove il vero “plusvalore” viene estratto dallo sfruttamento della forza lavoro.
  4. Le aziende zombie sono aziende che non sono redditizie dal punto di vista della concorrenza capitalistica, ma che sopravvivono di fronte alla concorrenza solo grazie al debito. Essi emettono quindi titoli di debito (obbligazioni) che possono essere considerati “tossici” dagli istituti finanziari.
  5. In sintesi, il tasso di profitto corrisponde al rapporto tra gli utili realizzati dalle imprese e il capitale totale investito dalle imprese (macchinari, edifici, materie prime, salari, ecc.) in un determinato periodo.
  6. Cfr. Michael Roberts, “A global manufacturing recession”, 1 ottobre 2019. https://thenextrecession.wordpress.com/2………
  7. Dopo aver cercato di “normalizzare” la propria politica monetaria a partire da dicembre 2015, aumentando gradualmente il tasso di riferimento (al quale le banche si rifinanziano da sole), la Fed ha ripreso la tendenza al ribasso dei tassi quest’estate. La riduzione del tasso di interesse di riferimento aumenta la quantità di moneta in circolazione in quanto facilita il credito, senza che questo credito aggiuntivo debba necessariamente finanziare investimenti produttivi.
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