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L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani da parte degli Stati Uniti il 3 gennaio a Baghdad è un fulmine in un cielo già molto poco sereno. È un passo grave fatto da Donald Trump, la cui conseguenza principale sarà di approfondire ulteriormente il caos nella regione.

La risposta che arriva

Qassem Soleimani era una figura essenziale nel regime iraniano. Comandante della forza Al Quds, l’unità d’élite delle Guardie rivoluzionarie, era considerato il numero 2 del regime, dopo l’Ayatollah Khamenei, l’attuale leader supremo della rivoluzione islamica. Attaccando Soleimani, Trump ha quindi deciso di colpire duramente, con il rischio di provocare una o più risposte importanti dall’Iran, che ha dimostrato, negli ultimi mesi e anni, di essere in grado di agire militarmente ben oltre i suoi confini.

I “risultati” non si sono fatti attendere, con l’annuncio fatto dopo pochi giorni dall’Iran della sua emancipazione dall’accordo sul nucleare, liberandosi dal numero limite di centrifughe, e con il voto del parlamento iracheno su un testo che chiede la partenza delle truppe statunitensi di stanza ancora in Iraq. L’Iran ha anche annunciato la sua intenzione di “vendicare” militarmente l’assassinio del generale Soleimani, senza definire esattamente il tipo e la portata della risposta prevista. I probabili obiettivi sono i soldati, le navi e/o le basi statunitensi nella regione, nonché gli alleati degli Stati Uniti. Una cosa è certa: l’Iran risponderà, direttamente o attraverso uno dei gruppi armati ad esso collegati, perché l’affronto causato dalla morte di Soleimani non può, agli occhi del regime e della popolazione, rimanere senza reazione.

Antimperialisti, non campisti

Macron ha parlato al telefono con Trump domenica 5 gennaio per assicurargli “piena solidarietà”. Apprendiamo così, in un comunicato stampa dell’Eliseo, che “[Macron] ha espresso la sua preoccupazione per le attività destabilizzanti della forza Al Quds sotto l’autorità del generale Qassem Soleimani, ha ricordato la necessità che l’Iran vi ponga termine e si astenga da qualsiasi escalation militare che possa aggravare ulteriormente l’instabilità regionale”. Una posizione da lacchè dell’imperialismo americano con, all’indomani di una marcata aggressione, la stigmatizzazione dello stato assalito e il sostegno all’aggressore.

Dobbiamo esprimere, chiara e forte, la nostra condanna dell’assassinio di Soleimani, la nostra opposizione alle avventure militari omicide di Trump e dei suoi alleati, tra cui la Francia, e esigere che fermino tutti gli interventi e le interferenze militari nella regione. Il che non dovrebbe portarci, tuttavia, a ridipingere l’Iran come forza antimperialista, con un Soleimani eretto come martire e amico dei popoli oppressi. Quest’ultimo è in effetti, tra le altre imprese militari poco gloriose, colui che ha guidato l’intervento iraniano in Siria, destinato a distruggere, insieme alle forze russe, l’insurrezione anti-Assad, provocando centinaia di migliaia di morti e milioni di rifugiati e sfollati interni. Trump non ha dichiarato una guerra, ma ha gettato un’enorme tanica di benzina nel fuoco di una regione in cui rivalità interimperialiste, ambizioni degli imperialismi regionali e politiche autoritarie sono alimentate per schiacciare i popoli. Così una delle conseguenze dell’assassinio di Soleimani potrebbe essere l’indebolimento del movimento popolare in Iraq, in nome dell’unità nazionale, della solidarietà con l’Iran e dell’opposizione agli Stati Uniti. Per non parlare delle forze progressiste iraniane, a meno di due mesi dalla rivolta contro il carovita e contro il regime, represse nel sangue.

L’antimperialismo non può astrarsi dalle contraddizioni della situazione internazionale e regionale e cedere alla scorciatoia di una visione in bianco e nero delle dinamiche sociali e politiche. L’aggressione perpetrata dagli Stati Uniti non può in questo senso assolvere l’Iran dalla sua politica espansiva e reazionaria, dentro e fuori i suoi confini, né dalla sua politica di alleanza con la Russia imperialista di Putin. Questo significherebbe rendere un pessimo servizio alle forze progressiste iraniane, alle popolazioni della regione e la sfumatura dell’analisi non significa in alcun modo un indebolimento dell’opposizione assoluta alle politiche imperialiste degli Stati Uniti e dei suoi alleati, anzi al contrario. Ma noi non dimentichiamo le altre forze imperialiste e reazionarie e quindi riprendiamo come nostre le parole d’ordine dei nostri compagni dell’Alleanza dei socialisti del Medio Oriente e del Nord Africa: “L’opposizione ai bombardamenti e alle minacce di guerra da parte dell’imperialismo USA contro l’Iran può essere efficace solo se inscritta nella solidarietà con le forze progressiste e rivoluzionarie della regione del Medio Oriente e del Nord Africa e in totale opposizione ai governi autoritari e ai poteri imperialisti regionali ”(1).

(1) « Oppose U.S. and Iran War by Showing Solidarity with Uprisings in the MENA Region »

*articolo apparso sul sito del Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA). La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione del sito Prospettiva ecosocialista

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