Cronaca delle illusioni di un capitalismo “sostenibile”

di Alexander Dunlap*

L’energia rinnovabile su scala
industriale non fa nulla per ridefinire i rapporti di sfruttamento della Terra
e rappresenta piuttosto il rinnovamento e l’espansione dell’attuale ordine
capitalista.

L’energia rinnovabile non è la
soluzione che crediamo sia. Tra gli strascichi del movimento ambientalista
degli anni Settanta abbiamo ereditato la dicotomia “energia buona/cattiva” dei
combustibili fossili vs. le fonti rinnovabili, una premessa fuorviante, se non
addirittura falsa. I combustibili fossili sono stati correttamente individuati
come parte del cuore pulsante del capitalismo, dell’industrialismo e della
formazione degli Stati-nazione, le conseguenze del cui impiego sono state, da
un punto di vista ecologico, tragiche. Nel frattempo, l’energia rinnovabile su
scala industriale è emersa come la protagonista dei nostri tempi, additata come
la soluzione al nostro sempre crescente impiego di energia. Insieme alle politiche
di conservazione basate sulle leggi del mercato e al “capitale naturale”, è
considerata una delle principali forze contrastive rispetto al cambiamento
climatico e al degrado ecologico.

Con la diffusione della
cosiddetta green economy e dei provvedimenti legislativi in materia di
cambiamento climatico, il ricorso all’energia rinnovabile contempla lo
sfruttamento del vento, dei raggi solari e di altre “risorse naturali”
apparentemente infinite per far fronte a un consumo energetico su una scala
senza precedenti, e in continua espansione. Ciò nondimeno, contrariamente alle
dichiarazioni dei suoi sostenitori, la green economy non affronta
affatto in maniera adeguata il vero problema posto dagli attuali livelli di
consumo energetico indotti dagli imperativi della crescita neoliberista che
hanno nei fatti causato il disastro ecologico e il cambiamento climatico cui
siamo testimoni oggi. Prestare eccessiva attenzione alla questione tecnocratica
del consumo d’energia lascia spesso incontestata la violenza politico-economica
intrinseca al sistema sociale che questo tipo di energia alimenta.

L’energia rinnovabile applicata
su scala industriale non fa nulla per ridefinire i rapporti di sfruttamento
della terra e dell’ecosistema creato e riprodotto dal “popolo industrializzato”
uomini e donne acclimatati e dipendenti da uno stile di vita industriale
e capitalista. Le preoccupazioni eccessive circa le possibili soluzioni
energetiche interne al sistema-capitalismo in opposizione a trasformazioni
sociali più radicali dimostra la nostra incapacità di immaginare un altro modo
di vivere, rendendoci ciechi di fronte alla ben più profonda insurrezione che
il cambiamento climatico ha reso necessaria.

L’energia rinnovabile in scala
industriale e il sistema elettricità-centrico che questa alimenta rappresentano
il rinnovamento e l’espansione dell’attuale ordine politico e capitalista. Non
solo esistono già forme di malcontento sociale dovute alle diseguaglianze, alle
discriminazioni e allo sfruttamento amplificati dalle rinnovabili, ma il numero
di infrastrutture che ad oggi queste richiedono indica chiaramente i costi
ecologici implicati nella loro completa realizzazione. Gli impianti eolici o
solari che si estendono a perdita d’occhio per campi e declivi sono solo il
preludio all’aspetto che questo nuovo sistema energetico avrà. Da dove viene
tutto questo metallo, quanta energia può produrre? Che genere di società ne
deriverebbe?

Nel 1980 Russel Means, attivista
dell’American Indian Movement, spiegò la scomoda realtà delle estrazioni nei
territori dei nativi americani. Fronteggiando una stanza di comunisti
rivoluzionari e il loro desiderio di industrializzazione, Means disse:

«Oggi,
proprio in questo momento, noi che abitiamo nella riserva di Pine Ridge viviamo
in quella che la società occidentale ha designato come una “area di sacrificio
nazionale”. In parole povere significa che possediamo parecchi depositi di
uranio e che l’eurocultura (non noi) ne ha bisogno come fonte energetica. Per
le compagnie, il modo più efficace per ridurre i costi di estrazione e
lavorazione di questo uranio consiste nello sfruttare le stesse aree di scavo
come grandi discariche per i prodotti di scarto. Aree che sono proprio quei
luoghi che noi abitiamo. Scarti di questa natura sono però radioattivi e
renderebbero l’intera regione inabitabile per sempre. Ma tutto ciò sembra
essere, per l’industria e la società di bianchi che l’ha creata, un prezzo
“accettabile” da pagare in cambio dello sviluppo delle risorse energetiche.
Durante i lavori, contano anche di prosciugare la falda acquifera al di sotto
di quest’area del South Dakota – provvedimento necessario per il processo
industriale –, rendendo pari a zero qualsiasi speranza di mantenere vivibile la
regione. Lo stesso vale a sud per le terre dei Navajo e degli Hopi, nel nord
per i Cheyenne e i Crow, e ancora altrove. Più del 60% delle fonti di energia
su suolo americano si trovano sotto le riserve indiane: non c’è modo di
considerarlo un “problema minore”. Per gli Indiani d’America è una questione di
sopravvivenza nel vero senso del termine. Per i bianchi e per le loro industrie
riguarda invece la possibilità di continuare a esistere nella forma attuale.

Noi stiamo
opponendo resistenza all’essere trasformati in un’area di sacrificio nazionale.
Stiamo opponendo resistenza all’essere trasformati in un popolo di sacrificio
nazionale. Non accetteremo mai i costi di un simile processo industriale.
L’estrazione di uranio e il prosciugamento della falda acquifera equivalgono a
un genocidio, né più né meno. Di conseguenza le ragioni della nostra resistenza
appaiono ovvie e non avrebbero bisogno di ulteriori spiegazioni. Per nessuno»[1].

Esattamente come l’estrazione di
carboni fossili, anche l’insediamento e lo sviluppo dei parchi di energie
rinnovabili implica la nascita di queste “zone sacrificabili”, che molto spesso
corrispondono a terre indiane. Simili progetti si sono quindi dovuti
confrontare con la fortissima opposizione delle popolazioni rurali e indigene:
le battaglie contro l’estrazione tratteggiate da Means sono solo cresciute in
intensità. Aggrappandosi a categorie come “sviluppo sostenibile” e “economia
verde”, i progressisti insieme ad altri coscienziosi cittadini stanno guardando
al futuro del pianeta con meccanismi di controllo ambigui, pieni di conflitti
d’interesse. Il proliferare di standard ONU, di iniziative di responsabilità
sociale delle imprese, di società di revisione private oltre al cosiddetto
consenso libero, preventivo e informato (FPIC) sono solo “pillole di buone
intenzioni”. In sostanza, hanno coperto i costi reali dell’estrattivismo, che
riguardano in prima istanza le popolazioni indigene.

Il discrimen tracciato
tra i combustibili fossili e le energie rinnovabili implica un colpo di
spugna che maschera il progressivo degrado ambientale necessario a
sostenere le esigenze di una società di consumatori e della sua modernizzazione
ecologica. Le energie rinnovabili richiedono un immensa quantità di risorse
minerarie e combustibili, sia per la costruzione delle macchine necessarie per
l’estrazione sia per l’assemblaggio, il trasporto e la messa in funzione delle
pale eoliche e degli altri sistemi di energia rinnovabile su scala industriale.

Per tutte queste ragioni, invece
di considerare le rinnovabili come una soluzione ambientale “verde”, con la
loro applicazione su scala industriale sarebbero più che altro da definire come
“Carbon fossili +”.

Un esempio
pratico: l’energia eolica

Proviamo a circoscrivere la
discussione a una singola fonte di energia rinnovabile: il vento. L’energia
eolica è una sorta di testimonial delle rinnovabili in generale e sta
diventando sempre più uno degli approcci prediletti dei tentativi di
controllare il cambiamento climatico. Grazie al lavoro che ho svolto nell’istmo
di Tehuantepec, nella regione di Oaxaca in Messico, dove mi sono rifugiato per
sei mesi in una polícia comunitaria, sono stato testimone oculare delle
battaglie e delle conseguenze negative legate alla diffusione di questa forma
di energia pulita, nonostante questa continui ad essere incoraggiata e riceva
incentivi da programmi ecologici nazionali e internazionali.

Consideriamo, ad esempio, le
risorse necessarie per costruire una singola turbina eolica da 2 megawatt. Una
turbina necessita di circa 150 tonnellate di acciaio per le fondamenta di
cemento armato, 250 tonnellate di acciaio per il mozzo di rotore e la gondola
motrice e di 500 tonnellate di acciaio per la torre di sostegno, più 3,6
tonnellate di rame per megawatt. Per di più, la produzione industriale di
acciaio richiede per forza la combustione del carbone, dal momento che il
carbone metallurgico – o carbone termico – è un ingrediente cruciale del
processo. Ora, immaginiamo una regione come l’istmo di Tehuantepec, dove sono
state installate circa 1.700 pale eoliche che forniscono energia a Walmart,
Grupo Bimbo, cantieri industriali, siti estrattivi e ad altre compagnie o
industrie.

Queste turbine hanno bisogno di
ingenti lavori di scavo. Ma ogni step di questa attività – estrazione,
lavorazione, produzione, trasporto, costruzione e, per certi versi, gestione –
richiedono un enorme uso di carbonfossili, dato che viene troppo spesso
trascurato nel bilancio ecologico dell’energia eolica. Stando a un articolo di
Guezuraga e altri[2], i processi che implicano un maggior consumo di
energia e una più alta produzione di CO2per le turbine sono «la
produzione di acciaio inossidabile, seguita dal cemento armato e dalla ghisa»
mentre «la produzione di plastica rappresenta il processo in assoluto più
dispendioso dal punto di vista energetico». Se dal punto di vista dell’impiego
di carbone la produzione di acciaio, cemento armato e ghisa risulta quindi
essere la più inquinante, i costi ecologici di estrazione e lavorazione di
terre rare necessari all’insediamento di generatori magnetici permanenti
all’interno delle turbine eoliche vengono pubblicamente taciuti.

Da dove vengono questi minerali?
Qual è il costo ecologico della loro estrazione? Molte delle terre rare
necessari per l’installazione di turbine – come il disprosio, il praesodimio,
il neodimio, il terbio – provengono da città come Baotou, nella Mongolia
interna, e Ganzhou, nel sudest cinese, dove tra la fine degli anni Ottanta e il
2015 sono state lavorate circa l’85-98% delle terre rare usate per le turbine
eoliche, le macchine elettriche, gli smartphone e altri dispositivi
tecnologici.

Ma quali sono i costi?

Un reportage della BBC del 2015
definiva le aree di estrazione e lavorazione di Baotou «l’inferno sulla Terra»:
un terrificante, distopico landscape industriale soffocato
dall’inquinamento e riempito di fabbriche, oleodotti, cavi ad alta tensione e
laghi artificiali che spurgano «liquami neri, semi-liquidi e tossici» che
registrano circa tre volte il livello normale di radioattività[3].

L’estrazione di terre rare
peraltro è disastrosamente inadeguato. Estratti a cielo aperto, sottoterra o
percolati in-situ, i depositi di terre rare contengono «basse
concentrazioni di minerali desiderati che oscillano tra le 10 e le poche
centinaia di parti per milione per chilogrammo». Il fattore più preoccupante, tuttavia,
è il fatto che «i processi di estrazione e lavorazione per raffinare le terre
rare richiedono tendenzialmente notevoli quantità di energia, acqua e processi
chimici, con rischi significativi connessi agli sversamenti in acqua di
radionuclivi (principalmente torio e uranio), metalli pesanti, acidi e
fluoridi, allo smaltimento dei rifiuti e alle emissioni di gas».

L’energia eolica richiede quindi
un’attività mineraria ed estrattiva socialmente ed ecologicamente distruttiva,
che produce enormi quantità di scorie (o rifiuti) cariche di metalli pesanti,
torio e materiali radioattivi che finiscono nell’aria, nell’acqua, nel terreno,
negli animali e nelle persone – la quantità e l’incisività dei quali sono
difficili da misurare, non solo per motivi politici, ma anche epistemici –:
tutto ciò rende il calcolo del suo impatto sull’ecosistema non solo difficile,
ma di fatto impossibile.

Armory Lovins ha sottolineato
che, nonostante in teoria le turbine eoliche possano essere costruite anche
senza l’impiego di terre rare (turbine a ingranaggi), questa opzione non si dà
nella maggior parte dei pachi eolici industriali – in particolare negli
impianti eolici posizionati in alto mare o in zone estremamente ventose[4].
Come altre meraviglie industriali (come i computer o le tecnologie smart),
i parchi eolici continuano a richiedere livelli di estrazione che producono
rifiuti tossici e radioattivi, esclusi dal computo del carbone e spesso non
prese in considerazione nelle valutazioni, ormai datate, del ciclo di vita degli
impianti. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche sui tassi di ecocidio e
di violenza politica, rimane il fatto che la green economy sta
alimentando la richiesta di estrazioni disastrose di minerali ferrosi, rame,
petrolio e terre rare. Queste, a loro volta, sono parte integrante della
nascita ed espansione di aree sacrificabili che abbracciano intere regioni
della Cina e le montagne, i fiumi e le foreste di tutto il mondo.

I costi politici e ambientali di
sviluppo di questi sistemi di energia rinnovabile eolica sono altrettanto alti.
Le misurazioni, il posizionamento, le pratiche di contenimento e l’uso di
energia sono fondamentali per valutare la fattibilità e la sostenibilità
socio-ecologica a lungo termine delle turbine eoliche. Il che significa prendere
coscienza da un lato della quantità e dei luoghi degli impianti industriali,
dall’altro dei numerosi fattori politici e socio-geografici implicati nella
loro costruzione.

Ad esempio, mentre si sconsiglia
di posizionare questi impianti nelle terre di semisussistenza dei gruppi
indigeni, entro 1,5 km dalle abitazioni, in aree interessate da falde
acquifere, fattorie o zone pescose, questo è esattamente quello che si è
verificato nell’istmo di Tehuantepec. La costruzione e l’installazione delle
turbine richiede l’apertura di infrastrutture viarie che disboscano le aree
boschive, minacciano gli habitat animali e la compattezza del suolo.
Richiedono inoltre la posa delle fondamenta per le torri che penetrano nel
terreno, a seconda del sito, per 7-14 metri in profondità, per circa 16-21
metri di diametro. Le fondamenta necessitano inoltre il riempimento delle falde
freatiche con elementi chimici solidificanti prima di versare il cemento
armato. In seguito, durante il funzionamento, le fuoriuscite di olio penetrano
nel terreno in cui pascolano gli animali e nell’acqua da cui attinge l’uomo. E
tutto questo non tiene conto degli effetti della produzione del cemento, oltre
che della violenza del costruire parchi eolici – o di qualsiasi altra forma di
energia rinnovabile – nei territori indigeni. In aggiunta a tutto ciò, ciascuna
turbina eolica ha un ciclo di vita di appena 30-40 anni, dopo i quali viene
smantellata e, se tutto va bene, riciclata – cosa che, allo stato attuale,
viene comunque eseguita in maniera affatto soddisfacente.

Questa sfilza di fattori sono il
motivo per cui, di fatto, le energie rinnovabili dovrebbero essere ribattezzate
“carbonfossili +”. Il + indica da un lato i benefici aggiunti della componente
rinnovabile o del moltiplicatore presente nei sistemi di energia rinnovabile,
ma allo stesso tempo il riconoscimento della loro dipendenza da tecnologie
basate sui combustibili fossili e dall’estrattivismo. E poiché il +, la
“componente rinnovabile”, rimane dipendente dai carbon fossili, questa non può
essere considerata un fatto interamente positivo.

Il focus sui vantaggi
delle energie rinnovabili trascura una semplice, ma cruciale, domanda: a cosa
serve tutta questa energia? L’energia rinnovabile sta aprendo e ampliando nuovi
confini eolici, solari e di altre risorse naturali, e nel far ciò sta
ri-alimentando il capitalismo. In aggiunta all’industria privata, le agenzie
militari hanno iniziato ad interessarsi sempre più ai sistemi di energia
rinnovabile. Le stesse tecniche e tecnologie che stanno aiutando le compagnie a
espandersi in direzioni palesemente green verranno applicate alle
infrastrutture e agli equipaggiamenti delle forze militari. Che la questione
sia il solare nel Medio Oriente, l’eolico in Messico o le portaerei alimentate
a biocombustibili, questo tipo di relazioni facilita l’espansione del
capitalismo oscurandone al contempo le crisi laceranti – ostacolando così
qualsiasi azione efficace guidata dalle persone o, se vogliamo esser generosi,
dai governi.

L’industria e le agenzie di
sicurezza stanno cominciando a prendere coscienza delle loro operazioni
ecologicamente distruttive, e le forze repressive stanno cercando nuovi modi
per diventare ecologicamente “sostenibili”. Questo tipo di “violenza
sostenibile” non è solo il risultato di una governance cattiva. È
indissolubilmente legata all’estrazione industriale e agli sforzi per
risparmiare sulle azioni distruttive e repressive di governi, compagnie e
agenzie militari coinvolte nell’espansione di sistemi di energia rinnovabile su
scala industriale. Infine, le industrie di combustibili fossili – siano questi
carbone, gas naturali o petrolio – stanno cominciando a investire e a usare le
industrie rinnovabili per legittimare la propria attività estrattiva di risorse
e per diversificare le loro partecipazioni nel settore energetico.

Gli esempi variano dalla Gas
Natural Fenosa, che sta investendo nei parchi eolici in Messico, alla RWE in
Germania, che gestisce la più grande miniera di carbone del Paese e che ha dato
vita alla sua compagnia sorella green – Innogy – in modo da poter
investire nell’eolico e in altre rinnovabili dopo aver passato anni a
boicottarle e a esercitare pressioni contro di esse. Anche il Grupo Mexico sta
acquistando energia eolica del Messico e parchi solari negli USA per vestire di
verde la propria immagine. Nel frattempo, sta implementando l’estrazione di
materie prime con fonti rinnovabili. Con Andrea Brock ho definito questo
meccanismo il «nesso energia rinnovabile-estrazione», a dimostrazione dello
stretto rapporto tra queste forme di estrattivismo – legate al vento, ai gas
naturali, al carbone o al rame – necessarie allo sviluppo dell’energia
rinnovabile e il continuo assoggettamento della terra e dei suoi abitanti alla
società industriale.

Il nesso rinnovabili-estrazione
incarna la rete di industrie estrattive e fornitori di servizi che costituisce
lo scheletro dello Stato. Questa include il complesso sistema di finanziamenti,
collaborazioni e, talvolta, competizioni che rinnovano la macchina capitalista
tecno-industriale diffondendo le sue infrastrutture e valutazioni in tutto il
globo. Questa espansione avviene con grande indifferenza per i costi in termini
di vita umana (in particolare delle comunità indigene o rurali del nord e del
sud del mondo), animale, vegetale o della geografia naturale.

Tutte le considerazioni
riportate finora ci consentono di riconoscere le rinnovabili come una nuova
distruzione. Comportano infatti la rinascita e l’intensificazione delle
relazioni di sfruttamento che molto hanno a che spartire con le dinamiche
coloniali o con i rapporti centro-periferia. Abbracciando i sistemi di energie
rinnovabili, in molti non si rendono conto che questi implicano una lunga serie
di forme di violenza nei confronti delle persone, dell’ambiente, degli animali,
che devono necessariamente rimanere nascoste per motivi che appaiono ovvi.
Questi sistemi, che si servono di cemento, acciaio, rame, terre rare e quindi,
indirettamente, combustibili fossili ed estrazioni minerarie, vengono resi
accettabili costruendoli in luoghi lontani dalla vista occhi e dalla mente, in
territori effettivamente poveri, rurali, nelle terre degli indigeni.

Quando i liberali, i
progressisti, “la sinistra” e finanche gli attivisti per la giustizia
ambientale applaudono alla transizione su larga scala verso le rinnovabili,
questi ignorano completamente tutti i rischi che sarebbero, altrimenti,
inaccettabili ai loro occhi. Delocalizzare gli impianti di combustibili fossili
nel sud globale, dove le normative in materia di tutela dell’ambiente e i
diritti civili sono molto più blandi, rende possibile il ricorso a forme
estremamente pesanti di violenza e repressione da parte sia dello Stato che di
enti privati nei confronti di chiunque osi protestare. In più, i materiali
necessari per le rinnovabili possono dipendere unicamente dall’aumento
dell’estrattivismo nel sud del mondo, con tutte le conseguenze negative che ciò
implica per le persone che lì vivono. Se non facciamo i conti con tutto questo,
allora la soluzione che si prospetta oggi – come il cambiamento delle vecchie
forme e regimi di energia – diventerà probabilmente la causa dei nuovi di
rapporti di potere del domani. Riconoscere le rinnovabili come “carbon fossili+”
è un primo passo per combattere la favoletta dell’energia pulita. Decostruendo
i miti intorno alle rinnovabili, possiamo finalmente gettare le basi per
migliori considerazioni ambientaliste e per l’attuazione di alternative
ecologiche più radicali che stravolgano alle radici la società consumistica e
le sue soluzioni commerciali.

* Alexander Dunlap è
ricercatore del dipartimento di Antropologia sociale e culturale della Vrije
Universiteit di Amsterdam. La versione originale di questo articolo è apparsa
sul sito www. Versobooks.com il 10 maggio 2018. La traduzione in italiano è
stata curata da Anna Clara Basilicò per il sito
www.globalproject

[1] Means
R. (1985), «The Same Old Song», in Churchill W. (ed), Marxism and
Native Americans
. Boston: South End Press, p. 25

[2]
Guezuraga B, Zaunera R and Pölz W. (2012), «Life Cycle Assessment of Two
Different 2 MW Class Wind Turbines», in Renewable Energy 37, pp.
40-1.

[3] Maughan
T. (2015), The Dytopian Lake
Filled by the World’s Tech Lust
, pp. 1, 7.

[4] Lovins
A. (2017), Clean Energy and
Rare Earths: Why Not to Worry
.