Un primo commento alle elezioni nazionali

Fare
un commento sui risultati delle elezioni nazionali appare difficile, in
particolare per una forza politica come la nostra che non ragiona con gli
stessi parametri degli altri. Cominciando, tanto per fare un esempio, dalla
collocazione dei diversi partiti nel ventaglio politico tradizionale. Quella
che per noi è l’estrema destra (UDC, Lega) diventa per i commentatori (e anche
per le altre forze politiche) semplicemente la destra; e quella che senza
dubbio è la destra il PPD e il PLRT diventano il “centro; e poi vi sarebbe la
“sinistra”, nella nuova denominazione di “fronte rosso-verde”. Naturalmente
queste qualifiche vengono fatte giocare come meglio fa comodo svuotano le
parole del loro significato politico e, soprattutto, facendo spesso scarso
riferimento ai programmi e alle proposte delle forze politiche.

Basti
pensare, per non fare che un solo esempio, ai Verdi Liberali. Una semplice
lettura delle loro proposte e del loro orientamento di fondo sarebbe sufficiente
a metterli fianco a fianco del PLRT, certo con qualche preoccupazione
ambientale in più, ma non poi moltissime.

A
questo va aggiunta una dimensione fondamentale. Come noto da ormai 40 anni
(dalle elezioni del 1979 per l’esattezza) il Parlamento nazionale è eletto da
una minoranza di aventi diritto di voto. Se teniamo poi conto che in questo
paese un quarto della popolazione è straniera, possiamo dire che il Parlamento
eletto in questi decenni “rappresenta” a mala pena un terzo (o anche meno)
degli elettori. Un aspetto che dobbiamo costantemente avere presente.

Un paese scosso da mobilitazioni
importanti

Il
2019 è stato caratterizzato da importanti mobilitazioni. Pensiamo in
particolare a quelle sull’ambiente e delle donne. Era abbastanza prevedibile (lo
si era già visto in alcune scadenze elettorali degli ultimi mesi, pensiamo al
Ticino, come diremo più avanti, ma anche a decisive situazioni come quella di
Zurigo) che queste mobilitazioni (proprio per la loro ampiezza) avessero
ripercussioni elettorali.

Per
quel che riguarda la questione ambientale abbiamo assistito a simili
ripercussioni in diversi paesi europei, in particolare in Germania e Francia,
paesi importanti per la loro influenza su una porzione cospicua della Svizzera.

A
questo fatto si associava la crisi del PSS che, in particolare sulle questioni
sociali (sulle quali cerca di presentarsi come l’elemento più rappresentativo
dello schieramento rosso-verde), ha palesato segni chiari di difficoltà e
contraddizioni (basti pensare il suo appoggio alla riforma previdenza 2020 e
alla RFFA). PS che ottiene il peggior risultato degli ultimi 100, subendo
sconfitte pesantissime in cantoni politicamente decisivi quali Berna e Zurigo.

Per
quel che riguarda il risultato, nel suo complesso, esso si caratterizza per due
aspetti fondamentali.

Da
un lato un sostanziale ritorno a rapporti di forza parlamentari simili a quelli
del 2011 (PS e Verdi totalizzavano per il Consiglio Nazionale 61 seggi, cinque o
sei in meno di quanti ne abbiano oggi); dall’altro, una tenuta del blocco
borghese che può contare anche su qualcuno che “parla verde” come i Verdi
Liberali.

Il risultato in Ticino, una tendenza
in atto già alle elezioni cantonali

Che
vi fossero in atto dei processi di modificazione dei rapporti elettorali (che
sono comunque, seppur in maniera distorta, frutto dei movimenti nel panorama
sociale) lo si era già percepito in occasione delle elezioni cantonali. I
fenomeni ai quali oggi assistiamo: forte perdita di schede per la Lega,
indietreggiamento del PS, forte progressione dei Verdi (che miglioravano
addirittura il voto di 4 anni prima, dopo aver perso consensi sia alle comunali
che alle nazionali). Verdi, MPS e PC avevano ottenuto il 10,3% dei voti.

Avendo
colto questa dinamica (che aveva portato anche a triplicare i consensi e i
seggi dell’MPS) l’MPS aveva proposto alle forze “non governative” (Verdi, MPS e
PC) di costituire una lista indipendente dal PS (forza di governo). Una
proposta che partiva da un duplice presupposto. Da un lato, come già detto,
dalla constatazione che queste forze alla sinistra del PS avevano conseguito un
risultato superiore al 10%: un punto di partenza che garantiva la possibilità
della conquista di un seggio anche senza la congiunzione; dall’altro la
constatazione di un processo evidente di declino del PS che avrebbe sicuramente
travasato voti in una lista alla sua sinistra, anche se non fosse stata
congiunta.

Le
forze alle quali ci siamo rivolti con la nostra proposta l’avevano respinta,
preferendo la congiunzione con il PS. Per questo l’MPS ha preferito non presentare
proprie liste alle elezioni e non ha dato consegna di voto: è probabile che una
grandissima parte di coloro che hanno votato per l’MPS alle ultime elezioni
cantonali abbiano votato per le liste a sinistra del PS.

Il
risultato di oggi conferma quanto avevamo ipotizzato: la lista alla sinistra
del PS avrebbe conseguito facilmente un seggio anche senza la congiunzione,
contribuendo ad alimentare logiche e prospettive diverse. Infatti questa lista
ottiene (contando tutte le sottoliste) circa il 14%. Un risultato che si spiega
con l’ulteriore avanzata dei Verdi (una tendenza netta anche a livello
nazionale) e con la perdita del PS che (comprese le sue sottoliste congiunte)
scende dal 16,73% del 2015 al 13,54% della votazione odierna, con una perdita
di circa il 3% (circa 3’500 schede), voti in gran parte confluiti nella lista
guidata dai Verdi.

Qualche elemento di prospettiva

A
livello federale è difficile ipotizzare cosa succederà. Dipenderà in larga
misura dalle classi dominanti e da quale sarà la loro ipotesi per le forme di
governo del paese. La gestione di grandi città (e di cantoni interi) da parte
di governi rosso-verdi, val la pena ricordarlo, è la norma in questo paese e
ormai da molto tempo (Zurigo, Ginevra, Basilea,
Berna, Losanna e San Gallo).

Non
pare che questa “ascesa al potere” abbia in qualche modo modificato né il
profilo sociale, né quelle ambientale di queste città, né dell’intero paese
(visto che in esse abita una parte cospicua della popolazione svizzera).

Il rispetto degli elementi fondamentali costitutivi del quadro economico-sociale del capitalismo liberale fanno sì che l’incidenza di questi “governi” sia stata tutto sommato relativa, pur riconoscendo che su alcuni aspetti (in particolare legate alla vivibilità ambientale – cooperative di alloggi, ciclopiste, etc. – abbiano qua e là realizzato qualcosa). Resta il dato che il loro elettorato di riferimento è un elettorale di livello socialmente medio-alto, la cui posizione reddituale “esige” risposte qualitativamente elevate dal punto di vista dei consumi e di un “sano stile di vita”.

La
risposta elettorale, soprattutto se i Verdi – dopo il successo odierno –
rivendicheranno e verranno integrati nel governo federale, rischia di suscitare
ulteriori delusioni: oggi solo una risposta radicale, anticapitalista,
chiaramente al di fuori del quadro del capitalismo liberale, potrebbe porre le
basi per rispondere in modo adeguato e realistico alle sfide che il degrado
dell’ambiente pone.

Senza
la crescita di questa consapevolezza e della mobilitazione che strappi radicale
misure, la prospettiva è quella di una sorta di “gestione” della questione
ambientale senza riuscire ad apportarvi risposte adeguate.