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Nel 2011, il popolo e i lavoratori algerini erano stati protagonisti della prima “primavera araba” del Magreb che però, pur registrando un movimento di massa particolarmente combattivo, non era riuscita a rovesciare il violento regime autoritario di Bouteflika. A pochi anni di distanza, è evidente che i conti erano stati solo rimandati: dal febbraio di quest’anno, il nuovo e ancor più massiccio movimento Hirak è riuscito a farla finita con l’anziano presidente, che aveva dovuto dimettersi.

L’operazione del regime è stata quella di tentare un cambio di facciata, convocando delle elezioni piuttosto truffaldine per imporre la sua fin troppo evidente manovra: collocare un volto nuovo (ma fino a un certo punto) al potere senza però concedere la benché minima riforma politica o economica in un paese schiacciato da una tremenda crisi e con uno dei regimi più repressivi -e longevi- della regione. Infatti, uno dei dati curiosi è che quasi tutti i suoi esponenti di rilievo (compreso il generale Ahmed Gaïd Salah, capo dello Stato maggiore dell’esercito ed eminenza grigia del regime) sono sull’ottantina d’anni, incarnando così un vero “stato fossile” di questo sistema politico.

Le elezioni, pur essendo state boicottate in massa dalla popolazione (è andato a votare meno del 40% dei votanti) hanno prodotto il risultato previsto: l’elezione a capo del governo di un altro dinosauro, Abdelmadjid Tebboune, politico che personifica la corruzione imperante nei circoli del potere in Algeria. Pubblichiamo, anche se in ritardo, un articolo che offre un’idea molto chiara di quale sia la posta in gioco e il livello dello scontro in questi mesi in Algeria.

Il 12 dicembre, il potere reale, il potere di fatto, incarnato dallo Stato maggiore dell’esercito, ha organizzato delle elezioni e ha mobilitato tutte le forza di cui dispone, in termini di forze di sicurezza e di reti di fedeli, per imporre una soluzione autoritaria. Ma in tutta l’Algeria il popolo è sceso in piazza per dire no alle elezioni controllate e decise dal vecchio regime.

Giovedì 12 dicembre, il popolo ha dimostrato di aver resistito a tutti i tentativi d’intimidazione, alla propaganda ufficiale su tutte le catene televisive, su tutti i giornali che, per quindici giorni, hanno condotto una campagna contro un sedicente intervento straniero da parte dell’Unione Europea, utilizzando lo spauracchio del movimento per l’autonomia della Cabilia, o utilizzando altre povere scuse simili per intimorire il popolo e incitarlo ad andare a votare.

Il popola ha votato nelle piazze

Eravamo migliaia a Costantina, una delle più grandi manifestazioni mai viste in questa regione, erano centinaia di migliaia ad Algeri, durante tutto il giorno e fino a tardi, di notte. E dappertutto in Algeria. In Cabilia, particolarmente a Bejaia, dove si è registrato uno sciopero generale, le elezioni non hanno avuto luogo. Nessun seggio elettorale è stato aperto, a parte quello vicino a una caserma, dove sono stati costretti a buttar giù un muro della stessa per permettere ai soldati di andare a votare senza esser notati a causa delle manifestazioni davanti al seggio, dato che la popolazione voleva proteggere il proprio voto.

Ieri le elezioni sono state una forzatura autoritaria, ma era prevedibile.

Oggi, la lotta continua, ponendo all’ordine del giorno più che mai la necessità della nostra organizzazione. Perché ieri abbiamo osservato che in tutte le regioni, in tutte le comunità, in tutti i luoghi dove esistono gruppi auto-organizzati, dei comitati popolari, non c’è stata nessuna votazione, non sono riusciti ad imporsi. Al contrario, nessuno è andato a votare e senza nessuna violenza.

L’organizzazione è quindi più che mai all’ordine del giorno

Mentre rivendichiamo che “il sistema se ne vada”, dobbiamo costruire l’alternativa a questo stesso sistema. Nessuno può immaginare di affossare un sistema senza averne preparato uno alternativo, cioè un potere popolare basato sull’auto-organizzazione, sia nei comitati di fabbrica che nei sindacati in lotta e soprattutto nei comitati popolari di tutte le regioni del paese. E’ la loro costruzione, la dinamica di costruzione dell’auto-organizzazione, che sostituirà l’attuale sistema.

Da parte loro, dopo le elezioni designeranno un candidato, scelto fra i cinque candidati, tutti usciti dal regime, chi primo ministro, chi ministro, chi capo di gabinetto o altro. A prima vista, si potrebbe trattare di Madjid Tebboune, il nome del quale è strettamente legato a un affaire di 70 tonnellate di cocaina.

E quindi venerdì, il popolo si mobiliterà per gridare “Taboune cocaina” e “Pacifica, pacifica, la rivoluzione continua”. E’ ciò che succederà oggi.

Questo specchietto per le allodole che pretendono propinarci rimpiazzando Bensalah (il presidente ad interim che aveva sostituito Buteflika, N.d.T.) non ha nessuna possibilità di riuscita. Ma affinché non riesca questa operazione, bisogna affermare la nostra alternativa, un processo costituente, una assemblea costituente sovrana basata sul controllo popolare, sull’auto-organizzazione, sui bisogni sociali della maggioranza. E’ questa l’alternativa che dobbiamo contrapporre a quello che ci vogliono imporre, solo una facciata rinnovata della continuità del sistema liberale.

Ed ecco ciò che faremo: continuare la lotta, organizzarci meglio per combattere questo sistema e andare fino in fondo col cambiamento radicale voluto dalla maggioranza del popolo e della gioventù, avanguardia di questo movimento.

*membro del Partito Socialista dei Lavoratori (Algeria)

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