Spagna, un governo di coalizione per tempi difficili

Alla fine, Pedro Sánchez è stato eletto presidente del
governo. Dopo due votazioni, il Parlamento ha deciso che governi insieme a
Unidas Podemos (UP) con una formula di coalizione inedita sin dall’inizio del
regime del ’78.

I dibattiti hanno però lasciato in sospeso alcune questioni
interessanti. Per esempio, l’intensa polarizzazione parlamentare definisce un
panorama politico fortemente diviso in blocchi. Il blocco della destra agisce
in modo prevedibile. Discorso duro, sopra le righe: l’unico cosa reale di tutto
ciò è che alla destra duole così tanto perdere il potere economico così come
poco ci mette a perdere le staffe. Tuttavia, bisogna sottolineare un fatto:
Casado (il Segretario del Partido Popular, N.d.T.) è tornato a scivolare verso
la destra radicale, cercando di competere con Vox su questo terreno. Non sembra
una buona idea. In Italia o in Francia, quando il vecchio centro-destra si è
collocato su queste posizioni per cercare di frenare l’ascesa del suo
avversario di estrema destra, i risultati della manovra sono stati disastrosi.
L’unica eccezione è stata Boris Johnson, ma al prezzo di una Brexit che suppone
una svolta geopolitica di conseguenze ancora sconosciute. Sono dinamiche che
non si sono ancora sviluppate in Spagna ma la dura concorrenza che si apre nel
blocco della destra non permette scartare nessuna possibilità.

La strategia della “irritazione” (cioè gli insulti, le
calunnie, la violenza verbale in generale contro gli avversari e addirittura,
in questo caso, i malcelati appelli al colpo di Stato, N.d.T.) in cui si è
lanciata la destra, ha come obiettivo quello di mantenere serrate le proprie
fila mentre risolve le contraddizioni interne. E anche se a volte è difficile
identificare questa intenzione fra tanto chiasso, l’”irritazione” riesce a
ri-legittimare l’azione politica della sinistra che, attraverso politiche
moderate, sembra fare di più di quello che in realtà fa.

L’”irritazione” parlamentare, senza politica antagonista
nelle piazze e senza alternativa politica sistemica, suole generare un rumore
assordante ma pochi effetti sulla materialità dominante. Questo non significa
che non si debbano prendere sul serio le minacce della destra. Piuttosto
bisogna capire dove si situano in ciascuna fase. E in questa fase non
provengono tanto da una destra parlamentare rabbiosa, quanto da certi apparati
dello Stato ormai autonomi e con un grande margine di azione per ritagliare le
libertà e determinare dinamiche politiche senza essere stati eletti. Gramsci
usava l’espressione “parlamentarismo nero”: le strutture “implicite” dello
Stato assumono sempre più protagonismo e impongono una tendenza autoritaria che
sostituisce il governo eletto.

Democratizzare implica scardinare i meccanismi di casta e di riproduzione sociale degli apparati dello Stato

Anche Poulants avvertiva che, in determinati momenti, il
potere dello Stato si può spostare da un organo all’altro. La risoluzione della
Giunta elettorale contro Quim Torra (il Presidente della Generalitat catalana,
N.d.T.) corrisponde a questa tendenza: perdita di potere delle istituzioni
rappresentative, aumento del protagonismo del potere giudiziale. E’ un peccato
che la sinistra spagnola sia stata così tiepida di fronte a questo processo e
che, come nel caso del PSOE, l’abbia rafforzato per decenni, per esempio nel
caso catalano.

Se veramente si vuole democratizzare lo Stato e la società,
urge iniziare riforme profonde su questo terreno. E non è sufficiente
soppiantare alcuni giudici o cambiarne i metodi di elezione: democratizzare
significa scardinare i meccanismi di casta e di riproduzione sociale che
attraversano gli apparati dello Stato. Favorire l’accesso alla carriera
giudiziale con borse di studio e promozioni più accessibili per persone con
un’origine sociale diversa da quella della borghesia spagnola potrebbe essere
una formula per disarmare un potere fortemente ideologizzato, al quale la
sinistra non aveva mai osato opporsi nella Transizione.

Se la destra ha scelto l’“irritazione”, Pedro Sánchez ha
scelto di tornare allo zapaterismo (in riferimento all’ex primo ministro
socialista Zapatero, N.d.T.), chiarendo assai bene a chi lo voglia ascoltare
che il suo governo può arrivare ad essere duro con la destra ma che non metterà
mai in discussione i consensi economici fondamentali per il sistema. E’ ovvio
che il governo PSOE-UP è meglio di qualsiasi altro capeggiato dalla destra e
che apre anche uno scenario diverso da uno capeggiato solo dal PSOE. Sul
terreno delle libertà civili delle donne e della comunità LGBT, la differenza
con una destra radicalizzata è evidente. Speriamo che ci siano anche differenze
sul terreno delle migrazioni.

Tuttavia, bisogna anche dire che il suo programma non mette
in discussione, in nessun momento, l’ambito neo-liberista, nonostante introduca
correzioni positive di carattere sociale, che saranno prevedibilmente gestite
dai ministri di sinistra. La maggior parte delle proposte si dedicano a
modificare alcune delle misure che il PP aveva adottato durante la sua ultima
tappa di governo e che, senza dubbio, alleggeriranno la situazione di certi
settori della società, ma non ricomporranno affatto una classe lavoratrice
polverizzata, che sopravvive fondamentalmente con la distribuzione del reddito
all’interno della famiglia.

L’annuncio che i vincoli di bilancio saranno rispettati non
fa presagire una forte redistribuzione sociale a spese dello Stato e le timide
misure nell’ambito della regolazione del mercato del lavoro o della casa
annunciano piuttosto un governo “light” nell’affrontare i poteri economici.
L’assenza di riforme strutturali come quelle che proponeva il vecchio
riformismo precedente al neoliberismo (un settore finanziario statale, la
proprietà pubblica dei settori strategici dell’economia produttiva) brilla nel
programma del governo.

Oltre a indicare i limiti della sua ambizione
nell’affrontare il potere economico e nel generare un nuovo rapporto di forza
fra capitale e lavoro, questo indica anche l’intenzione politica di non
modificare nell’essenziale la composizione di una classe lavoratrice debole e
sulla difensiva, senza solide risorse per lottare nell’attuale situazione del
paese.

Senza dubbio, si annunciano contraddizioni prevedibili nell’esperimento euro-comunista, fra la posizione del governo e la voglia di lotta.

In questo senso, la lotta sociale per le “riforme immediate”
avrà un ruolo chiave. Uscire dall’ambito palliativo proprio del riformismo
senza riforme ed esigere misure che favoriscano la ricostruzione di quello che
il neoliberalismo ha distrutto: una classe lavoratrice densa, organizzata, che
poteva lottare perché con la propria lotta obbligava il capitalismo a
concederle condizioni più favorevoli. Essendo coscienti che questo governo
nasce con l’intenzione di evitare uno scontro frontale con i padroni, bisogna
approfittare senza concessioni l’opportunità che si sta aprendo in questo
senso.

Non basta che le organizzazioni sindacali tornino ad
apparire sulla scena in qualità di agenti sociali riconosciuti dallo Stato: c’è
bisogno di una proposta che permetta uno schema di rapporti di lavoro e diritti
adeguato ai nuovi tempi. La proibizione del licenziamento in imprese che
realizzino profitti, il reddito di base o associare direttamente il pagamento
dell’affitto ed altre questioni al reddito, potrebbero essere parole d’ordine che
permettano alla sinistra sociale di porsi obiettivi per ricomporre un panorama
politico più favorevole, senza cadere nella paralisi alla quale normalmente
induce il monopolio della politica da parte del parlamento. In questo senso, la
maggior sensibilità di Unidas Podemos rispetto questo tipo di questioni è senza
dubbio un fatto positivo. Il problema di fondo è che UP ha accettato un
meccanismo di funzionamento secondo il quale si impegna con  il PSOE a pattare tutta la linea politica: si
annunciano, quindi, contraddizioni prevedibili nell’esperimento euro-comunista,
fra la posizione del governo e la voglia di lotta.

L’assenza dell’economia nei dibattiti politici sulla fiducia
al nuovo governo ha ceduto tutto il protagonismo alla discussione sulla crisi territoriale.
Ed è ovvio: se esiste un governo PSOE-UP è perché l’indipendentismo basco e
catalano l’hanno permesso.

Chiunque abbia vissuto il movimento del 15M è cosciente che affermazioni che avessero messo in relazione il “15M” con “l’entrata in un governo capeggiato dal PSOE” avrebbero suscitato sarcasmo o qualcosa di peggio

Ma la questione territoriale non è solo più rappresentata
dalla questione indipendentista, che evidentemente avrà un ruolo centrale nei
prossimi anni. Esistono, nello Stato spagnolo, due tendenze in questo senso. Da
un lato, la tendenza alla ricentralizzazione dura che propone Vox. Dall’altro,
una tendenza all’associazione territoriale. Di fronte all’assenza di
istituzioni di classe forti, la gente vota per partiti della propria regione
affinché difendano i suoi interessi negoziando con lo Stato centrale. Questa
tendenza non è ancora democratizzante perché non si pone la questione
dell’auto-governo, non è ancora di tipo confederale perché non si propone
nessun altro tipo di alleanza fra territori al margine dello Stato centrale. Ma
di fronte a una politica statale sempre meno legata al territorio e ad una
polarizzazione ideologica sempre più asfissiante, non si possono certo scartare
evoluzioni in un senso nuovo e inaspettato.

A costo di sembrare esagerato e sottrarre popolarità a
questo articolo, bisognerebbe pure segnalare che l’accordo di governo suppone
il culmine trasformista del progetto di Podemos. Chiunque abbia vissuto il
movimento del 15M è cosciente che affermazioni che avessero relazionato “15M”
con “entrare in un governo capeggiato dal PSOE” avrebbero suscitato sarcasmo o
qualcosa di peggio. E’ facile notare che l’esperienza degli ultimi anni non ha
realizzato gli obiettivi per i quali Podemos era nato e che, fra continuare a
mantenerli e trovarne altri di meno ambiziosi, si sia scelta la seconda
opzione. Si potrebbe discutere se siamo d’accordo o no, se è meglio o peggio,
ma è un’evidenza che solo un cinico potrebbe negare.

Senza dubbio, l’abilità come politico di Pablo Iglesias è
stata determinante affinché il processo trasformista di Podemos terminasse con dei
ministri. Tuttavia, lo spazio UP arriva a questa situazione molto infiacchito,
sia a livello elettorale che a livello militante. La sua debole strutturazione
nella società gli sottrae molto margine d’azione nei confronti di un Partito
Socialista infinitamente superiore in risorse. Se Podemos vuole sopravvivere a
un’esperienza rischiosa, alla quale giunge con un rapporto di forza sfavorevole
e rinunciando agli elementi fondamentali del proprio programma, dovrà essere
cosciente di quanto sia fragile la sua posizione e prepararsi ad un conflitto
con il PSOE.

Non posso non terminare con una riflessione. Per la sinistra
minoritaria che rimane fuori dalla nuova esperienza di governo , si apre una
situazione nuova. Miguel Romero parlava della necessità di un “estremismo
ragionevole”. Mi sembra che ciò precisi bene le sfide dei settori che aspirano
a continuare lottando per cambiare il sistema politico, superare l’attuale
schema costituzionale e trasformare la società con un orizzonte post
capitalista: giocare nel terreno di gioco attuale significa avere coraggio
nella difesa delle idee e pragmatismo nella ricerca di spiragli e parole
d’ordine dall’esterno delle istituzioni ma cercando di incidervi. Organizzare
questa posizione politica non conformista non sarà facile. Ma continua ad
essere necessario di fronte alla deriva catastrofica del mondo (che si
concretizza in una debacle eco-sociale ignorata da tutto l’arco politico
ufficiale), anche qui e adesso: senza una pressione critica dal basso e a
sinistra, le conquiste che si dovessero ottenere nei prossimi anni saranno
superficiali.

Non sembra una buona idea lasciare il monopolio della
critica a una destra sgangherata e fuori controllo. Però la critica deve
realizzarsi dall’indipendenza politica e organizzativa: questa sinistra
alternativa potrà ricostruirsi solo fuori dal governo, in tensione con questo
ma (e qui corro un rischio, perché è vero che UP non si è caratterizzato per la
gestione democratica delle divergenze) anche nel dialogo con i suoi settori più
di sinistra.

I tempi sono fragili, instabili, difficili. Una nuova crisi
economica è alle porte. L’estrema destra fa capolino. C’è fretta ma abbiamo
bisogno di tempo per ricostruire un progetto radicalmente trasformatore.
Nonostante tutti i limiti, forse l’attuale governo ci darà qualche margine per
comporre una forza sociale costituente, che apra nuove possibilità. Adesso che
va così di moda parlare di Fronte Popolare, sarebbe bene ricordare che ciò che
davvero offriva speranza negli anni Trenta era l’esistenza di un potente
movimento operaio organizzato con le sue proprie istituzioni. Se vogliamo
convertire in realtà gli incubi della destra spagnola, questo è il compito che
urge riprendere.            

* membro di
Anticapitalistas  (la tendenza di
sinistra di Podemos) e  della redazione
della rivista VientoSur