Le imprese fanno utili, Cantone e Confederazione concedono sgravi fiscali; eppure alle prime difficoltà a pagare sono i lavoratori: il caso Mikron

Il gruppo Mikron ha deciso di mettere a dieta i lavoratori: cioè per un numero
cospicuo di lavoratori (verosimilmente almeno la metà) dovrebbe scattare il
ricorso alla disoccupazione parziale.

In altre parole i lavoratori riceveranno un salario minore di quello che
ricevono normalmente e l’azienda potrà caricare sull’assicurazione
disoccupazione il pagamento di questo salario parziale.

L’idea di fondo è che questa procedura dovrebbe servire a mantenere dei
posti di lavoro, a permettere all’azienda di superare una fase di difficoltà,
per poi ripartire meglio potendo contare sui collaboratori rimasti alle sue dipendenze
(naturalmente accollandosi, ognuno di loro, la sua bella diminuzione di
salario).

La situazione congiunturale internazionale non volge certo al bello:
l’ipotesi di una recessione è ormai ampiamente acquisita. Normale quindi che le
aziende metteranno in campo tutte le misure atte a mantenere profitti e
redditività, scaricandone i costi sui lavoratori: licenziamenti, orari ridotti,
diminuzioni salariali.

Un atteggiamento già di per sé discutibile, ma ancora meno accettabile se a
praticarlo è un gruppo aziendale come la Mikron, una di quelle aziende che
Governo e Parlamento vorrebbero beneficare attraverso gli sgravi fiscali che
stanno per approvare (oltre a quelli già approvati in sede federale e cantonale
con le recenti riforme fiscali).

Visto che parliamo di benefici, cominciamo con il ricordare che l’azienda
viene da anni di ottimi risultati, coronati da continui profitti che hanno
visto un’ulteriore accelerazione proprio nell’anno 2018. Basti pensare che in
quell’anno, proprio a testimoniare della salute dell’azienda, l’utile netto per
ogni collaboratore è passato da 784 FR.  a 8’584 FR.: una progressione eccezionale.
Calcolando che i dipendenti sono circa 1’300 si arriva ad un utile netto di 12
milioni di franchi.

Per gli azionisti (tra i quali spicca, con il 46%, la holding del gruppo
Amman, quella dell’ex consigliere federale) è stato pure un anno eccezionale:
tra dividendi e riacquisto di azioni essi hanno ricevuto qualcosa come 5
miliardi di franchi, quattro volte più di quanto avevano ricevuto nel 2017.

Ma nemmeno il primo semestre dell’anno in corso (il 2019) ha deluso, anzi.
Nel rapporto di metà 2019 il consiglio di amministrazione segnalava un ottimo
sviluppo delle attività, con una cifra d’affari in aumento del 14% rispetto al
primo semestre del 2018, un EBIT (l’utile operativo lordo prima delle deduzioni
per interessi e imposte) in aumento del 40% e un utile netto in progressione
del 25%.

Di fronte a tanta grazia degli ultimi due anni e mezzo (per non andare agli
anni precedenti, tutti chiusi con utili e dividenti agli azionisti), c’à da
chiedersi legittimamente se questo ricorso alla disoccupazione parziale non sia
sostanzialmente fatto per mantenere un tasso di redditività elevato anche nel
2019, accollandone il carico ai lavoratori (che subiranno comunque una
riduzione dei salari) e alla cassa disoccupati (in parte pagata dai lavoratori).

Sono queste, come detto, le aziende che Governo e Parlamento da ormai
qualche anno continuano a beneficare di sgravi fiscali; aziende che non solo
hanno incassato questi sgravi che hanno permesso loro, tra le altre cose, di
generare ulteriori utili che hanno poi redistribuito ad un pugno di azionisti.

Un’azienda, tuttavia, che alla prima avvisaglia di una diminuzione dei
profitti dimentica i “cari collaboratori”, le importanti “risorse umane”
dell’azienda, che rifiuta di accollare qualche sacrificio agli azionisti e
decide di scaricarli tutti sulle spalle dei lavoratori.

Sono queste le aziende “virtuose” dal punto di vista sociale ed ambientale
che si vorrebbero premiare?