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“Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” questa domanda venne coniata da Edward Lorenz, un famoso matematico e meteorologo statunitense nel lontano 1972. La frase fece storia e contribuì alla divulgazione della teoria matematica del caos, rendendosi popolare come “effetto farfalla”. Da allora, la farfalla in questione ed il suo delicato -ancorché catastrofico- battito d’ali hanno avuto fortuna, soprattutto in ambito letterario e cinematografico: in un mondo nuovo sempre più piccolo, i simboli adeguati sono scarsi e ce n’è un certo bisogno.

In questi giorni, tuttavia, i simboli potrebbero acquistare ben altro peso e dimensione. Proviamo a riformulare la domanda di Lorenz: “Può, un virus sconosciuto in Cina, provocare una crisi economica in tutto il mondo, oltre che in Texas?” Le misure di contenimento del virus Covid-19 (ex-Coronavirus) in Cina stanno raggiungendo dimensioni epiche, alcune delle quali probabilmente sfuggono all’immaginazione dei più, almeno qui in Occidente. Da un mese, Wuhan, una città di 11 milioni di persone (più o meno come Mosca) è stata praticamente messa in quarantena. Questo significa che la gente, nei fatti, è chiusa in casa. Da allora, le città cinesi in quarantena sono salite a 16 e potrebbero crescere. Al dl là degli effetti straordinariamente disagevoli di queste misure sulla popolazione, già colpita da orari di lavoro massacranti, dalla miseria e da condizioni di vita non esattamente buone -cosa che meriterebbe una riflessione umana e umanitaria a cui pochi media hanno pensato in queste settimane, preoccupati come sono dal contagio- sta crescendo un effetto disastroso sulla produzione e l’economia in generale. Solo dei cinesi? Principalmente sì, ma…

Ecco l’effetto farfalla. Come sanno anche i sassi, la Cina è la seconda economia mondiale dopo gli Sati Uniti. Ma cosa vuol dire, esattamente? La Cina è, in realtà, il paese che produce più “cose” del mondo, più manufatti. In questi giorni, il temutissimo Covid-19 sta praticamente paralizzando la produzione di tutte queste cose perché la gente non va a lavorare, in alcune delle regioni più industrializzate del paese, per le estreme misure profilattiche di un governo che, in realtà, sembra non sapere bene che pesci pigliare e che sta ricevendo pressioni fortissime da tutte le parti. Qui in Europa qualcuno si è preoccupato moltissimo, pochi giorni fa, perché il Mobile World Congress, la più grande fiera del mondo di telefonia mobile che da qualche tempo si svolge a Barcellona, è stato annullato proprio perché le imprese più importanti e prestigiose di questo settore hanno annullato la loro partecipazione alla fiera per paura del contagio cinese. Il danno calcolato per l’economia locale catalana, che vive praticamente di turismo, è di circa 500 milioni di euro. Una sciocchezza, in termini globali. Ma, parlando di simboli, questo fatto ha la sua importanza.

Esiste una serie di fattori, produttivi, economici e finanziari ma anche psicologici e culturali, che fanno di questa situazione una gigantesca bomba la cui miccia è già stata accesa. Se la Cina è la più grande fabbrica del mondo, lo è proprio perché forma parte di un’economia globalizzata e circolare in cui ciascun attore svolge un ruolo, che gli economisti alla moda chiamano Catena Globale del Valore. Un esempio: Hyunday, la nota industria automobilistica sudcoreana, ha sospeso la sua produzione perché non gli arrivano i pezzi delle sue auto prodotti in Cina. I cinesi non li possono produrre un po’ perché se ne stanno a casa e un po’ perché non gli arrivano più le materie prime dall’Australia, dal Sudafrica o dal Brasile -o gliene arrivano meno- perché i mercantili sono fermi nei loro porti, in quarantena per la paura del virus. Si moltiplichi questa situazione per X: il turismo mondiale (al quale i cinesi in questi ultimi anni contribuiscono con più di 150 milioni di presenze all’anno, non sono proprio noccioline), centinaia o migliaia di settori produttivi (pensate solo a cosa portate addosso o al computer o al cellulare dove state leggendo queste righe), buona parte del commercio mondiale, il petrolio, le materie prime.

I solerti analisti di Wall Street e della City di Londra hanno già detto che sì, effettivamente questa pare una crisi più grave, dal punto di vista finanziario, di quella che nel 2003 venne causata dal virus della SARS (sempre in Cina). Allora si parlava di perdite per 40 miliardi di dollari ma oggi se ne prevedono per 280 miliardi. Questo se va bene. Perché questi signori danno già per perso, dal punto di vista degli attivi finanziari, il primo trimestre del 2020 a livello globale. La cosiddetta economia mondiale è ormai in crescita da 43 trimestri consecutivi (fate i calcoli: son più di dieci anni, alla faccia della crisi) con un apporto fondamentale dell’economia cinese -che genera il 16% circa del PIL globale. C’è da dire che durante la crisi della SARS, la Cina era la sesta economia mondiale, mentre adesso è la seconda. Se traballa la Cina, traballa il mondo. Ecco l’effetto farfalla.

Catastrofe alle porte? Dipende…

Comunque, gli stessi solerti analisti dicono anche di non preoccuparsi molto: se la situazione del virus sarà messa sotto controllo nei prossimi due o tre mesi, l’economia e la produzione cinesi si ricupereranno e, anche se per quest’anno in Cina dovranno stringere un po’ la cinghia, l’importante è che il sistema riprenda a funzionare e la macchina del capitalismo a buttar fuori soldi come prima. Almeno, questo è quanto affermano pubblicamente: e se il virus continuasse ad imperversare, come una nuova pandemia di Spagnola? E’ probabile che, in realtà, si stiano cagando sotto. Che poi, davvero non sarebbe necessaria un’ecatombe per creare una situazione esplosiva dal punto di vista economico. Finora sono morte poco più di mille persone in Cina e il contagio non sembra estendersi facilmente: ma i governi, soprattutto quelli del “primo mondo”, stanno facendo il diavolo a quattro affinché in Cina risolvano il problema mettendo tutti sotto chiave. La paralisi dell’economia globale sembra così in parte dettata dalla paranoia di alcune società ricche e asettiche, dalla soddisfazione un po’ ingenua dell’amministrazione Trump per aver assestato un bel colpo agli odiati musi gialli e dall’incapacità di tutti di affrontare una crisi sanitaria come questa in un modo efficace, addirittura di comprendere esattamente cosa stia succedendo, un po’ come accade col riscaldamento globale ed il cambiamento climatico. Oltre all’ormai mitica farfalla, la situazione ricorda anche un serpente che si morde la coda: un sistema di relazioni economiche e sociali sempre più grande e folle, che non riesce a controllare e gestire (ci è mai riuscito?) le contraddizioni e le crisi che provoca, sempre più numerose, devastanti e globali. Si obbietterà forse che il capitalismo non ha creato il Covid-19. Non è del tutto vero: il virus nasce e si sviluppa in un contesto sociale e naturale inedito, di forti ammassamenti urbani, con rischi epidemiologici anch’essi inediti. E queste caratteristiche non appartengono certo ad una piccola società rurale ma ad una delle più grandi concentrazioni industriali del pianeta, dove opera il capitalismo tout court, aggressivo e spietato come non mai.

Insomma, è relativamente più facile isolare il virus (anche se a un costo sociale gravosissimo) che isolare i danni economici che questa situazione potrebbe produrre. La libera circolazione di capitali e merci a livello planetario sta conoscendo così il rovescio della medaglia: invece di uno scenario di olocausto della specie umana caro a tanti film di zombie, è probabile che il pericolo maggiore di questa crisi sanitaria sia quello di una recessione mondiale aggravata dalla paralisi produttiva cinese, quando non provocata da questa.

Giusto per continuare a parlare di fantascienza, ad alcuni non sarà sfuggito che il mondo contemporaneo assomiglia sempre di più alle prime pagine di un romanzo di J.C. Ballard, prologo di catastrofi ambientali apocalittiche. Il capitalismo, vinta la famosa lotta di classe (anche grazie al contributo non indifferente dei dirigenti della classe opposta) e sgombrato il campo dalle noiose conseguenze della Guerra fredda (in virtù dello stesso meccanismo) sta andando però stolidamente e lentamente incontro alla sua propria fine, come se niente fosse. La dinamica distruttiva sembra essere già stata sbozzata in una spirale di concatenazioni, irresponsabilità, calcoli sbagliati, cinismo estremo. Chissà se i solerti analisti se ne sono resi conto? O se ci pensano ogni tanto, fra un consiglio di amministrazione e l’altro?

E quindi?

Tuttavia, anche se colpito da un’altra crisi severa, è ovvio che l’attuale sistema dominante non sparirà semplicemente, come una bolla di sapone. Sarebbe bello. Sicuramente verranno messi in funzione (probabilmente lo sono già) meccanismi non solo per limitare i danni ma anche per ricuperare i profitti perduti più in fretta possibile e con i sistemi consueti: sfruttando ancora di più la forza lavoro comprimendo ulteriormente i salari, per esempio.

Ma non è sempre così semplice. Già dopo la crisi del 2007/2008 avevamo assistito ad una vera e propria “crisi di identità” e di consenso del capitalismo e delle sue istituzioni, superata solo -e con qualche difficoltà- dalla massiccia campagna a favore della proprietà privata e del saggio di profitto che ha intossicato in questi ultimi anni tutti gli ambiti della cultura, della comunicazione e della politica. La graduale perdita della qualità della democrazia rappresentativa in molti paesi avanzati, tanto per dirne una, si inscrive in questa dinamica da rullo compressore. Una nuova crisi dagli effetti anche più devastanti di quella innescherebbe probabilmente reazioni a catena fra i popoli del nuovo mondo globalizzato. La resistenza, che esiste peraltro già, aumenterebbe invece di diminuire. Capire poi quali sbocchi politici e sistemici questa resistenza potrebbe avrebbe, è un altro discorso.

Anche in questo caso, forse, l’anello debole della catena si trova in Cina. Nonostante la società cinese sia da decenni sottoposta ad una pressione quasi insostenibile di un capitalismo giovane, energico e specialmente violento, appoggiato nel suo sviluppo da un apparato repressivo e “persuasivo” fra i più efficienti del mondo, è anche vero che tutto ha un limite. Da anni, le condizioni di vita precarie delle grandi masse cinesi (e sono veramente grandi) preoccupano non poco i ceti dirigenti del paese e non esattamente per considerazioni di carattere umanitario. Mantenere in quarantena una popolazione di molti milioni non dev’essere una cosa facile nemmeno in Cina, soprattutto se le condizioni di vita già dure peggiorano ancora di più. Probabilmente, oltre alla fretta di riprendere la normalità economica, Xi Jinping non vede l’ora di superare lo scoglio dei possibili fermenti sociali che la crisi sanitaria -con l’aggravante del panico che essa provoca- potrebbe suscitare.

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