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Pubblichiamo questa interessante intervista a Sami Adnan, fondatore di “Workers Against Sectarianism”. «Le richieste della piazza – afferma Adnan – sono simili a quelle dei periodi precedenti, ma sono diventate più precise e mirate. Si va oltre l’appartenenza religiosa»

Alle proteste esplose ad inizio ottobre nelle maggiori città dell’Iraq il governo autoritario ha risposto con una violenta repressione. In trenta giorni di manifestazioni si contano già centinaia di morti e migliaia di feriti. Pochi giorni fa il premier iracheno Adel Abdul-Mahdi ha dichiarato di essere disposto a dimettersi così come l’aveva già fatto il suo omologo libanese Saad Hariri. Non tutte le forze reazionarie accettano questa sua decisione, cosa che però conta ben poco viste le rivendicazioni che vanno al di là del cambiamento personale nel sistema politico settario. I manifestanti chiedono il cambiamento dell’intero sistema politico e risposte radicali alla disoccupazione dilagante, alla mancanza di servizi di base e a un sistema politico settario che ha riempito le tasche di pochi malgrado le vaste entrate statali provenienti dall’industria petrolifera.

Dopo una breve tregua, le proteste hanno ripreso il 25 ottobre e le strade irachene si sono riempite nuovamente come non si vedeva dalla caduta del regime di Saddam Hussein. Ancora ieri i manifestanti sono scesi in strada per bloccare le vie principali, metodo copiato dalle proteste libanesi scatenate a metà ottobre. Le immagini che circolano sui social media mostrano una vera e propria guerra civile tra due parti totalmente squilibrate: da una parte le forze di sicurezza irachene che senza nessun timore sparano gas lacrimogeni ad altezza uomo e le milizie iraniane che sono venute a soccorrere il governo iracheno per “stabilizzare” la situazione socio-politica in Iraq; dall’altra un popolo composto per lo più da giovani disoccupati con l’unica arma della determinazione per rovesciare un sistema incapace di riempire le loro pance e una solidarietà popolare che si esprime proprio nell’organizzazione delle piazze.

In occasione di un incontro internazionale a Berlino abbiamo avuto la possibilità di parlare con Sami Adnan, attivista politico 28enne residente a Baghdad e fondatore del gruppo Workers Against Sectarianism, gruppo neonato di giovani disoccupati che prende parte a questo movimento sociale insistendo sul legame tra protesta sociale contro la disoccupazione e rivendicazione politica contro il sistema settario.

Viste da qui, le proteste irachene sono esplose a sorpresa. Ci potresti fare un panorama generale di quel che è successo in Iraq negli ultimi anni?

Dobbiamo ricordare che la prima Repubblica dell’Iraq è stata conseguenza di un colpo di stato rivoluzionario nel 1958. L’allora governo sviluppò programmi sociali di ridistribuzione della ricchezza che convenivano anche al popolo iracheno. Allora esisteva un piano industriale, le fabbriche venivano aperte, l’agricoltura conobbe un importante sviluppo. Ma questa politica durò solo per un breve periodo, fino a quando il partito Ba’ath prese il potere. Con il dominio del partito Ba’ath – che, ricordiamo, avviò una violenta repressione contro ogni opinione dissidente – iniziò la svendita del paese, in particolare a partire dal 1987. Tutto il periodo di Saddam Hussein dal 1979 al 2003 può essere descritto come una dittatura politica sulla base di un sistema economico alimentato dal capitale statale incentrato sul petrolio. Con l’invasione militare degli Stati Uniti nel 2003, in Iraq è stato introdotto il cosiddetto libero mercato. L’intervento militare non è stato solo contro un sistema politico dittatoriale, ma anche e soprattutto una distruzione del nostro territorio e dell’economia irachena: gran parte delle nostre circa 50.000 fabbriche è stata chiusa, la produzione industriale è crollata e l’agricoltura è stata completamente affondata – e tutto ciò con la promessa che l’apertura del mercato portasse benessere a tutti.

Quello che sta accadendo adesso è legato proprio allo sviluppo iniziato nel 2003, perché in Iraq non produciamo più neanche una singola merce. Tutti i prodotti della vita quotidiana provengono da paesi imperialisti come la Cina e la Turchia, i prodotti alimentari e altri prodotti agricoli provengono dall’Iran. Siamo profondamente dipendenti dall’importazione di ogni singolo prodotto, perfino dell’acqua potabile. Questo è il motivo per cui abbiamo un tasso di disoccupazione così elevato nel nostro piccolo paese: su poco meno di 40 milioni di abitanti, 13 milioni sono disoccupati ufficiali, quasi la metà della popolazione in età lavorativa si trova quindi senza impiego. E non parliamo solo di lavoratori non qualificati, ma anche di quelli con un livello di istruzione superiore.

L’introduzione del mercato globale è stata organizzata attraverso istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM). Nel trattato che hanno negoziato con il governo iracheno hanno imposto il ritiro dello stato dall’organizzazione dei servizi di base e una drastica riduzione del settore pubblico e dei dipendenti pubblici. Il libero mercato globalizzato può dunque essere considerato il primo problema che ha portato alle proteste attuali.

Il secondo tema è la mancanza di un settore pubblico moderno. Il dogma e i programmi neoliberisti hanno distrutto il vecchio settore pubblico. Oggi non esistono né leggi che regolano il modo in cui le aziende possono entrare nell’economia nazionale né leggi che determinano gli standard lavorativi.

Questa deregolamentazione è iniziata già sotto Saddam Hussein e ha distrutto la classe operaia, in particolare con la cosiddetta legge 52 che ha attaccato lo status dei lavoratori. Allo stesso tempo la classe operaia è stata integrata nello stato con la repressione dei sindacati indipendenti e la loro sostituzione con un sindacato incorporato nel partito Ba’ath. Inoltre, sotto Saddam Hussein la produzione è stata militarizzata e l’esercito stesso ha acquisito intere parti dell’industria, così come lo sta facendo oggi al-Sisi in Egitto. L’oppressione della classe operaia è continuata dopo l’invasione degli Stati Uniti: l’intervento militare ha distrutto praticamente tutto in Iraq, tranne i rapporti di lavoro e il il modello sindacale iper-corporativista.

Che ruolo ha in tutto questo l’industria petrolifera?

L’industria petrolifera è l’unico settore che produce ricchezza per l’Iraq: Con la produzione di petrolio, lo Stato acquista beni come verdure, frutta e altri prodotti di uso quotidiano. Ma l’industria è totalmente incentrata sul petrolio, così che non è mai possibile essere autosufficienti e indipendenti. Lo stato iracheno è un classico stato redditiero.

Dal 2003 ad oggi, il governo ha sprecato 1.300 miliardi di dollari per questo tipo di economia. Si tratta di numeri ufficiali, quindi immaginate quanti soldi ha speso realmente! Questa enorme somma di denaro avrebbe potuto essere investita nella costruzione di fabbriche, nello sviluppo del settore agricolo, nei servizi pubblici. Dal 2003 ad oggi, lo stato iracheno non ha costruito nemmeno una scuola pubblica e non ha aperto neanche un ospedale pubblico. Ci mancano le infrastrutture indispensabili per lo sviluppo di un’economia sana.

Ci sono state delle proteste sociali in questo periodo particolarmente distruttivo e difficile per le classi popolari irachene? Si può parlare di una “Primavera araba” nel 2011?

Dal 2011 al 2016 ci sono state importanti mobilitazioni anche in Iraq con simili rivendicazioni come in altri paesi del Medio Oriente. Quindi sicuramente sono legate a quello che nel discorso generale rientra nelle “Primavere arabe”; ma diversamente da altri paesi e per ragioni oggettive, non hanno preso di mira esclusivamente il regime nazionale, bensì anche l’occupazione del paese da forze straniere. Questo è il motivo principale per cui l’Iraq non è stato annoverato tra i paesi in cui è scoppiata la “Primavera araba”. Durante queste proteste, il popolo iracheno già aveva una richiesta particolare: la costruzione di uno Stato laico. La gente ne aveva abbastanza di tutti i partiti dell’Islam politico che ancora oggi controllano praticamente tutte le istituzioni.

Ma questa non era l’unica rivendicazione durante il ciclo di proteste del 2011 al 2016: pane, libertà e giustizia sociale erano al centro delle proteste come lo erano in Egitto. Il problema si poneva però a livello organizzativo, dove le proteste rimanevano settarie. Con le proteste attuali invece, la gente si sta organizzando ben oltre l’appartenenza religiosa. Lo dimostra il fatto che circa 1.5 milioni di persone scendono in piazza e riconoscono nel sistema politico settario una delle ragioni della loro situazione sociale ed economica difficile. La gente in piazza si vede sempre più come parte della classe operaia. Quindi c’è una nuova coscienza espressa nello slogan “in nome della religione, i ladri ci hanno rubato la vita”.

Come già accennato, il 1° ottobre quindi la gente ha ricominciato a protestare.

Sì, e questo con le seguenti rivendicazioni: libertà, sicurezza, opportunità di lavoro e sussidi di disoccupazione, servizi di base e fine della corruzione, un cambiamento radicale del sistema. Le richieste sono simili a quelle dei periodi precedenti, ma sono diventate più precise e mirate.

Durante le proteste del primo ottobre, la cosiddetta classe media – soprattutto i dipendenti statali – non ha partecipato, temeva che il governo tagliasse i loro stipendi. Il governo ha reagito alla protesta chiudendo le strade, bloccando internet e interrompendo la copertura mediatica. E il governo, con l’aiuto delle milizie iraniane, ha ucciso e ferito tantissime persone. In questa situazione, la gente non vedeva altra alternativa che tornare a casa per riorganizzarsi. Così si è barricata nei quartieri popolari e ha annunciato di ritornare in piazza per il 25 ottobre.

Già durante la notte del 24 ottobre, più di 5.000 persone hanno iniziato ad occupare le principali piazze. Il 25 ottobre poi, una quantità incredibile di persone ha partecipato alla protesta. I manifestanti sono scesi in piazza e hanno persino occupato il palazzo del governo. Il governo, sostenuto dalle milizie iraniane, ha reagito con una feroce repressione, sparando ancora ai manifestanti. Si sono visti perfino elicotteri e carri armanti per bloccare i manifestanti. Il bilancio è grave, nei primi tre giorni solo a Baghdad, 200 persone sono state uccise e 3.000 sono rimaste ferite.

Se confrontiamo le proteste di inizio ottobre con quelle di fine mese, qualitativamente però qualcosa è cambiato. La cosiddetta classe media è scesa in piazza e ha condiviso le rivendicazioni dei lavoratori. Anche molti studenti delle università, dei licei e delle scuole elementari si sono mobilitati. Inoltre diverse categorie professionali come i medici, i lavoratori dell’industria petrolifera, gli avvocati e i giudici hanno sostenuto le proteste con importanti scioperi. Infine, la solidarietà tra la gente è stata grande, come dimostra l’esempio dei lavoratori precari dei trasporti che aiutano, con i loro veicoli a tre ruote chiamati tuk tuk, le ambulanze che non riescono a soccorrere tutti i feriti per portarli in ospedale. È impressionante vedere circa 3.000 tre ruote in giro per la città al servizio della causa dei manifestanti.

Quindi come si può descrivere il contesto sociale in cui la gente ha ripreso a scendere in strada?

A causa della disoccupazione, le persone si sono realmente connesse tra loro. Passiamo il nostro tempo insieme al bar, nei caffè, siamo collegati tramite Facebook. Senza lavoro, di solito non abbiamo niente da fare durante il giorno. Quando le proteste sono scoppiate prima in Egitto e poi in Libano, la gente ha iniziato a proporre su Facebook di scendere in strada visto che i nostri problemi sono simili. Quando poi siamo scesi nella Piazza Tahrir di Baghdad, abbiamo costruito un palco su cui ci sono state diverse prese di parola sul come organizzarsi e quali rivendicazioni avanzare. In questo modo è nato lo slogan “secolare, secolare, né sunnita né sciita”.

Chi sta guidando effettivamente questa protesta?

Chi è sceso in piazza sono quelli che hanno guidato le proteste del 2015. Alcuni partiti politici hanno tentato di cooptare il movimento, ma questo ha prodotto solo rabbia tra la gente. Per la maggior parte non si tratta di organizzare semplicemente nuove elezioni, bensì di porre fine a tutto il sistema settario e corrotto. La gente non crede in quello che gli Stati Uniti chiamano democrazia o nel parlamento come espressione dell’opinione del popolo. Ciò che la gente chiede è un nuovo sistema sociale, laico, realmente democratico. Nessun partito riesce a cogliere queste domande, neanche il Partito Comunista Iracheno che, anzi, vuole mantenere il sistema attuale perché ha dei ruoli al di dentro delle istituzioni statali.

Che ruolo hanno le forze straniere e imperialiste nel paese in questa fase di conflitto sociale accentuato?

Se parliamo dell’Iran, siamo pienamente consapevoli che il nostro vicino non si può in nessun modo considerare un amico del popolo. Durante la guerra contro lo Stato Islamico degli ultimi anni, anche la Guardia rivoluzionaria comandata dal generale Qasem Soleimani ha invaso l’Iraq e ha sostenuto una pulizia etnica in città come Diyala o Samarra a maggioranza sunnita. In generale l’Iran organizza attività delle sue milizie in tutto il Medio Oriente. In Iraq interviene in sostegno ai partiti islamici sciiti e a parti del governo iracheno. Durante il governo di Nouri Al-Maliki che è durato 8 anni dal 2006 al 2014, l’Iraq ha finanziato l’Iran con elevate somme.

Se parliamo degli Stati Uniti invece, è chiaro che Trump sta facendo il suo gioco, in primo luogo contro l’Iran. Infatti ha fatto trasferire le forze militari statunitense dalla Siria settentrionale all’Iraq; inoltre, i soldati americani in Iraq devono aumentare a 13.000 unità. Nell’ambasciata americana situata, insieme al governo iracheno, nella cosiddetta Green Zone, vivono 5.000 soldati. È la più grande ambasciata americana al mondo. Ovviamente cercheranno di usare le proteste, ma a differenza dell’Iran non hanno attivisti, non hanno gruppi radicati nella società, non stanno in strada. Se gli Stati Uniti hanno le stesse pretese anti-iraniane come i manifestanti, non dimentichiamoci pure che le piazze stanno protestando anche contro gli Stati Uniti in quanto forza straniera presente nel paese. Quindi non possiamo in alcun modo giudicare le proteste come se fossero guidate da forze esterne al popolo iracheno. Però esiste un problema reale: se possiamo vedere una forte coscienza nel dire “no all’Iran, no alla Turchia, no all’America – siamo tutti lavoratori”, è pur vero che il livello di organizzazione della gente in strada è ancora basso.

Come sono collegate tra loro le proteste in Medio Oriente?

Durante le proteste libanesi degli ultimi giorni, si sono sentiti slogan del tipo “Una rivoluzione da Beirut a Baghdad”. Esiste pure una solidarietà espressa al popolo siriano quando in piazza si grida “Un’unica lotta contro il regime del partito Ba’ath”. E anche dall’Iran ci sono arrivati messaggi di solidarietà con delle foto di scritte sui muri del tipo “una classe, una lotta contro un governo”. La domanda più pertinente e più difficile da rispondere però rimane: e adesso cosa possiamo fare?

La rivolta di Bassora di 8 mesi fa è l’esempio plastico delle attuali difficoltà. Qui sono scoppiate delle proteste sociali e radicali guidate dai disoccupati. I manifestanti hanno iniziato a dare fuoco a tutto il possibile. Hanno bruciato il palazzo di governo locale e tutti gli uffici e le sedi dei partiti dell’Islam politico, così da costringere alla fuga le forze governative. Di seguito hanno iniziato ad occupare i campi petroliferi e a creare connessioni con i lavoratori, in questo modo si è creata una consapevolezza sui veri problemi politici, economici, sociali. Quindi in una situazione molto nuova si è sviluppata una coscienza radicale. Ma poi si sono posti la domanda: e ora che facciamo?

Il Partito Comunista dei Lavoratori dell’Iraq (WCPI) ha proposto di costruire consigli di quartiere e di fabbrica e di prendere il governo della città. Il WCPI – che ha una forte presenza sindacale tra i lavoratori del petrolio – ha creato momenti di dibattito e confronto per imparare dalle varie esperienze del passato, prova a costruire forti tendenze di sinistra al di dentro della società irachena ed è presente nelle lotte delle donne in prospettiva di un grande movimento sociale femminista. Ma costruire strutture di auto-organizzazione a questi livelli è cosa molto difficile, soprattutto se mancano esperienze e si opera in situazioni così difficili. Ci dobbiamo sempre ricordare che viviamo in una società molto impaurita perché il terrorismo di stato può sempre colpirti. Inoltre, la borghesia e i partiti islamici hanno soldi, armi, milizie e sostegno internazionale. In Iraq si vive una vera e propria guerra quotidiana. Perciò a Basra alla fine, la gente è tornata alle proprie case e il governo si è ripreso la città: mancava un’organizzazione strutturata presente sul territorio di cui la gente si poteva fidare.

Come si sta posizionando il movimento politico di al-Sadr (1) in queste proteste sociali?

Muqtada al-Sadr fa parte della borghesia locale. È sempre stato per un Iraq aperto e per lo sviluppo della produzione locale. Ma al-Sadr ha anche partecipato a tutti i governi degli ultimi anni. Il suo movimento sta alla guida di cinque ministeri, nei quali c’è molta corruzione. Inoltre conta venti parlamentari. Certo, lui si è autoproclamato leader di un movimento per le riforme, ma in realtà è parte integrante del sistema, e questo fin dall’inizio. I manifestanti in strada lo capiscono. La stessa cosa sta accadendo anche a Beirut a Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah. Infatti possiamo paragonare il ruolo di al-Sadr in Iraq con quello di Nasrallah in Libano.

Nelle proteste più grandi e incontrollate degli ultimi anni, l’obiettivo di al-Sadr era sempre quello di cercare di guidare le proteste, dichiarando di stare al fianco del popolo e promettendo riforme. Ma alla fine è sempre stato un elemento con cui ha tentato di calmare la rabbia popolare per potere silenziare le proteste. Così è stato solo capace di aumentare il suo potere all’interno delle istituzioni statali.

In queste ultime proteste di ottobre, la gente ha compreso il suo ruolo nel sistema e il suo gioco. Lo hanno criticato per aver cavalcato l’onda delle proteste e hanno urlato “tutti, tutti, e tu sei uno di loro”. Insieme al partito al-Fatah ha fatto vincere l’attuale primo ministro Abdul Mahdi. Se il suo movimento fosse realmente interessato a sostenere le rivendicazione del popolo iracheno, potrebbe semplicemente ritirarsi dai ministeri e dal parlamento e, in questo modo, mettere in crisi il governo.

Per concludere, che cosa ti aspetti dalla gente al di fuori dell’Iraq?

È dall’invasione militare statunitense del 2003 che ci sentiamo abbandonati al nostro destino, nessuno guarda alla gente irachena, l’Iraq è semplicemente una pedina nei giochi strategici degli interessi imperialistici. Ma da ottobre, finalmente, il mondo si sta rendendo conto della nostra esistenza perché facciamo sentire la nostra voce. Questo è già un primo passo. Ci sono fondamentalmente due cose che le persone possono fare per noi: in primo luogo, parlare e scrivere di ciò che sta accadendo oggi in Iraq e cercare di dare una copertura mediatica delle nostre lotte. In questo modo, il mondo viene informato che stiamo lottando per la libertà e la giustizia sociale e contro un sistema politico dispotico, islamico e settario. È possibile effettuare una campagna internazionale contro la repressione e l’oppressione che viviamo in Iraq.

In secondo luogo, dovete fare pressione sui vostri governi per farli cambiare politica e farli uscire dall’Iraq in modo da lasciare al popolo iracheno la possibilità di decidere come vuole costruire e sviluppare il proprio paese e vivere le proprie vite. Non sono solo gli Stati Uniti che interferiscono direttamente nella nostra vita, ma anche altri paesi come la Germania o l’Italia, anche se in modo più indiretto. Per esempio: le milizie da chi le prendono le armi che vengono usate contro di noi? Sono gli Stati Uniti e i paesi europei a vendere le armi e a ricevere in cambio denaro e petrolio. Il popolo iracheno non ha mai avuto la possibilità di scegliere autonomamente un governo vero, è sempre stato determinato da interessi stranieri. Ci potete sostenere esercitando pressioni sul vostro governo. Credo che questo sia il primo passo di una concreta solidarietà internazionale.


(1)Muqtada al-Sadr è un religioso sciita iracheno, politico e leader della milizia sciita Saraya al-Salam fondata nel 2014, che ha fatto seguito all’Esercito del Mahdi che ha combattuto contro le forze di occupazione guidate dagli Stati Uniti fino al suo scioglimento nel 2008.
Intervista apparsa lo scorso 6 novembre 2019 su. Nena News

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