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Dietro il dilagare del coronavirus in Cina ci sono sia l’inettitudine di un’oligarchia autoritaria sia le deliberate politiche di riduzione al minimo delle spese sanitarie, di repressione e di censura. Il regime di Xi Jinping ha collezionato negli anni una quantità incredibile di errori, disastri e disfatte che hanno portato il paese a una crisi sistemica, di cui l’epidemia in corso è solo l’ultimo capitolo.

La firma il 15 gennaio del cosiddetto accordo di “Fase1” sui dazi tra Cina e Usa doveva essere una boccata d’ossigeno per Xi Jinping dopo un 2019 per lui orribile, tra rivolta a Hong Kong, economia in crisi e altri gravi problemi a livello sia nazionale che internazionale. Nel giro di solo qualche giorno invece dell’auspicata boccata di ossigeno è però arrivato per il paese un incubo ancora peggiore, lo scoppio di un’epidemia virale nata nella metropoli di Wuhan e poi ampliatasi all’intera provincia dello Hubei, ad altre regioni della Cina e infine a molti paesi esteri. Difficile prevedere oggi come si evolverà questa epidemia, ma i danni umanitari sono comunque già enormi: decine di milioni di persone isolate nell’angoscia e senza un’assistenza efficace e dignitosa nella provincia dello Hubei; altre città e metropoli, ivi comprese Pechino e Shanghai, già semiparalizzate e in preda alla paura del rischio di andare incontro a un destino analogo; decine di milioni di lavoratori migranti interni di tutta la Cina recatisi ai loro luoghi di origine per il Nuovo anno lunare che non sanno se tornare alle città in cui hanno un lavoro e, se torneranno, se avranno ancora un lavoro e una casa. Tra di loro particolarmente drammatica la situazione di coloro, e sono milioni, che per un motivo o per l’altro avevano lasciato lo Hubei prima della chiusura dei suoi confini il 23 gennaio: senza casa, lavoro, reddito, e in più automaticamente esposti a essere bollati come “appestati”. Gli 1,4 miliardi di abitanti della Cina sono sempre più isolati dal resto dal mondo, tra sospensioni dei voli e divieti o forti limitazioni al loro ingresso in numerosissimi paesi. Come se non bastasse, sono esposti un po’ ovunque allo sciacallaggio dei più biechi reazionari, che va dalle follie razziste diffuse dai media e dalle forze di destra fino ai commenti istituzionali come quelli del segretario al commercio Usa, il quale si è di fatto rallegrato dell’epidemia auspicando che le aziende americane ritornino ora a produrre nel loro paese. Intanto nessuno sa quando esattamente riprenderà normalmente il lavoro in Cina dopo il prolungamento delle già lunghe feste per il Nuovo anno lunare, e nessuno sa quando riapriranno le scuole e gli altri istituti, o cosa accadrà quando migliaia di persone (e a volte decine di migliaia, nel caso di molte fabbriche) riprenderanno a condividere quotidianamente uno stesso spazio di lavoro e di studio a forte rischio contagio. Insomma, davvero un incubo, che si spera rientri quanto prima. Quello di cui tuttavia qui ci occupiamo nello specifico è il significato politico che l’epidemia del coronavirus ha per la Cina, dove ha messo ulteriormente a nudo la crisi sistemica del paese, sullo sfondo di una serie di clamorosi errori e inefficienze degli oligarchi al potere.

Le vere responsabilità vanno cercate a Pechino

Nei giorni successivi al 21-22 gennaio, quando il governo cinese ha preso infine pubblicamente atto dello scoppio dell’epidemia nel proprio paese, non solo i media cinesi, ma anche quelli internazionali hanno nel complesso lodato le autorità di Pechino affermando che questa volta hanno agito con rapidità e decisione, a differenza che nel 2002-2003 in occasione della crisi della Sars. Non pochi commentatori sono rimasti quasi estasiati dal dispiegamento di potenza statale di cui le autorità, secondo loro, hanno dato prova con il blocco di Wuhan e altre città della provincia dello Hubei, o con la costruzione in soli dieci giorni di un “ospedale” di mille posti (in realtà un lazzaretto fatto di prefabbricati assemblati, con tanto di sbarre alle finestre). La realtà, già visibile in precedenza e poi emersa con maggiori particolari con il passare dei giorni, è ben diversa (per un dettagliato background fattuale consigliamo, tra i molti altre reperibili in rete, questi articoli: Financial Times, China Media Project, Reuters, Straits Times, South China Morning Post, The Diplomat, Nikkei Asian Review, ancora South China Morning Post, ancora Straits Times, Washington Post, Caixin – hyperlink nell’articolo originale). Ancora prima di Natale erano circolate a livello nazionale denunce di quanto stava avvenendo a Wuhan, tutte subito massicciamente censurate dalle autorità statali. Campioni medici erano stati inviati già allora per esami da Wuhan presso istituti sanitari centralizzati a Pechino e Shanghai. A fine dicembre poi, e con ogni probabilità già un bel po’ di giorni prima, erano del tutto chiare sia la diffusione nella capitale dello Hubei di un pericoloso virus sia la conseguente necessità di implementare immediate misure di capillare contenimento, ma nulla è stato fatto. In pratica, per almeno quattro settimane le autorità centrali e locali sono rimaste totalmente inattive, consentendo così il diffondersi di un’epidemia che avrebbe potuto essere ampiamente contenuta, evitando il disastro attuale e la tragedia di decine di milioni di persone isolate e abbandonate a una situazione da incubo. La messa in quarantena di Wuhan e dell’intero Hubei è apparsa subito un’improvvisazione: i medici di rinforzo ci hanno messo giorni ad arrivare perché non c’erano strumenti di protezione adeguati, ancora oggi non ci sono kit sufficienti per effettuare test, strumento indispensabile per arginare l’epidemia, e il personale, così come le strutture, continua a essere insufficiente.

La prima constatazione politica da fare è che dietro a questa inefficienza c’è un problema di lunga data, che il regime di Xi Jinping, sempre pronto a buttare miliardi a valanga in infrastrutture improduttive, non ha mai affrontato seriamente, e cioè quello di un sistema sanitario dalle enormi carenze e dai costi proibitivi per la maggior parte della popolazione. In Cina non esiste un’assistenza medica di base, tutto è incentrato sul sistema ospedaliero che è così costantemente sovraccarico e inefficiente, anche perché il personale non è adeguatamente retribuito. Inoltre il sistema è compartimentato tra pochi ospedali di categoria superiore, presenti principalmente nelle metropoli, e altri di categoria largamente inferiore. Gli ospedali hanno poi spesso costosi reparti VIP molto più tecnicamente avanzati rispetto a quelli riservati alla gente comune, ai quali risucchiano risorse. Solo un terzo della forza lavoro regolare cinese è coperto dal sistema di assistenza sanitaria statale che copre una più ampia quota dei costi, mentre la rimanente parte dei lavoratori regolari e dei pensionati è coperta solo dal sistema urbano o rurale, che copre una parte molto ridotta (la metà o addirittura solo un quarto) dei costi ospedalieri. E solo il 22% dei lavoratori migranti interni, in tutto circa 300 milioni pari a pressappoco il 40% di tutti i lavoratori, ha una copertura assistenziale, che quando c’è nel loro caso è sempre quella urbana di “grado inferiore”. Come se non bastasse, non esistono un’adeguata rete di farmacie o un’adeguata copertura delle cure farmacologiche. Tutto questo non è certo il frutto di una semplice incapacità degli amministratori, bensì della politica intenzionale e di lunga data dell’oligarchia cinese di mantenere il welfare a livelli infimi al fine di potere indirizzare i fondi statali a tutto vantaggio dei capitalisti. Una politica che continua a essere portata avanti anche oggi: nel 2019 il governo di Pechino ha varato, come Donald Trump negli Usa, ampi e indiscriminati tagli delle tasse, in particolare per le imprese, che hanno l’effetto di diminuire sensibilmente i bilanci della amministrazioni locali, le quali dispongono ora quindi di fondi ancora inferiori per il welfare e in particolare l’assistenza sanitaria.

Oltre che a causa del contesto di inadeguatezza del sistema amministrativo e sanitario, il virus è dilagato anche perché la popolazione non è stata informata della reale situazione e non ha quindi adottato misure di difesa: per settimane sulle prime pagine dei giornali e nei telegiornali nazionali ha campeggiato Xi Jinping, in perfetto stile Stalin, con le sue pompose visite ufficiali nella regione dello Yunnan e a Myanmar, o in altre situazioni, mentre le notizie su quanto avveniva nello Hubei venivano censurate e, quando non era più possibile tacerle del tutto, sono state minimizzate e relegate a piccoli rumori di fondo. Dopo essere comparso in TV a fine gennaio nelle riprese di una riunione del Comitato permanente del Politburo, e avere ordinato al Partito Comunista di adoperarsi per combattere il virus, definendolo “diabolico”, Xi Jinping è completamente scomparso dalla scena per un’intera settimana nei momenti più drammatici per il paese, un segno allo stesso tempo di disprezzo e di paura nei confronti del proprio popolo.

Le autorità cinesi, coadiuvate dai loro canali di propaganda, stanno cercando di fare passare la versione secondo cui ogni ritardo o inefficienza sarebbe attribuibile ai responsabili locali. Senza nulla togliere alle colpe di questi ultimi, i particolari emersi con il tempo e già citati sopra indicano chiaramente che la realtà dei fatti è ben diversa e che le autorità centrali hanno proprie dirette e gravi responsabilità. L’obiettivo del regime nell’addossare tutta la colpa agli amministratori dello Hubei è chiaro: sacrificare qualche dirigente locale nel tentativo di salvare la piramide del potere nazionale e i suoi vertici. La tesi di una responsabilità politica esclusivamente locale è comunque a priori campata in aria. Nella Cina di Xi i responsabili di partito (primi nella gerarchia) e gli amministratori (secondi) locali non sono espressione delle rispettive città o province (né in termini elettorali né come esponenti di lobby locali), bensì vengono selezionati e inviati in missione dal centro, che li fa poi ruotare con regolare frequenza proprio per evitare che mettano radici in loco. Quindi, anche ammesso e per nulla concesso che non vi siano colpe dirette di Pechino, ogni loro responsabilità diventa automaticamente una responsabilità delle autorità centrali. Nonostante la rigidità del potere centrale nel non ammettere alcuna propria colpa, alcuni segni senza precedenti testimoniano l’esistenza di crepe nel sistema. Il sindaco di Wuhan, pur ammettendo le proprie inefficienze, invece di limitarsi a chinare la testa ha denunciato il fatto di non avere potuto agire in assenza di autorizzazioni dall’alto, che sono venute solo troppo tardi, quasi una minaccia ai vertici politici. Inoltre, la Corte suprema ha annullato alcuni giorni fa la condanna inflitta a un gruppo di medici che avevano denunciato su internet la situazione a Wuhan già a dicembre ed erano subito stato censurati. Ma perché il regime di Pechino ha fino a fine gennaio messo a tacere ogni allarme ed è rimasto inattivo per settimane, causando una crisi gigantesca che colpisce sì principalmente il popolo cinese, ma espone a forti rischi anche il regime stesso? Semplicemente, Xi Jinping e i suoi hanno un’ossessione per la stabilità politica e sociale che è conseguenza della paura che nutrono nei confronti del proprio popolo, di ogni sua mobilitazione o malcontento diffuso, una paura ulteriormente aumentata oggi dalla profonda crisi che il modello capitalista cinese si trova ad affrontare. Ogni elemento di turbamento sociale va innanzitutto nascosto sotto il tappeto e poi, se non si esaurisce, va soffocato con misure repressive.

La principale spiegazione fornita da voci sia cinesi che internazionali riguardo ai ritardi nell’intervenire dopo che a Wuhan a fine dicembre la situazione era ormai chiara è che le autorità di Wuhan non volevano turbare lo svolgimento del locale Congresso del popolo (il parlamento cittadino), previsto per l’11 gennaio. Ancora una volta l’attribuzione di ogni colpa ai responsabili locali è uno strumento per assolvere le ben più colpevoli autorità centrali. E’ ben più plausibile che sulla sciagurata decisione di Pechino di ritardare l’ammissione della “crisi del coronavirus” e i relativi indispensabili interventi massicci abbia inciso in misura di gran lunga maggiore il rischio degli effetti pesanti che avrebbe potuto avere su due appuntamenti fondamentali di gennaio: le elezioni a Taiwan dell’11 gennaio e la firma il 15 gennaio dell’accordo di fase 1 sui dazi con gli Usa. Non ci sembra un caso che la prima ammissione pubblica della grave epidemia sia arrivata solo una manciata di giorni dopo il ritorno della delegazione cinese da Washington. A Pechino evidentemente si temeva che una Cina indebolita dal diffondersi di un grave virus avrebbe fatto una figura ancora più magra di fronte alla già annunciata sconfitta elettorale delle sue forze di riferimento a Taiwan e sarebbe stata impossibilitata ad adottare la posizione arrogante che poi ha adottato dopo la sconfitta subita dai suoi referenti nell’isola. E soprattutto, l’arrivo della delegazione cinese a Washington per firmare un accordo già di per se stesso imbarazzante per Pechino con il paese pubblicamente in preda all’emergenza di un’epidemia diffusasi per le inefficienze del regime sarebbe stato troppo umiliante, e avrebbe offerto agli Usa la possibilità di mettere ancora più in imbarazzo Pechino, magari con avvilenti controlli medici sulla delegazione o addirittura l’annullamento della firma per motivi sanitari.

2019-2020: un’epidemia di clamorosi errori e insuccessi per Xi Jinping

La crisi del coronavirus è giunta proprio nel momento in cui il regime di Xi aveva raggiunto l’apice di una serie incredibile di grossolani errori politici commessi nel giro di un solo anno. Errori che per essere meglio compresi vanno però letti facendo un ulteriore passo indietro e analizzando altre mosse false commesse nei precedenti anni. Immediatamente dopo la sua ascesa al potere, nel periodo 2013-2015, Xi si era occupato principalmente di consolidare il proprio controllo del Partito Comunista, collocando tra l’altro in posizioni strategiche membri della ristretta cerchia di suoi fedelissimi. Non appena conseguito questo suo obiettivo è però emersa nel 2015-2016 una grave crisi finanziaria, sintomo di più vasti problemi economici, crisi che le autorità sono riuscite a ricacciare sotto il tappeto, senza tuttavia risolverla, dilapidando in brevissimo tempo un trilione di dollari, cioè un quarto delle riserve valutarie del paese. Di fronte agli scossoni politici che tale crisi rischiava di apportare al paese, il regime ha scelto la via del controllo sociale e delle repressioni: non è un caso che proprio nello stesso periodo abbia scatenato una vasta operazione di arresti e repressioni contro gli attivisti democratici e, in particolare, quelli sindacali. Contemporaneamente Xi ha cercato di nascondere i gravi problemi strutturali della Cina sotto il mantello di una politica di “grandeur” tecnologica e internazionale, accompagnata da uno sciovinismo neoconfuciano e militarista. Fino a oggi sembra avere ottenuto solo ed esclusivamente insuccessi nel perseguire tali obiettivi. In primo luogo, non avendo il governo adottato alcuna misura concreta se non immissioni massicce e sempre meno efficaci di liquidità, i problemi economici non solo rimangono irrisolti, ma si stanno gonfiando a ritmo esponenziale. In secondo luogo, la politica di “grandeur” ha avuto effetti opposti a quelli sperati. L’iniziativa “Belt and Road”, più nota in italiano come Grande via della Seta, si è infangata in un’infinita serie di problemi dovuti alla sua invadenza e al suo gigantismo, procacciando a Pechino molti nemici nella regione e pochi ipocriti amici chiaramente pronti ad abbandonarla al primo segnale di crisi: il risultato è che se il progetto è ancora ufficialmente perseguito come se nulla fosse successo, in realtà si è reso necessario un suo sostanziale ridimensionamento. Lo stesso vale per il grande piano tecnologico “Made in China 2025”, che invece di essere portato avanti in sordina e senza nomi o proclami altisonanti, come sarebbe stato consigliabile, è stato invece strombazzato dal regime a tutto il mondo, per motivi anche di prestigio interno di fronte al proprio popolo, con il risultato che a causa dei timori così causati tra i propri concorrenti ora la Cina è di fatto oggetto di una guerra tecnologica internazionale, che vede gli Usa in prima fila e pone ipoteche estremamente pesanti sulle sue potenzialità di ascesa futura. Infine, quando nel corso del 2018 si sono diffuse nel paese mobilitazioni di lavoratori, femministe e studenti, Xi Jinping, dopo avere ottenuto dal Congresso del Popolo nel marzo dello stesso anno la possibilità di rimanere presidente a vita, ha scatenato un’ondata di repressioni senza precedenti che rappresenta un salto di qualità del regime autoritario. Ora in Cina non ci sono più solo gli attivisti che finiscono in galera per anni, ma anche i morti di tortura, i desaparecidos e, nello Xinjiang a maggioranza musulmana, addirittura l’universo concentrazionario. Anche quest’ultimo caso si sta però rivelando un errore per Xi Jinping: l’intensificazione orwelliana delle repressioni messa in atto dopo il 2016 sta non solo causando un controproducente problema di immagine internazionale per Pechino, ma sta anche minando il suo obiettivo di alterare la composizione demografica della regione, visto che la situazione sta spingendo molti cinesi di etnia han, considerati dal regime come i propri “coloni”, ad abbandonarla o a rinunciare a trasferirvisi.

A questa serie già nutrita di gravi errori politici Xi Jinping, evidentemente sempre più lontano dalla realtà nel clima di repressioni e potere oligarchico da egli stesso instaurato, ha aggiunto nel 2019 un’incredibile serie di umilianti sconfitte. Forse ringalluzzito dall’avere represso l’anno precedente ogni dissenso e da qualche illusorio segnale di stabilizzazione dell’economia, a inizio gennaio 2019 ha annunciato per Taiwan lo stesso regime di “un paese, due sistemi” adottato per Hong Kong ed estremamente inviso agli abitanti dell’isola, riservandosi tra l’altro esplicitamente l’opzione di di un intervento militare per “riunificare” Taiwan alla Cina. L’11 gennaio scorso, solo un anno dopo queste sue spavalde prese di posizione, le forze filo-Pechino subivano nell’isola la sconfitta storicamente più pesante mai registrata nella storia alle elezioni presidenziali e politiche, stravinte dagli indipendentisti. Tre decenni di politica taiwanese di Pechino sono così finiti nella spazzatura in un batter d’occhio e l’incremento degli umori indipendentisti a Taiwan rappresenta un clamoroso autogol politico per la Repubblica Popolare Cinese. Qualche mese dopo, Carrie Lam, la proconsole di Xi a Hong Kong, varava su commissione di Pechino una proposta di legge sull’estradizione invisa alla maggior parte della popolazione perché utilizzabile come strumento di controllo repressivo da parte della Cina continentale. L’iniziativa si è rivelata in breve tempo un colossale errore strategico: per oltre sei mesi la città si è trovata in stato semi-insurrezionale, periodo durante il quale Pechino ha sbagliato nuovamente tutto, dall’adozione iniziale di una posizione assurdamente rigida fino alle successive concessioni del tutto inutili perché tardive, dalle minacce virulente di intervento con la forza rese poco credibili perché mai messe in atto alla vergognosa disfatta registrata dai partiti filo-Pechino nelle elezioni amministrative di novembre. Come se non bastasse, nel 2019 inoltre Xi e i suoi si sono dimostrati del tutto incapaci di contrastare in modo efficace la guerra dei dazi avviata da Donald Trump. In primavera forse avrebbero potuto cavarsela con un accordo meno pesante, che avrebbe congelato i dazi al livello al quale allora si trovavano, cioè il 10%, ma il risultato della linea rigida da essi scelta, con tanto di richiamo da parte di Xi Jinping a una nuova eroica “lunga marcia”, è stato alla fine quello della firma il mese scorso del cosiddetto accordo di fase 1, con il quale la Cina si assume pesanti impegni univoci nei confronti degli Usa, ottenendo in cambio pressoché nulla, e cioè una riduzione dei dazi da poco più del livello medio del 21% nel frattempo raggiunto a circa il 19%: altroché eroica lunga marcia, si è trattato di un vera e propria frettolosa andata a Canossa! Se riguardo ai dazi Pechino ha ottenuto almeno una fragile tregua, continua invece a incombere per intero sul paese la minaccia Usa di un guerra tecnologica e finanziaria contro la quale la Cina, soprattutto nel secondo caso, ha ben poche leve per difendersi. A peggiorare ulteriormente le cose, anche in termini di immagine della dirigenza cinese presso il proprio popolo, è giunta l’epidemia di peste suina che ha ucciso quasi la metà dei maiali del paese. I prezzi della carne sono schizzati alle stelle e enormi masse di cinesi hanno dovuto rinunciare a questo alimento fondamentale della loro alimentazione. L’epidemia di peste suina è stata un prologo a quella del coronavirus: anche nel suo caso il dilagare del morbo è dovuto alla totale inefficienza dimostrata dalle autorità nel contenerlo. Infine, il 2019 si è chiuso con segnali di estremo allarme per l’economia nazionale. Ci sono state corse alle banche regionali e salvataggi di istituti finanziari che sono costati miliardi alle casse statali, un numero sempre maggiore di aziende, anche di grandi dimensioni, non riesce a pagare i propri creditori e in alcuni casi i buchi sono di centinaia di milioni di dollari o addirittura miliardi, i profitti delle imprese statali sono in marcato calo, un’industria di importanza fondamentale come quella dell’auto è in caduta verticale da due anni, il mercato del lavoro fa fatica ad assorbire i nuovi giovani alla ricerca di un’occupazione e il debito totale cinese ha toccato un nuovo record al 310% del Pil. Ma, dopo avere dilapidato nel 2015 un trilione di dollari di riserve, Pechino ora dispone di un’arma in meno per fare fronte alle urgenze: i tre trilioni che rimangono non possono essere intaccati se non in misura limitata da un paese delle dimensioni della Cina, che deve avere riserve ingenti per garantire i propri impegni commerciali. Una situazione che dovesse vedere una crisi economica incrociarsi con un’impennata dei costi sanitari e sociali causata dall’epidemia vedrebbe Pechino impossibilitata a difendere adeguatamente la propria moneta, il proprio sistema finanziario e il proprio commercio estero.

Visto il disastroso curriculum accumulato, già nei mesi scorsi era legittimo ipotizzare che nel Partito Comunista Cinese vi fossero malumori nei confronti di Xi Jinping. L’inefficienza di cui la sua squadra ha dato prova a dicembre-gennaio nel gestire lo scoppio della crisi del virus ha sicuramente ulteriormente intaccato la sua immagine. Nei mesi scorsi i media avevano preso sempre più spesso a definirlo trionfalmente “leader del popolo”, elevandolo così implicitamente allo stesso livello di Mao Zedong, un appellativo che a dicembre è stato ufficializzato addirittura dal suo uso da parte del Politburo del PCC. Probabilmente, più che un segno della forza di Xi Jinping, si tratta però di una chiamata a serrare le fila nel paese nel momento in cui i suoi vertici rischiano di perdere coesione. Un segno quindi di debolezza, più che di forza. Ma ai vertici del Partito, nel quale Xi ha fatto piazza pulita di qualsiasi minima forma di “dirigenza collettiva” che pure era sempre in qualche modo esistita sia sotto Mao che dopo la sua morte, non sembrano esistere potenziali ricambi o alternative a una cerchia ristretta, come quella di Xi, che si sta rivelando sempre più inetta. L’unica figura che, a livello però più di immagine tecnocratica che di sostanza politica, potrebbe proporsi come alternativa a Xi è quella del premier Li Keqiang, ma sembra essere ormai da anni troppo isolato politicamente e privo di un retroterra di supporto sufficiente.

È ancora possibile che l’epidemia venga drasticamente arginata in tempi non fatalmente lunghi, cioè diciamo entro un mese o poco più. È anche possibile che, nel caso in cui ciò dovesse accadere, il Partito Comunista riesca a promuovere tale esito come un proprio successo in un clima di generale sollievo. Se tale ipotesi dovesse realizzarsi, il calo dei principali indici economici che sicuramente verrà registrato nel primo trimestre si tradurrà automaticamente nel secondo in un loro sensibile aumento vendibile dalla propaganda come un ulteriore successo. Insomma, in un tale caso i vertici politici potrebbero godere di un’insperata boccata d’aria di due o tre trimestri, per tornare però poi al groviglio inestricabile di problemi descritto sopra. Quello che è certo è che anche nel caso in cui si dovessero realizzare le ipotesi più rosee, la crisi scatenata dall’inefficienza di Xi e dei suoi lascerà nel tempo segni indelebili. Innanzitutto nelle decine e centinaia di milioni di persone abbandonate a se stesse che, sebbene in misura diversa, ne stanno subendo le drammatiche conseguenze. Ma anche nel contesto economico e internazionale più generale. Già molte importanti aziende stavano delocalizzando dalla Cina e i problemi giganteschi causati dalle inefficienze strutturali di Pechino che hanno dato via libera al virus saranno un ulteriore incentivo a ridurre in futuro il ruolo del paese nelle catene di fornitura mondiali. E in generale ne risentirà il prestigio internazionale della Cina, per esempio tra i paesi della Via della Seta o nella vicina Corea del Nord, per fare solo due dei tanti esempi possibili. Se l’epidemia dovesse invece dilagare e protrarsi per un periodo che vada oltre uno o due mesi, gli esiti con ogni probabilità sarebbero disastrosi a ogni livello per la Cina.
Xi Jinping dimettiti!

In questi giorni è difficile non tornare con la mente a un recente caso particolarmente crudele dell’ondata di repressioni scatenata dal regime di Pechino l’anno scorso. Nel luglio del 2019 Wang Meiyu, che in passato aveva lottato contro gli sgomberi delle case da parte delle autorità serve degli speculatori, veniva arrestato a Hengyang per il solo fatto di essere sceso in strada esibendo un cartello con la scritta: “Xi Jinping e Li Keqiang dimettetevi! Libere elezioni!”. Wang, 38 anni e allora in perfetta salute, è stato portato in carcere con accuse generiche di turbamento dell’ordine pubblico. Dopo poco più di due mesi è stato riconsegnato cadavere alla famiglia, con evidenti segni di tortura e senza alcuna spiegazione sui motivi del suo decesso (la vicenda è stata raccontata tra gli altri dal Guardian e da RFA).

Il messaggio di Wang, nella sua elementare semplicità, suona oggi, di fronte alla crisi del coronavirus, profetico e del tutto efficace. Il primo passo da compiere per un’uscita dalla situazione di repressioni generalizzate, sfruttamento senza limiti e crisi sistemica della Cina è quello della rimozione dell’oligarchia che la governa. L’isolamento di decine di milioni di persone nello Hubei e in altre province e città della Cina potrebbe essere in teoria il terreno di coltura per forme di autorganizzazione dal basso di fronte alle incapacità e alle vessazioni delle autorità, ma il giustificato terrore della gente per i contatti sociali a rischio di contagio per il momento lo impedisce. La drammatica esperienza comune vissuta di sicuro però rimarrà nella coscienza di questa massa enorme di persone. Forse anche in questo caso, come in altri, le incapacità del regime di Xi Jinping e i disastri o le disfatte che ne conseguono genereranno paradossalmente degli effetti positivi. Che ciò sia possibile lo testimonia quanto è avvenuto nell’ultimo biennio. All’accelerazione data da Xi alla promozione di ideologie patriarcali ha fatto per esempio da contraltare una prepotente rinascita del femminismo. Alle sue politiche reazionarie ha risposto la diffusione di un movimento di giovani marxisti radicali. E l’intensificazione dello sfruttamento di vaste categorie di lavoratori ha dato impulso a lotte sindacali generalizzate. Se per il momento queste voci sono state messe a tacere sotto spietate repressioni, la loro eco rimane. L’arroganza e la pochezza politica di Xi e dei suoi hanno inoltre dato forza alla resistenza di Hong Kong e Taiwan alle pretese imperiali di Pechino, con lo svilupparsi sia di esperienze di lotta insurrezionale violenta sia di massiccia mobilitazione pacifica per l’autodeterminazione. Esperienze energiche che potrebbero avere nel tempo effetti di contagio anche nella Cina continentale. E adesso la debacle del regime nel prevenire il diffondersi del virus potrebbe creare ulteriori condizioni per una presa di coscienza di vaste masse di cinesi. Prima di Xi tutti questi segnali di risveglio e attivismo non c’erano, o erano di dimensioni infinitamente più ridotte. Se quindi l’invito a dimettersi mossogli dal compianto Wang Meiyu rimane interamente valido, a Xi Jinping va forse riconosciuto qualche merito, anche se certo non attribuibile alle sue intenzioni.

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