Crypto, che bomba!

Si dice in giro che, durante il Word Economic Forum di Davos, le alte
sfere economiche e governative facessero gli scongiuri affinché le conclusioni
di un’inchiesta della quale si sapeva non fossero rivelate in un momento in cui
la Svizzera si trovava in casa i dirigenti – “cornuti”, vedremo poi il perché –
di mezzo mondo. Invece la bomba è scoppiata solo pochi giorni fa.

E seppur risparmiate dal doversi giustificare o scusare davanti alla
platea del WEF, le autorità svizzere si apprestano ad affrontare gli effetti di
una deflagrazione che potrebbero essere deflagranti.

“Ma fino a che punto la Svizzera si è compromessa nella
vicenda della Crypto la cui tecnologia informava i servizi segreti americani?”
si chiede in prima
pagina una delle testate della grande borghesia, Le Temps del 12
febbraio. Il giorno prima, infatti, un pool di giornalisti di
investigazione aveva rivelato che i servizi segreti di più di un centinaio di
paesi sono stati sistematicamente fatti cornuti – e più che verosimilmente con
la benedizione delle autorità politiche e militari elvetiche – dalla ditta
Crypto SA.

Codice? Rubicone

Con base in quel paradiso fiscale che è il canton di Zugo, la Crypto SA vende
nel mondo intero sofisticati sistemi di criptaggio.

Dall’inizio degli anni cinquanta però, le sue macchine di codifica sono
state, all’insaputa dei loro acquirenti, attrezzate con un accesso segreto
riservato alla CIA, alla NSA ed al servizio segreto dell’allora Repubblica
federale tedesca, il BND. Ciò significa che l’insieme dei sistemi di criptaggio
dei paesi dotati della tecnologia della Crypto era accessibile ai servizi
statunitensi e tedeschi. CIA, NSA e BND erano addirittura diventati proprietari
della Crypto SA, coperti evidentemente da prestanomi locali, il 4 giugno del
1970 per la modica somma di 25 milioni di franchi. E se il BND si ritirerà dall’affare
all’inizio degli anni Novanta, dopo la riunificazione tedesca, la CIA resterà
proprietaria sino alla separazione della ditta in due entità nel 2018.

Soprannominata “Rubicone”, l’operazione ha così permesso ai
servizi segreti, statunitensi in primis, di accedere a tutti i segreti
del centinaio di paesi clienti della Crypto SA.

Fra questi, certo, tanti stati “amici” quali il Vaticano, ma anche paesi
più sensibili. Così, ad esempio, la macchina svizzera era stata comprata dal
governo di Salvador Allende all’inizio dell’esperienza di Unidad Popular, un’esperienza
che gli USA di Nixon e Kissinger ostacoleranno sin dall’inizio e contribueranno
a rovesciare nel settembre del 1973. È più che probabile che la conoscenza
delle comunicazioni interne cilene rappresento un aiuto forse non secondario…

Fu dotata della tecnologia made in Zugo anche l’Argentina di
Videla, ciò che permise ai servizi statunitensi – i documenti pubblicati lo
proverebbero – di essere perfettamente al corrente delle torture e esecuzioni
perpetrate dal regime, senza però che la CIA le denunciasse, anzi…
Trasmise invece un certo numero di informazioni ad un “governo amico”, quello
di Margareth Thatcher, impegnato nella guerra delle Malvine contro, proprio,
l’Argentina e che permisero il successo di alcune operazioni belliche
britanniche, in particolar modo in mare.

Poker truccato

L’interesse della cosa salta agli occhi: giocare a poker conoscendo le carte
in mano dell’avversario dà una superiorità evidente. Ed è così che, durante la
crisi dell’ambasciata statunitense in Iran nel 1979-80, i negoziatori dell’allora
presidente statunitense Jimmy Carter avevano una superiorità assoluta sul
regime iraniano, conoscendone le strategie grazie alla macchina della Crypto SA,
anche se, in quell’occasione, la superiorità non permise loro di ottenere la
liberazione degli ostaggi prima dell’elezione presidenziale persa poi contro
Ronald Reagan.

D’altronde, sembrerebbe che gli Iraniani qualche cosa l’avessero intuita,
poiché Hans Bühler, il cittadino svizzero rappresentante della Crypto in Iran,
fu arrestato e detenuto in quel paese, accusato di spionaggio, per quasi un
anno. Si noti che la cauzione di un milione di dollari per la sua liberazione
fu pagata, e non a caso,…dal governo della Repubblica federale tedesca.

Queste pratiche truccate furono denunciate una prima volta nel 1978 da
un impiegato della Crypto SA, poi licenziato; ma le autorità svizzere non
prestarono soverchia attenzione a quella denuncia. Forse perché la cosa non era
per loro nuova nella misura in cui, come afferma l’allora responsabile dei
servizi tedeschi, “gli Svizzeri sono assai professionali, sanno benissimo di
cosa si tratta
”. E se una scheda della polizia federale svizzera resa
pubblica dall’investigazione giornalistica conferma che “BND e CIA sono in grado
di ascoltare”
, risulta evidente che le autorità nulla fecero per impedirlo.

E nulla fecero quando, nel 1993, l’esercito federale jugoslavo scoprì
l’imbroglio ed ottenne da Crypto SA la modifica e la messa in sicurezza dell’apparecchiatura.
Come non agirono quando, nel 1994, accusata di spionaggio da un giornalista,
Crypto SA smentì la cosa in una dichiarazione televisiva che suscitò – così
scrisse la CIA – “la fierezza dell’agenzia per la prestazione offerta”.

Deflagrazione deterrente

La bomba lanciata dal pool di giornalisti – ed alla quale dà
ampio spazio la televisione pubblica che ha già diffuso un servizio molto
documentato sulle tre reti nazionali- potrebbe, per la Svizzera, non essere che
il preludio di una delle più gravi crisi politiche sia in materia di commercio
internazionale che di credibilità del governo, sovente ed abusivamente
identificato come un paciere, portatore di buoni uffici in un mondo in
fiamme.

Nel momento in cui fa correre molto inchiostro la polemica sulle
possibili utilizzazioni spionistiche della tecnologia dell’operatore cinese
Huawey, il fatto che una serissima ditta svizzera si sia fatta vettore di
spionaggio potrebbe avere serie ripercussioni per un’industria di precisione largamente
dipendente dalle esportazioni.

Sul piano politico poi, i danni potrebbero essere immensi. E questo non
solo perché la Svizzera non ha saputo rispettare un accordo internazionale
firmato nel 2014 che la obbliga a verificare la conformità delle merci “sensibili
prodotte nel paese; ma è soprattutto la credibilità internazionale del governo
che è in gioco. In effetti, quale credito accordare ad un mediatore (è la Svizzera,
ad esempio, a far da intermediario tra Stati Uniti ed Iran, così come lo fu tra
USA e Cina popolare fino al 1972, è a Ginevra che si svolgono sovente negoziati
cruciali promossi dal governo svizzero) che tollera e copre il doppio gioco?

Contrariamente a quanto pretendono le autorità, qui non si tratta di “vecchie
storie, reliquie della guerra fredda
”, non foss’altro perché è solo nel
2018 che la CIA si è ritirata dall’operazione Rubicone, cioè quasi
trent’anni dopo la fine della guerra fredda.

La linea di difesa del governo è per il momento fondata sul diniego: “non
sapevamo
”, dice e scrive il Consiglio federale. Smentito tuttavia
categoricamente dai documenti resi pubblici dalla stampa. In uno di questi – che
caratterizza l’operazione Rubicone come “il più lungo e più importante
progetto di spionaggio dalla fine della seconda guerra mondiale
”-, la CIA
lascia chiaramente intendere che Kaspar Villiger, ministro della difesa negli
anni Novanta e membro del Partito liberal radicale, il PLR, era perfettamente
informato.

D’altra parte, risulta che due membri del consiglio di amministrazione
della Crypto SA, membri pure loro del PLR, intrattenevano rapporti molto
stretti con lo stesso Villiger.

Limitare i danni?

È probabilmente nell’intento di circoscrivere l’incendio che, cosciente
della portata dirompente dello scandalo, l’establishment politico sembra
risolversi a ricorrere ad un’arma instituzionale alla quale si è fatto ricorso
per solo quattro volte nella storia del paese, cioè la costituzione di una
commissione parlamentare d’inchiesta incaricata di scoprire la verità sulla
vicenda.

Nel 1989 un’analoga commissione parlamentare d’inchiesta, creata per far
luce sulle collusioni del marito della ministra della giustizia con ambienti
mafiosi, levò il velo su uno scandalo ben più grande, la sorveglianza della
popolazione da parte della polizia politica -a livelli da STASI- e l’esistenza
di due strutture militari clandestine imbricate con la rete Gladio.

Trent’anni dopo, non c’è ragione di escludere che, con in ballo come allora i servizi segreti dei leader del cosiddetto “mondo libero”, ben altri scheletri escano dagli armadi nei giorni a venire… (14 febbraio 2020)

*articolo apparso contemporaneamente sul sito rproject,it