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La giornata del 5 dicembre in Francia ha segnato un altro importante momento di mobilitazione contro il governo Macron e la sua riforma delle pensioni: uno sciopero che ha portato in piazza quasi un milione e mezzo di persone e con adesioni altissime in molti settori produttivi. Un’analisi della situazione di Robert Pelletier permette di comprendere le sfide, gli ostacoli e le potenzialità di questa nuova ondata di mobilitazione, verso la generalizzazione dello sciopero.

Dopo una prima giornata di mobilitazione ben riuscita, la parte più difficile resta ancora da fare: costruire la mobilitazione in termini di durata e allargarla oltre ai settori mobilitati il 5 dicembre. Questa sfida è ben accolta dal governo, il quale continua ad affermare che la riforma delle pensioni si farà costi quel che costi e persiste nel voler disgregare il fronte che si sta costruendo.

In primo luogo, il suo progetto di screditare il movimento tramite la diffamazione mediatica ha fallito. E questo non tanto per una mancanza di BFMTV o di CNEWS, che hanno occupato i loro schermi per tutta la giornata con le immagini delle “violenze” riprese ai quattro angoli della regione e nella città di Parigi. A conti fatti ad Édouard Philippe [primo ministro francese, ndt] non restava altro che rendere omaggio alle organizzazioni sindacali che hanno organizzato le manifestazioni… E allo stesso tempo i membri del governo hanno letteralmente occupato i media per tentare di convincere le persone dell’incongruità di queste manifestazioni. Ministri, portavoce e giornalisti obbedienti si sono destreggiati a spiegarci perché la riforma sarebbe giusta, che i sindacati e gli/le insegnanti non hanno capito niente. I tentativi di divisione e di screditamento si sono moltiplicati: una busta paga aggiuntiva per i lavoratori ospedalieri, vaghe promesse di non toccare nulla riguardo alle forze dell’ordine e un aumento di stipendio ai professori. Babbo Natale con 20 giorni di anticipo.

Ma vedendo che tutto ciò non ha avuto particolare presa, il governo sta cambiando marcia in termini di tempistiche. Da che inizialmente la discussione sarebbe dovuta durare alcune settimane, persino mesi, è stata compressa in qualche giorno. Mercoledì 11 dicembre, sapremo pressoché tutto e potremo passare rapidamente alle conclusioni dell’anno…

Guardare in faccia le difficoltà della mobilitazione

L’idea è di aggrapparsi alle buone grazie delle direzioni sindacali come quella della CFDT, favorevole alla riforma ma nelle condizioni di non poter ignorare tutte le rivendicazioni, a rischio di lasciare ancora una volta delle piume al posto dei propri iscritti dimissionari. E di permettere alle direzioni confederali o federali, meno disposte a costruire e sostenere la mobilitazione, di preparare una risposta in buon ordine.

I limiti della mobilitazione del 5 dicembre potrebbero facilitare tali manovre. Innanzitutto, la tiepida mobilitazione del settore ospedaliero, confrontata ad una lotta “professionale” di lungo respiro, ha dei sussulti legati alle divisioni sociali della professione stessa. Può darsi che, con delle speranze di essere meno maltrattati sulla questione delle pensioni, alcune persone tengano in considerazione la questione della punibilità. E soprattutto la flebile mobilitazione nel settore privato, malgrado la presa di coscienza della posta in gioco di fronte alla difficoltà di scioperare, incentiva la sensazione di perdita di sicurezza rispetto alla possibilità di vincere attraverso il blocco dell’economia. C’è il rischio di isolamento del settore pubblico.

Fare leva sulle forze di movimento

Ma, per ora, la forte mobilitazione del 5 sembra aver confortato i settori mobilitati. Lo sciopero è stato eccezionale nel settore dei trasposti e in quello dell’educazione. È stato forte anche in altri servizi pubblici. Anche se gli scioperi hanno accusato un calo questo venerdì, ci si è ripromessi di riprendersi fortemente la prossima settimana, facendo leva sulle giornate convocate il 10 prima e il 12 dicembre poi. Queste giornate di sciopero dovranno essere i punti d’appoggio sui quali costruire una lotta laddove è più difficile farlo, e di creare momenti di convergenza per i settori in sciopero prolungato. Il nostro obiettivo è che, malgrado i ritmi differenti, tutti entrino in sciopero.

L’incontro tra diversi settori è ciò che da fiducia. Le discussioni si moltiplicano a livello locale tra lavoratori dei trasporti, insegnanti, gilet gialli, e altri ancora. Questo serve a dare il ritmo alla mobilitazione, a rinforzarsi e discutere nelle questioni di fondo gli obiettivi del movimento stesso, le sue rivendicazioni.

L’intransigenza ma anche le esitazioni del governo mettono voglia di spingere a proprio vantaggio. Ma soprattutto è la collera immensa contro Macron e il suo mondo “rivelato” dai giubbotti gialli che potrà ben fornire il carburante necessario ad amplificare la protesta. I rinnovi già registrati fino a lunedì consentiranno di incontrare coloro che sono riluttanti a mobilitarsi, di discutere le pratiche per costruire la mobilitazione secondo la scelta degli obiettivi della battaglia, attraverso l’auto-organizzazione indispensabile per tappare i buchi lasciati dal calendario delle convocazioni sindacali. Moltiplicare gli incontri interprofessionali a livello locale, eleggere dei comitati per lo sciopero permetterebbe di solidificare il movimento, ancorandolo sul piano locale.

Una battaglia politica

Per portare il settore privato nel movimento non bisogna esitare a difendere le rivendicazioni che legano il pubblico e il privato, come la pensione a 60 anni a tasso pieno. Ma bisogna anche discutere, come si è fatto in modi disparati, di come orientare la battaglia contro Macron. Si, la battaglia per le pensioni è una battaglia contro un progetto di società retrograda, incarnata da Macron stesso. Bisogna spodestarlo, insieme al potere e al padronato di cui si serve. Costruire lo sciopero generale, spodestare Macron, è una lotta per un’altra società.


Fonte articolo: https://npa2009.org/actualite/social-autres/consolider-etendre-la-mobili…

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