“Non era pace, era silenzio”: il Cile resta in movimento
A due mesi dall’esplosione della più
grande ondata di protesta della sua storia recente, il Cile è ben lungi dal tornare
alla normalità, e anzi, nega che questa normalità sia mai stata tale.
L’«esplosione sociale», come la chiamano a Santiago, iniziata il 18 ottobre,
sta scuotendo in profondità società e politica. Dopo gli annunci guerreschi del
presidente di destra Piñera, il governo è stato in realtà costretto a un
approccio meno aggressivo: la repressione in piazza continua a esserci, e sale
il numero dei feriti dai proiettili della polizia, ma senza l’escalation
militare che sembrava incombere, e senza più il coprifuoco. Maggioranza e
opposizioni parlamentari, inoltre, hanno sottoscritto un accordo per la
scrittura di una nuova costituzione, che superi definitivamente quella lasciata
in eredità dalla dittatura di Pinochet. Un accordo non privo di punti critici,
e che non ha certo spento la rabbia della piazza, ma che apre a una svolta
storica nella storia cilena. Fuori dall’agone rappresentativo, la piazza
continua a riempirsi, riappropriandosi di simboli finora tabù, dall’eredità
indigena al mito di Allende e dell’Unidad Popular, e strabordando in ogni
ambito: nascono assemblee di vicinato anche nei quartieri più impensabili, le
amministrazioni locali lanciano consultazioni popolari sulla violenza della
polizia e la nuova costituzione, un intero paese si è messo a parlare di
politica come non accadeva decenni.
Il rifiuto della normalità
«Non era pace, era silenzio»: non lascia dubbi, la gigantesca scritta sull’obelisco che segna l’ingresso orientale di Plaza Baquedano (o, come la chiamano ancora in molti, Plaza Italia, vecchio nome dovuto al monumento alla comunità migrante italiana che ancora ospita), il centro nevralgico di Santiago, ribattezzata dai manifestanti «Plaza de la Dignidad». E in effetti, a camminare per la capitale cilena si ha l’impressione di essere di fronte a qualcuno che è stato in silenzio troppo a lungo, e che ora che ha aperto bocca non riesce più a chiuderla, come l’emigrante di ritorno Pasquale Amitrano nella scena finale di Bianco, rosso e Verdone. I muri della città sono completamente ricoperti di scritte, strati su strati di vernice, parole accavallate l’una sull’altra senza un centimetro libero. E non solo in centro: nel quartiere upper middle class di Providencia, tra una villetta e l’altra, ogni saracinesca abbassata ospita un grido contro Piñera e la polizia, un’ode alla rivolta, un invito a non abbandonare la lotta.
Due mesi dopo quello che ormai viene comunemente chiamato l’estallido social, l’esplosione sociale, i giorni più tesi sono dietro le spalle, e Santiago è tornata a brulicare di attività, soprattutto nelle sue aree più moderne e luccicanti. Il coprifuoco è finito, i mezzi pubblici hanno ricominciato a circolare, seppure a orario ridotto e senza fermare nelle stazioni della metro devastate dalla protesta, e il Costanera Center, il gigantesco shopping mall all’americana ospitato nel grattacielo più alto dell’America latina, è strapieno anche di domenica di famiglie alla ricerca dei regali natalizi. Ma quest’aria di normalità fatica a reggere di fronte agli strati di lamiera che ancora ricoprono le vetrine di banche e molti negozi, a loro volta ricoperti di scritte, ai segni di bruciatura sull’asfalto lasciati dal fuoco delle barricate, alle pubblicità sistematicamente sfregiate con segni rossi su un occhio di ogni persona in foto, a segnalare le ferite agli occhi dei manifestanti lasciate dai pallini della polizia.
«Non c’è normalità», si legge sui
muri, insieme all’onnipresente «Chile despiertó»
(«Il Cile si è svegliato»), slogan che si gioca l’egemonia su magliette, muri e
striscioni con l’altrettanto diffuso «Hasta que la dignidad se haga
costumbre» («Finché la dignità non si farà uso comune»). Il
messaggio è lo stesso, e racconta di un recente passato di normalità illusoria,
un lungo sonno da cui ci si è svegliati, una fase di inerzia e passività a cui
non si intende tornare. L’attacco, per nulla velato, è alla retorica dominante
degli ultimi due decenni: il Cile post-Pinochet era l’eccezione
liberaldemocratica nella turbolenta America latina dei populismi di inizio
secolo. «Dal 1990 in poi ci hanno raccontato che eravamo l’unico paese
‘normale’ nel continente – racconta un’attivista – Un paese ricco, stabile,
avanzato, immune dal caudillismo, con
un’economia e una politica solide. Ma era tutto finto: abbiamo il record mondiale
di disuguaglianze, l’economia è tuttora basata sull’estrattivismo, e ci governa
la stessa élite di destra dei tempi della dittatura». Ora, in centro a
Santiago, a due passi dalla modernissima e lussuosissima sede locale del Banco
di Santander, il palazzo presidenziale della Moneda è completamente blindato,
con transenne e truppe di carabinieri che vietano di avvicinarsi oltre i cento
metri a chiunque, turisti compresi.
La normalità era un sogno mendace,
insomma, da cui almeno una parte del paese è contenta di essersi svegliata. Il
neoliberismo imposto dalla dittatura ha prodotto una crescita economica basata
molto di più sullo sfruttamento di risorse naturali a fini di export che sulla
manifattura: qui si estrae un terzo del rame venduto al mondo, e il carbone
alimenta centrali termoelettriche gestite da multinazionali straniere, tra cui
l’italiana Enel. E nonostante gli sforzi del governo e dei media conservatori
di cambiare argomento e tornare allo status quo ante, il ritmo della protesta
non rallenta, e si è fatto a sua volta normalità. Sulle pagine Facebook vicine
al movimento si aggiorna quotidianamente il conteggio del nuovo calendario,
quello iniziato il 18 ottobre. Le manifestazioni del venerdì continuano a
riempire Plaza de la Dignidad. E nelle ultime settimane altre piazze sono
sorte, in giro per Santiago e nel resto del paese: si tratta dei
cosiddetti cabildos, assemblee di quartiere
che discutono di come portare avanti il movimento e di come dargli basi locali.
Una dinamica nuova per un paese abituato a meccanismi di piazza molto
strutturati e soprattutto riservati a minoranze politicizzate: è presto per
dire se queste assemblee, simili a quelle sorte in seguito al 15M in Spagna,
riusciranno davvero a raccogliere le persone che si sono mobilitate in queste
settimane e a durare nel tempo; per ora, già il fatto che nelle piazze di tutti
i quartieri, compresi quelli più tranquilli e benestanti, ci siano assemblee
serali in cui si parla di politica, all’aperto, trasversalmente alle
appartenenze, pare una novità eccezionale.
Un risveglio popolare
Come in Spagna, anche in Cile la
transizione post-dittatura, per raffreddare le tensioni e permettere a vittime
e carnefici di coabitare più o meno tranquillamente nel gioco democratico, si è
basata su una generale depoliticizzazione. Due generazioni di cileni, quella
dei reduci del colpo di stato, da una parte e dall’altra, e quella cresciuta
dentro la dittatura, hanno sostanzialmente rinunciato a battaglie aperte e
radicali. Non è un caso se i primi scricchiolii di questo consenso sono
arrivati con l’ingresso in campo di una nuova generazione, quella di chi nel
2006 manifestava nelle scuole, nel 2011 nelle università e ora popola le
piazze.
Il clima è cambiato, si parla di
politica a ogni angolo: in autobus, per strada, perfino sul lavoro. Al Museo
della Memoria messo in piedi dall’ex presidentessa socialista Michelle Bachelet
per commemorare le vittime della dittatura (seppure in una maniera che evita
attentamente di raccontare i tre anni che precedettero il golpe e le vicende
del governo Allende), i giovani studenti che fanno da guide ai turisti
stranieri non possono fare a meno di confrontare la repressione di allora con
quella di oggi, e le visite guidate si trasformano in discussioni pubbliche su
quello che sta succedendo in queste settimane.
Il passato torna in una maniera che,
se appare scontata dall’Italia, dove tutto ciò che si sa del Cile viene dalle
canzoni degli Inti Illimani, di Victor Jara e di Violeta Parra, e dove la
memoria della solidarietà con gli esuli ha tenuto particolarmente vivo il mito
dell’Unidad Popular, è completamente inaspettata in patria. In Plaza de la
Dignidad, le manifestazioni del venerdì cantano El
derecho de vivir in paz e El pueblo unido jamás será
vencido, sventolano bandiere con le facce di Jara, scrivono sui muri
«Lotta come Violeta Parra»: tutte novità piuttosto inaspettate, secondo gli
autoctoni. «È un repertorio che conosciamo, ma che non abbiamo mai visto usare
in piazza in questa maniera – racconta un militante che ha vissuto in piazza
gli anni della transizione – Come mai avevamo visto usare in piazza la bandiera
nazionale».
Anche questa è una dinamica che abbiamo già visto nelle piazze del 2011, in particolare in Grecia: nei grandi movimenti popolari, in cui la componente spontaneista è molto forte e le organizzazioni strutturate, pur contribuendo significativamente in termini di militanti, non hanno alcuna visibilità né l’agibilità di esibire troppo i propri simboli, la gente si riappropria dei simboli più familiari, quindi il repertorio della lotta alla dittatura (con il ritorno delle canzoni di cui sopra, a cui si accompagna l’ormai globalizzata Bella ciao) e la bandiera nazionale. Insieme a essa, gli unici vessilli a sventolare sono la bandiera mapuche, simbolo della componente indigena per la prima volta massicciamente integrata nella narrazione di movimento, e i bandieroni dei gruppi ultras delle squadre di calcio della capitale (in particolare la «Garra Blanca» del Colo-Colo e «Los de Abajo» dell’Universidad de Chile) che in queste settimane hanno dato un contributo visibile sia in termine di knowhow nel fronteggiamento con la polizia sia di capacità coreografica, dandosi il turno nell’agitare le proprie bandiere in cima al monumento equestre al centro della piazza e nel sostenere la stessa piazza con i propri cori. Ha un’ascendenza almeno parziale in quel mondo, oltre che nelle rivisitazioni più recenti e popolari della cumbia, la canzone che in assoluto si sente di più cantare in piazza: «Ya van a ver/ Las balas que nos tiraron/ van a volver», letteralmente
Vedrete,
le pallottole che ci sparate addosso
vi ritorneranno contro
Risale invece alle proteste
studentesche del 2011 il mito del «Negro Matapacos» (letteralmente il «nero
ammazzacarabinieri»), un cane randagio che partecipava comunemente alle
manifestazioni di piazza fino alla sua morte nel 2017, e la cui immagine con un
fazzoletto rosso al collo è ormai un’icona su migliaia di poster, magliette e
murales.
Piazze enormi, in cui le
organizzazioni tradizionali della sinistra e dei movimenti sono praticamente
invisibili, la cui composizione sociale è molto trasversale (con una netta
prevalenza di giovani, ma con una presenza di adulti e anziani molto attiva) e
che vivono il momento della protesta in modi molto diversi: mentre in mezzo
alla piazza si canta e si balla, poche decine di metri più in là i
cosiddetti capuchos, gli «incappucciati» a
volto coperto, lanciano pietre alla polizia al di là di barricate incendiate.
Una coabitazione che non ha mancato di causare tensioni, ma che paradossalmente
è stata risolta dalla generalità della repressione: è talmente comune, ormai,
il lancio indiscriminato di quantità di lacrimogeni a dir poco inusuali per una
piazza italiana, nonché l’utilizzo di pallini di gomma (che hanno già accecato
oltre 300 persone) e l’attacco con furgoni a tutta velocità i cui idranti
sparano non solo acqua ma liquidi urticanti, che la necessità di stabilire una
linea di protezione dalla polizia e la solidarietà tra manifestanti violenti e non
si sono create nei fatti. E così si vedono pensionati con la maschera antigas e
signore perbene con il fazzoletto tirato su fin sotto gli occhi, che assistono
senza battere ciglio alla demolizione dei marciapiedi della piazza per farne
pietre da tirare alla polizia.
Gli scontri restano comunque un dato
secondario e, per quanto possibile, separato dalla piazza, seppure generalmente
accettato, ora che i saccheggi dei negozi sono finiti, e il clima è positivo.
Ora che la repressione continua a essere dura, ma il coprifuoco, con i suoi
ricordi spaventosi, è finito, in piazza c’è rabbia ma ci sono anche gioia e
soprattutto liberazione: la felicità di un’esperienza condivisa di
riappropriazione della propria città, della propria vita e del proprio destino
collettivo. Il venerdì sera si vedono giovani coppie fare aperitivo in un clima
surreale, bevendo pisco sour sui tavolini dei
bar sull’altro lato del fiume, con il fazzoletto legato al collo pronto a
essere sollevato, quando il vento porta da quella parte la nuvola dei
lacrimogeni.
Nuova Costituzione e cambiamento
sociale
Il clima di mobilitazione non deve
trarre in inganno: il Cile è ancora lo stesso paese che l’anno scorso ha eletto
presidente per la seconda volta Sebastián Piñera, il Berlusconi locale, nonché il
grande avversario delle mobilitazioni studentesche del 2011. Soprattutto nelle
fasce sociali più benestanti e nelle generazioni più anziane, anticomunismo e
antisocialismo, e, in generale, l’avversione a tutto ciò che sappia di
sinistra, di cambiamento, di radicalità, sono ancora fortissimi. Se sui muri di
Santiago si scrive, provocatoriamente, «1973 = 2019» è perché la possibilità
che, di fronte al sommovimento sociale, la risposta sia una svolta
ulteriormente a destra, o comunque una radicalizzazione autoritaria, è
concreta. Plaza de la Dignidad non è il Cile, e sarebbe sbagliato pensare che
lo fosse, soprattutto quando giornali e televisioni raccontano la protesta come
una serie di atti di vandalismo senza costrutto.
Ciononostante, secondo i sondaggi, il
60% dei cileni sostiene le ragioni della protesta: un consenso politico senza
precedenti, che segnala un’identificazione diffusa in questo movimento come
qualcosa di popolare e trasversale, diverso dal solito. L’assenza di simboli di
partito a vantaggio delle bandiere nazionali segnala in parte questo meccanismo
«populista», in grado di parlare a un mondo molto più ampio rispetto alla
sinistra radicale tradizionale. Il rapporto con i movimenti preesistenti, di
conseguenza, è complesso, e ciò vale soprattutto per il movimento sociale più
forte del Cile degli ultimi anni, quello femminista: se da una parte è
difficile per un movimento portatore di un livello di elaborazione già
avanzato, radicale e piuttosto esigente, adeguarsi allo stile di persone che a
quei percorsi non hanno partecipato, e rassegnarsi quindi a fare qualche
piccolo passo indietro, dall’altra le mobilitazioni di massa sono processi di
accelerazione temporale enormi, anche in termini di apprendimento, e quindi in
poche settimane anche i messaggi più duri possono essere metabolizzati da quasi
tutti. Da una parte, quindi, il movimento femminista mantiene una sua identità
separata, arrivando spesso in piazza con propri cortei specifici, dall’altra le
sue parole d’ordine, in particolare quelle trasmesse dalla famosa performance
«Un violador en tu camino», che ha esordito proprio in Cile, a Valparaíso, il
19 novembre scorso, come atto di denuncia delle violenze sessuali compiute
dalle forze dell’ordine, sono ovunque in piazza, tra cartelli, fazzoletti,
scritte sui muri.
In termini rivendicativi, seppure non
esista una piattaforma esplicita, le questioni poste dal movimento sono
fondamentalmente due: una nuova costituzione, che superi finalmente l’eredità
della dittatura e democratizzi in maniera significativa il paese; e una serie
di misure sociali che combattano le disuguaglianze enormi prodotte da
quarant’anni di neoliberismo.
Sul fronte costituzionale, il governo
è già stato costretto a cedere, e la maggioranza dei partiti presenti in
parlamento ha sottoscritto un accordo che prevede la celebrazione, in aprile,
di un referendum sulla possibilità di scrivere una nuova costituzione e sulla
modalità della Convenzione Costituente che sarebbe chiamata a redigerla (50% di
delegati dell’attuale parlamento e 50% di rappresentanti appositamente eletti,
oppure 100% direttamente eleggibile da parte dei cittadini). L’accordo è stato
criticato da alcuni settori del movimento per aspetti simbolici ma importanti,
come la denominazione di Convenzione Costituente e non di Assemblea
Costituente, anche se i poteri sono quelli, oltre che per alcuni dettagli
apparentemente tecnici ma di forte importanza politica che non sono ancora
stati chiariti, dalle regole per la rappresentanza di genere a quelle perché
sia garantita una presenza significativa di rappresentanti delle comunità
indigene. Il Partito comunista non ha sottoscritto l’accordo, considerando
troppo alto il quorum dei 2/3 con cui funzionerà la costituente, costringendo
ad accordi e compromessi, ma ha comunque annunciato che i suoi militanti
parteciperanno alla battaglia referendaria, mentre il Fronte ampio, coalizione
tra vari gruppi di sinistra e di movimento nata nel 2017, si è spaccato sul
tema, così come molti dei partiti che ne fanno parte, e Unità Sociale, una
specie di coalizione sociale che tiene insieme sindacati, organizzazioni
studentesche e varie piattaforme di movimento, ha fortemente criticato
l’accordo. Nonostante le critiche, la piazza ha festeggiato il risultato
ottenuto, e ci si prepara chiaramente a dare battaglia: è evidente, infatti,
che se la destra è stata costretta a cedere su un terreno così identitario come
la cancellazione della costituzione di Pinochet, è stato soprattutto grazie
alla pressione popolare dal basso, e il risultato non potrà essere conseguito
se questa pressione non continuerà a essere esercitata.
Se la costituzione è sicuramente il
tema di maggior significato simbolico tra quelli oggetto della protesta e di
maggior impatto diretto sulla governance, non è l’unico. La protesta è nata su
questioni materiali e continua ad avere al centro il rifiuto generalizzato del
modello neoliberista che il Cile ha sperimentato per primo e in maniera più
drastica. I temi sociali, dal no al nuovo Tpp (l’accordo di libero commercio
dell’area del Pacifico), allo smantellamento degli Afp (i fondi pensione
privati), sono su ogni muro di Santiago, e da lì rimbalzano direttamente in
parlamento. Già il 19 ottobre il governo ha fatto un passo indietro
sull’aumento delle tariffe del trasporto pubblico (la prima scintilla della
protesta), per poi essere costretto a promettere una «Nuova Agenda Sociale» che
comprende, tra le altre cose, l’aumento delle pensioni, l’istituzione di
reddito minimo garantito e il controllo delle tariffe energetiche, e la maggioranza
di destra ha improvvisamente sbloccato, in parlamento, progetti come il
matrimonio omosessuale e il taglio di stipendi e privilegi dei parlamentari.
Negli stessi giorni, il 24 ottobre, la Camera ha anche approvato in prima
lettura il progetto di riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali
proposte dalle deputate comuniste Camila Vallejo e Karol Cariola, ex
protagoniste del movimento studentesco del 2011. Dall’altra parte, il governo
ha proposto norme più repressive sul diritto di manifestazione, mentre l’ex
ministro dell’interno Andrés Chadwick, silurato da Piñera a fine ottobre, è
stato condannato ufficialmente dal parlamento per violazione dei diritti umani.
Se il rapporto con le organizzazioni
della sinistra, e in particolare con Partito comunista e Fronte ampio, è ben
più problematico di quanto fosse in passato in Cile, per non parlare di quello
con i partiti della ex Concertazione democratica, il centrosinistra guidato da
Democrazia cristiana e Partito socialista, non significa insomma che il
movimento si disinteressi dell’agenda legislativa, su cui, anzi, sta avendo un
impatto diretto. D’altra parte, le scadenze del processo costituente imporranno
presto la necessità di porsi la questione della rappresentanza, perché pare
improbabile che si rinunci a prendere la parola su una nuova costituzione la
cui origine è proprio in queste piazze. Il tema, per ora, non è all’ordine del
giorno, e paradossalmente il «movimentista» Fronte ampio, a causa delle
divisioni interne, sembra più in difficoltà, nelle relazioni con il movimento,
di quanto non sia il vecchio Partito comunista, meno aperto ma più coeso. Non è
detto, del resto, che da qui all’elezione della costituente (che sarà comunque
successiva al referendum di aprile) non emergano attori nuovi, sia sotto forma
disoggetti politici sia di candidature indipendenti legate simbolicamente alle
proteste.
Sempre che, chiaramente, si arrivi al
referendum e alla costituente. I settori più radicali della destra, parte di
un’élite che ha sempre considerato la democrazia una fastidiosa concessione da
centellinare a masse antropologicamente (per non dire razzialmente) inferiori,
stanno già provando a fare passi indietro sull’accordo. L’equilibrio tra
mobilitazione popolare, accordi parlamentari e consenso generale nel paese è
delicatissimo, e l’impressione è che basti pochissimo, da un calo nella
partecipazione alle proteste a un allentamento delle pressioni internazionali,
perché l’inerzia cambi e si apra una restaurazione autoritaria, mancando così
un’occasione senza precedenti nella storia recente del paese. Non è un caso se,
in questi giorni, molte amministrazioni comunali hanno promosso consultazioni
popolari sul processo costituente e sui temi sociali, per tenere alta la
pressione sul governo. «Il neoliberismo è nato in Cile e qui morirà», si legge
sui muri di Santiago. Sulle ali dell’entusiasmo, il Cile guarda a un futuro
finalmente libero dagli scheletri del passato, e sarebbe davvero un peccato se
questo entusiasmo e l’occasione storica che ha generato andassero sprecati.
* Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino). Questo articolo è apparso su https://jacobinitalia.it/ lo scorso 19 dicembre.