Pubblichiamo il testo dell’intervento MPS nel dibattito in Gran Consiglio sulla riforma fiscale.

Val la pena di dichiararlo in entrata, parafrasando un passaggio del rapporto di minoranza: a scanso di equivoci dichiariamo di non essere assolutamente disponibili a entrare nel merito della riforma.

D’altronde come potremmo sostenere l’entrata in materia su un messaggio che riguarda l’adeguamento della Legge tributaria cantonale alla RFFA, RFFA che abbiamo combattuta con un referendum popolare lo scorso mese di maggio?

Alcune delle misure che abbiamo criticato in quella riforma, così come la logica che l’animava si ritrovano in questa riforma cantonale: e quindi la nostra scelta non può che essere quella di una chiara e ferma opposizione.

Vorremmo intervenire su tre aspetti.

Il primo è quello del moltiplicatore o coefficiente cantonale. Questo meccanismo era stato inserito in occasione dell’approvazione del freno ai disavanzi. Proprio sul coefficiente era stata adottata una modifica al progetto del governo: era stata introdotta la necessità dei due terzi per adeguare il coefficiente qualora, uno sforamento del preventivo oltre un certo limite, necessitasse un aumento delle entrate fiscali.

Quella modifica (che aveva visto passare all’opposizione della stessa riforma anche forze che ne condividevano l’impostazione di fondo, come il PS e I Verdi) suggeriva in modo chiaro che il meccanismo era stato pensato proprio per essere utilizzato non verso l’alto (blindato dalla nuova maggioranza necessaria), ma verso il basso.

D’altronde questa interpretazione è confermata dalla stessa origine di questo meccanismo: pensato nell’America reaganiana degli anni ‘70 proprio con la funzione di favorire con sgravi fiscali soprattutto i ricchi.

E così, appena creatosi spazio finanziario, ecco all’opera questo meccanismo di redistribuzione verso l’alto, nel più puro stile neoliberale.

Il secondo aspetto è quello del legame tra riforma fiscale e presunte riforme sociali.

Su questo punto la RFFA ha apportato un contributo negativo, istituzionalizzando lo “scambio” tra sgravi fiscali (ad aziende e azionisti) e lo svolgimento di compiti già previsti dalle leggi.

Basterebbe infatti leggere qualche articolo della nostra costituzione e qualche delle nostre leggi sulla scuola e sulla politica sociale per rendersi conto che quelli che vengono oggi presentati come degli interventi straordinari (su scuola e socialità) resi possibili solo grazie all’accoglimento degli sgravi fiscali, sono in realtà interventi che, da tempo, avrebbero dovuto essere messi in campo per rispondere ai gravi problemi d’ordine sociale e formativo con i quali è confrontato il nostro Cantone.

Le “riforme” sociali e formative proposte sono in realtà piccoli provvedimenti che lambiscono i gravi problemi con i quali sono confrontate scuola e politica sociale nel nostro Cantone (ne discuteremo più in dettaglio, forse, prossimamente). Ma pretendere che essi possano essere realizzati solo in cambio di uno sgravio fiscale (in nome di una demenziale teoria della simmetria dei vantaggi) sfiora l’assurdo: che consiste nel dare dignità al ragionamento che vorrebbe che per ogni piccolo passo avanti nella realizzazione di compiti previsti da leggi, lo Stato debba approfondire una politica di defiscalizzazione, riattivata dopo un’interruzione di qualche anno con la riforma fiscale del 2018.

In realtà si pongono le basi per rimettere in discussione, a breve-medio termine, quelle stesse piccole concessioni che oggi si fanno.

Il terzo elemento è la cosiddetta logica che sottintende la riforma: cioè l’idea che una diminuzione delle imposte sugli utili delle persone giuridiche rafforzi la competitività fiscale del Cantone, attiri quindi imprese, aumenti le imposte, l’occupazione, avviando così un circolo virtuoso del quale tutti potranno beneficiare.

Si tratta di ragionamenti che esistono solo sui libri di economia (quelli di impostazione neoclassica evidentemente) ma che ricevono sempre maggiori smentite dalla realtà, quella concreta, quella che vivono migliaia di salariati sui posti di lavoro, o decine di migliaia di cittadini e cittadine sempre più alle prese con difficoltà reddituali e con servizi pubblici inadeguati alle sue necessità.

Proprio nei giorni scorsi abbiamo assistito all’annuncio che il gruppo Mikron ha deciso di mettere a dieta i lavoratori: cioè per un numero cospicuo di lavoratori (verisimilmente almeno la metà) dovrebbe scattare il ricorso alla disoccupazione parziale.

È un esempio, ma potremmo farne molti altri. Sono queste le aziende che Governo e Parlamento da ormai qualche anno continuano a beneficare di sgravi fiscali; aziende che poi, come vediamo, alla prima avvisaglia di una diminuzione dei profitti dimentica i “cari collaboratori”, le importanti “risorse umane” dell’azienda, che rifiuta di accollare qualche sacrificio agli azionisti e decide di scaricarli tutti sulle spalle dei lavoratori.

Ecco chi vuole premiare la RFFA, la riforma della quale discutiamo oggi, così come quella varata lo scorso anno.

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