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La 25a Conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP25) inizierà il prossimo 2 dicembre a Madrid. Questo vertice era stato originariamente programmato a Santiago, ma il presidente cileno ha preferito rinunciare. Le COP radunano regolarmente 10’000 persone: bisognava quindi evitare ad ogni costo che potessero testimoniare la selvaggia repressione poliziesca della rivolta contro la politica ultraliberale del governo di Piñera.

Ricordiamo che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite è stata adottata al Vertice della Terra di Rio nel 1992. Essa stabilisce per gli Stati l’obiettivo di impedire una “ perturbazione antropica pericolosa ” del clima terrestre. La realizzazione di questo impegno di principio dovrebbe essere garantito dalle Conferenze delle Parti (COP), che si riuniscono annualmente dal 1995. L’incontro di Madrid sarà quindi il venticinquesimo.

Un bilancio negativo dalla A alla Z

Il bilancio di questo processo è negativo dalla A alla Z. Dalla COP1 alla COP24, i governi si sono concentrati sulla ricerca di modi per evitare di ridurre le loro emissioni, o per farle ridurre ad altri, o per far finta di ridurle trasferendole, o per ottenere nuovi mercati per compensare il loro impegno a ridurle a dosi omeopatiche, o per far passare l’idea assurda che rinunciare ad abbattere un albero sia la stessa cosa che non bruciare combustibili fossili.

Il risultato di tutte queste gesticolazione è che le emissioni annuali del principale gas a effetto serra, il CO2, sono superiori di oltre il 60% rispetto al 1990 e stanno aumentando ancora più velocemente oggi rispetto al XX° secolo. Di conseguenza, la concentrazione atmosferica di CO2, che nel 1990 era di 350 ppm [1], è attualmente di 415 ppm. Questo livello non ha precedenti dal Pliocene, cioè circa 1,8 milioni di anni fa. All’epoca, il livello del mare era dai 20 a 30 metri più alto di oggi…

Crimini contro l’umanità e la natura

Il testo adottato a Rio non definisce il livello di “ perturbazione antropica pericolosa “. Questa importante lacuna è il frutto delle pressioni delle multinazionali del petrolio, del carbone e del gas, nonché dei numerosi settori dell’economia capitalistica che dipendono direttamente da queste fonti di energia fossile (industria automobilistica, petrolchimica, cantieristica navale e aeronautica, etc.). Fedelmente sostenuti dagli Stati al loro servizio, i maggiori gruppi petroliferi e carboniferi hanno anche pagato milioni di dollari a pseudo-scienziati per diffondere nell’opinione pubblica grossolane menzogne climatico-negazioniste.

Dal 1992 si è fatto di tutto, senza il minimo scrupolo, per sfruttare il più a lungo possibile le riserve fossili ed evitare così lo scoppio di una “bolla di carbonio“. I responsabili di queste manovre, e i loro complici politici, dovrebbero essere assicurati alla giustizia e condannati per crimini contro l’umanità e contro la natura.

Massimo 2°C o 1,5°C?

Si è dovuto attendere la COP21 [Parigi, 2015], un quarto di secolo dopo Rio, affinché venisse finalmente presa una decisione sul livello di riscaldamento da non superare. L’accordo adottato nella capitale francese afferma che l’obiettivo della politica climatica è quello di “mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C e di continuare gli sforzi per non superare 1,5°C“. Ma questo testo ambiguo (qual è l’obiettivo: 2°C o 1,5°C?) non menziona alcun mezzo di azione e non prevede sanzioni contro i paesi che non fanno la loro parte in questo sforzo. Non cita nemmeno i combustibili fossili, che sono la causa principale dell’aumento dell’effetto serra!

Il rapporto speciale dell’IPCC, pubblicato nell’ottobre 2018, non lascia dubbi[2]: contrariamente a ciò che i media e i politici ci dicono da più di vent’anni, un riscaldamento di 2°C sarebbe troppo pericoloso per i non umani e gli esseri umani. Un esempio tra i molti: la calotta polare della Groenlandia contiene abbastanza ghiaccio per innalzare il livello del mare di 7 metri. Ora, gli specialisti ritengono che il punto di non ritorno della sua dislocazione si situi tra 1,5°C e 2°C di riscaldamento…

Lo spettro del “pianeta forno”

Non c’è un congelatore in cui mettere il globo per rinfrescarlo. In altre parole, una volta innescata, la dislocazione di quella Groenlandia (o di qualsiasi altra calotta di ghiaccio) sarà impossibile fermarsi finché non si raggiunge un nuovo equilibrio energetico del sistema Terra. Nel frattempo, questa dislocazione potrebbe provocare ad una serie di “retroazioni positive” [3]: la trasformazione dell’Amazzonia in savana, la dislocazione dei giganteschi ghiacciai antartici[4], la fusione irreversibile del permafrost… Un enorme effetto domino climatico che potrebbe portare rapidamente ad un aumento da 4 a 5°C della temperatura media della superficie terrestre.

Gli esperti temono che questa ondata di riscaldamento spingerà il mondo fuori dal regime relativamente stabile in cui ha oscillato per 1,5 milioni di anni (alternando periodi glaciali e interglaciali). La Terra entrerebbe allora in un nuovo regime, simile a quello del Pliocene: il “pianeta forno“. È impossibile immaginare un simile passaggio, ma una cosa è assolutamente certa: se la nostra specie sopravviverà, non sarà con una popolazione di sette o otto miliardi di persone, e i poveri saranno certamente le principali vittime del cataclisma – la principale “variabile di aggiustamento” (espressione tristemente nota)… La disgustosa politica disumana nei confronti dei migranti permette a tutti di immaginare i contorni di questa futura barbarie.

È ancora possibile rimanere al di sotto di 1,5°C?

L’attuale riscaldamento è di circa 1,1°C rispetto all’era preindustriale. Con l’attuale tasso di emissioni, la soglia di 1,5°C sarà raggiunta intorno al 2040. Occorre fare ogni sforzo per evitare che ciò avvenga. Ma è ancora possibile? Purtroppo, questo non è per nulla, ma proprio per nulla, certo!

Il rapporto relativo agli 1,5°C propone quattro scenari indicativi di stabilizzazione al di sotto della soglia di pericolo (con una probabilità di successo pari solo al 50%!)[5]. Tre di questi quattro scenari devono essere respinti. Si basano infatti sull’idea insensata di un “superamento temporaneo” di 1,5°C seguito da un successivo raffreddamento ottenuto con l’impiego di alcune tecnologie.

Si tratta delle cosiddette tecnologie “a emissioni negative“; queste tecnologie dovrebbero rimuovere il carbonio dall’atmosfera. Tuttavia, supponendo che funzionino (e su scala sufficiente!) [6], e supponendo che il carbonio rimosso dall’atmosfera possa essere stoccato in luoghi sicuri, dai quali non potrà sfuggire, la situazione è così tesa che c’è un rischio reale che il “superamento temporaneo” provochi incidenti irreversibili. Ad esempio, l’inizio della dislocazione della calotta polare in Groenlandia…avrebbe un effetto domino che porterebbe al “pianeta forno“!

Il quarto scenario consentirebbe di rimanere al di sotto di 1,5°C senza “superamento temporaneo“, cioè senza l’utilizzazione delle cosiddette “tecnologie ad emissioni negative“. Ciò implica una drastica riduzione delle emissioni nette globali di CO2: -58% entro il 2030, -100% entro il 2050, emissioni negative tra il 2050 e il 2100. [7]

Questo scenario non può essere accettato nella sua forma attuale, perché implica (come gli altri) un forte aumento della quota di energia nucleare (+50% nel 2030, +150% nel 2050, ovvero circa 200 centrali aggiuntive, con un notevole aumento del rischio di conflitto nucleare). Tuttavia, si può dedurre che la necessaria riduzione delle emissioni non può essere ottenuta senza una significativa riduzione dei consumi energetici globali (dell’ordine del 20% nel 2030 e del 40% nel 2050, o anche di più) e che tale riduzione è a sua volta irrealizzabile senza una significativa riduzione della produzione e dei trasporti [8].

Urgenza di un piano di emergenza

È troppo tardi per evitare il disastro: sta crescendo intorno a noi. Ciò è dimostrato da ondate di calore più intense, cicloni e tifoni più violenti, scioglimento accelerato dei ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartide, innalzamento del livello del mare più rapido del previsto, tempeste e precipitazioni più violente, disturbi monsonici, incendi boschivi mortali e molti altri fenomeni ampiamente trattati dai media. Per non parlare della rapidissima distruzione della biodiversità (in parte causata dai cambiamenti climatici) e di altri aspetti della “crisi ecologica” (compreso l’inquinamento da sostanze chimiche di sintesi e nucleotidi radioattivi).

Il buon senso più elementare – o meglio, l’istinto di sopravvivenza! – richiederebbe la rapida e più ampia elaborazione democratica di un piano di emergenza globale per salvare il clima e la biodiversità nell’ambito di una giustizia sociale e climatica, riducendo così radicalmente le scandalose disuguaglianze sociali create dal neoliberismo. Questo piano dovrebbe socializzare i settori energetico e finanziario (senza sussidi o indennizzi) perché è l’unico modo per sbloccare il futuro climatico. Dovrebbero essere eliminate tutte le produzioni inutili e dannose (armi, ad esempio!) e tutti i trasporti inutili, poiché questo è il modo più semplice per ridurre drasticamente e molto rapidamente le emissioni. Ciò consentirebbe un margine di manovra per investire nell’efficienza energetica (compresa la ristrutturazione/isolamento degli edifici) e per costruire un nuovo sistema energetico basato al 100% su fonti rinnovabili.

Cambiare paradigma: cura vs. produzione, bisogni reali vs. profitto

Nell’ambito di un simile piano, l’agroindustria, l’industria della carne, la pesca industriale e la silvicoltura industriale dovrebbero essere sostituite rispettivamente dall’agro-ecologia, dalla piccola pesca, dalla pastorizia e dalla silvicoltura ecologica. Questi profondi cambiamenti, che fanno parte di una prospettiva di sovranità alimentare ed energetica, consentirebbero di ridurre sostanzialmente le emissioni, proteggere la biodiversità, migliorare la salute e creare centinaia di milioni di posti di lavoro utili e sensati.

Ma la realizzazione di questo piano necessita un totale cambiamento di paradigma. Il profitto deve essere cancellato di fronte ai bisogni reali, il produttivismo deve lasciare il posto alla cura dell’uomo e dei non umani. Si tratta di riparare i danni causati dal capitalismo, dal colonialismo e dal patriarcato. Ciò significa di dare la Sud nel suo complesso i mezzi per uno sviluppo senza emissioni di carbonio, di offrire a tutti gli essere umani una sicurezza sociale degna di questo nome, di garantire alle donne pari diritti e il controllo sulla loro fertilità, e di sviluppare notevolmente il settore pubblico, quello para-pubblico e non mercantile. Con la creazione di nuove attività e la drastica riduzione dell’orario di lavoro a 15 ore settimanali (senza diminuzione di salario e con ritmi di lavoro meno intensi) [9], la piena occupazione diventerebbe una domanda sia ecologica che sociale. La condivisione del lavoro necessario è essenziale affinché tutti possano partecipare democraticamente all’elaborazione e all’attuazione del piano, nonché ai compiti domestici.

Non c’è via d’uscita dalla crisi sistemica se non un’alternativa anticapitalista. Per fermare il disastro e prevenire il cataclisma, è imperativo produrre meno (produrre cioè per la soddisfazione dei bisogni reali), trasportare meno (la maggior parte dei trasporti mira solo a massimizzare i profitti delle multinazionali) e ripartire di più (prima di tutto ripartire la ricchezza e ridistribuire il lavoro necessario). Questa prospettiva ecosocialista è necessaria anche per uscire dalla crisi di civiltà generata dal capitale, perché non c’è libertà possibile nell’illusoria ricerca di un consumo illimitato, costruito su uno sfruttamento illimitato della Terra e degli esseri umani. Il consumismo è solo una miserabile compensazione per un’esistenza miserabile.

Non vi è nulla da sperare dalle COP

Va da sé che questa alternativa non può arrivare dalle COP. Nel contesto di questi vertici, i governi stanno cercando – nel migliore dei casi! – di risolvere la quadratura del cerchio: evitare il cataclisma garantendo al contempo la continuazione dell’accumulazione del capitale e il mantenimento del regime neoliberale (in altre parole, il regime necessario all’accumulazione in un contesto di tassi di profitto in calo e di sovrapproduzione generalizzata). Ecco perché, nonostante i protocolli, le tasse sul carbonio, le quote di emissione negoziabili, lo “sviluppo pulito”, la “finanza del clima”, le COP annuali e tutto il resto, l’accumulazione capitalista, come un automa, continua senza sosta a spingere l’umanità verso il “pianeta forno“.

Più di un quarto di secolo dopo Rio, di COP in COP, il cataclisma si avvicina. La COP25 non invertirà questa tendenza. Uno dei principali punti in discussione sarà il nuovo “meccanismo di mercato” previsto dall’accordo di Parigi (articolo 6). Tale meccanismo dovrebbe comprendere ed estendere i sistemi – in gran parte fasulli – di “compensazione delle emissioni di carbonio” istituiti dopo il protocollo di Kyoto (i cosiddetti “meccanismi di sviluppo pulito” e l”attuazione congiunta“, oltre ai programmi REDD e REDD+). I dibattiti incompiuti sull’attuazione dell’articolo 6 della Convenzione di Parigi alla COP24 (Katowice) hanno dimostrato che la sfida è sempre la stessa: annullare con una mano, in pratica, gli impegni di principio che sono stati firmati con l’altra.

Il fallimento del capitalismo verde, un sistema senza via d’uscita

I media hanno elogiato il successo della COP 21. In realtà, i governi hanno fallito sulla questione di fondo, quella che determina la risposta del mercato alla sfida climatica: la fissazione di un prezzo mondiale del carbonio. Non sarà facile rimediare a questo fallimento. Quattro anni dopo Parigi, una pubblicazione del FMI testimonia in modo significativo dell’impasse nella quale ci si trova. Gli autori scrivono che il cambiamento climatico potrebbe causare “nell’ipotesi più estrema, l’estinzione umana“. Ma, purtroppo, continuano sostenendo che “l’eccessivo divario tra i rendimenti privati e sociali degli investimenti a basse emissioni di carbonio è probabilmente destinato a persistere in futuro, poiché i percorsi futuri per la tassazione e la determinazione dei prezzi del carbonio sono molto incerti, in particolare per ragioni di economia politica [sic]). Ciò significa che non solo non è disponibile un mercato per la mitigazione attuale del clima dato che i prezzi delle emissioni di carbonio non sono fissati; ma anche mercati per una futura mitigazione, cosa importante per il ritorno sugli investimenti privati in tecnologie, infrastrutture e capitali per la mitigazione del clima». [10]

Traduzione di questo incomprensibile linguaggio tecnocratico: bisognerebbe agire per evitare la scomparsa dell’umanità, ma non è redditizio; il divario di rendimento tra la sopravvivenza del 99% e i profitti dell’1% “probabilmente persisterà” perché non esiste una potenza mondiale capace di imporre un prezzo del carbonio che metta tutti i capitalisti su un piano di parità nella corsa al profitto. Quindi non facciamo niente. Non si può immaginare una migliore illustrazione del fatto che il capitalismo non abbia altro da offrire se non la distruzione e la morte.

L’incapacità dei governi di affrontare la crisi ecologica, in particolare quella climatica, non è il risultato di una misteriosa fatalità, o della perversione della natura umana, ma il risultato di cinque fattori strutturali: il produttivismo congenito del capitalismo ci impedisce di produrre meno; il regime di accumulazione neoliberale ci impedisce di elaborare un piano pubblico; la contraddizione tra l’internazionalizzazione del capitale e il carattere nazionale degli Stati ci impedisce di cogliere la sfida a livello globale; la crisi della leadership imperialista impedisce di garantire anche un minimo di ordine nel disordine capitalista (fattore ulteriormente aggravato dal negazionismo climatico di Donald Trump); infine, la crisi della democrazia borghese basata sulla demagogia elettorale impedisce di guardare al di là di un triennio. Tutto questo è il prodotto del sistema capitalistico nel suo stadio terminale che, come diceva Marx, “esaurisce le uniche due fonti di tutta la ricchezza: la Terra e il lavoratore”.

Fine del mondo, fine mese: un’unica lotta ecosocialista.

Pensare che una società basata sullo sfruttamento del lavoro, il razzismo, il patriarcato, l’omofobia, l’arroganza coloniale, la violenza, l’abuso di potere e la crescente disuguaglianza possa mantenere rapporti rispettosi, attenti, collaborativi, pacifici e prudenti con (il resto della) natura è assurdo. Come possiamo credere che non saremmo in grado di infliggere agli altri esseri viventi ciò che tolleriamo che venga inflitto a noi? Come possiamo immaginare che un sistema che sfrutta quotidianamente la forza lavoro rinunci a saccheggiare altre risorse naturali? Come possiamo presumere che una società possa rispettare i “servizi” che la natura le fornisce quando essa stessa disprezza i servizi forniti gratuitamente dalla metà dell’umanità, le donne, nel contesto della riproduzione sociale?

Non riusciremo a cambiare radicalmente il rapporto tra l’umanità e la natura senza modificare radicalmente le relazioni tra gli esseri umani. Prendersi cura di noi stessi in una maniera adeguata alla nostra umanità è la condizione sine qua non per prendersi cura di ciò a cui apparteniamo.

Fine del mondo, fine mese: stesso nemico, stessa lotta”: è lo slogan che abbiamo sentito riecheggiare nelle manifestazioni che hanno visto la convergenza dei Gilets jaunes e dei manifestanti per il clima in Francia; uno slogan che esprime bene esprime l’essenza del problema con il quale siamo confrontati: le lotte contro la distruzione sociale e le lotte contro la distruzione ecologica sono due dimensioni di una stessa lotta ecosocialista. E la soluzione non sta certo nell’esercitare maggiori pressioni sulle COP. Essa risiede invece nella convergenza delle lotte degli sfruttati e degli oppressi per un altro mondo necessario, possibile e desiderabile.

* articolo apparso sul sito di Gauche anticapitaliste il 25 novembre 2019. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

1. Le parti per milione (ppm) sono un’unità di concentrazione. 350 ppm di CO2 significa che, su un milione di molecole, 350 sono molecole di CO2. Durante gli 800’000 anni che hanno preceduto il XX° secolo, la concentrazione di CO2 è oscillata tra 220 e 280 ppm.

2. IPCC, rapporto speciale 1,5°C.

3. È così che vengono definiti gli effetti del riscaldamento che accelerano il riscaldamento.

4. I ghiacciai destabilizzati Thwaites e Totten (Antartide occidentale e Antartide orientale rispettivamente) contengono acqua a sufficienza per innalzare il livello del mare di circa 7,5 m.

5. IPCC, relazione speciale su 1,5°C, sintesi per i responsabili delle decisioni.

6. La più matura delle tecnologie ad emissione negativa è la bioenergia con cattura e sequestro del carbonio. Eliminare meno del 10% delle emissioni annue di CO2 in questo modo richiederebbe il sacrificio di circa il 20% della superficie agricola per la coltivazione di biomassa…

7. Per rispettare le “responsabilità differenziate” tra Nord e Sud, il 58% della riduzione globale implica riduzioni di circa il 65% nei paesi “sviluppati”.

8. Per quanto riguarda il consumo energetico, l’IPCC fa riferimento a cifre di -15% nel 2030 e -32% nel 2050. In realtà sono sottovalutate perché si basano sull’ipotesi che il nucleare aumenterà significativamente nel “mix energetico” (+59% nel 2030, +150% nel 2050 – pari a circa 200 centrali aggiuntive).

9. A parità di altri fattori, il numero massimo di ore di lavoro compatibile con il bilancio del carbonio residuo sarebbe di 16 ore/settimanali nei paesi OCSE (per un bilancio del carbonio di 2°C). Philipp Frey, “I limiti ecologici del lavoro”, Autonomia, aprile 2019.

10. WP/19/185 del FMI, settembre 2019.

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