La pandemia del tardo capitalismo
Ciò che sta succedendo sul Coronavirus mostra come
anche il più «naturale» dei fenomeni fa i conti con i rapporti
politico-economici globali. Il rischio è che nel tentativo di mettere delle
toppe si moltiplichino soltanto le emergenze
Secondo i dati più recenti
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), a livello globale
quasi un decesso su cinque è dovuto a una malattia infettiva. Che diventa un
decesso su due se si considera solo la metà del mondo più povera. Si tratta di
malattie per lo più curabili – polmoniti, bronchiti, dissenterie. E spesso
orribili. Quelle che non uccidono debilitano, invalidano e possono trascinarsi
in lunghe paralizzanti agonie (cercate su google «elefantiasi» per capire di
cosa stiamo parlando). Molte fanno parte delle cosiddette «malattie tropicali
dimenticate». «Tropicali», anche se si concentrano dall’equatore in giù dove
vive la maggior parte dei poveri del mondo. «Dimenticate», perché notoriamente
dei poveri è facile disinteressarsi. Forse sarebbe più appropriato chiamarle
«malattie banali poco lucrative». Al momento colpiscono più di un miliardo di
persone, con danni che dalla salute arrivano all’economia, tornando nuovamente alla
salute, in una classica trappola del sottosviluppo.
Di fronte a questi dati il clamore
mediatico per il Coronavirus – con le poche centinaia di vittime a fronte dello
straordinario dispendio di risorse ed energie che sta mobilitando – sembra
ipocrita quanto ridicole appaiono le scene di panico che ne derivano. Ma non
c’è alcuna contraddizione. Il panico porta all’estremo il timore di finire in
quelle stesse condizioni di morte e malattia lontane ma presenti, da cui
proviamo a proteggerci con muri che si rivelano inutili di fronte a un morbo
invisibile. E che in realtà spesso sono già a casa nostra. Un anno fa ha fatto
scandalo la notizia di un’epidemia di tifo a Los Angeles, una malattia
«medievale» nel pieno della California, lo Stato più ricco del Paese più ricco
del mondo, in cui però si registra un record di senzatetto.
Visto che povertà, scarsa igiene, carenza di assistenza medica non vengono
scongiurate a monte, è inevitabile che le risorse si concentrino sulle
potenziali catastrofi sanitarie che producono a valle. Se per farlo si può
contare sulla collaborazione di una popolazione terrorizzata, meglio.
La transizione
mancata
Eppure fino a qualche anno fa la convinzione generale
era che le malattie infettive fossero destinate a sparire, o quantomeno che
presto non avrebbero più rappresentato un fattore di mortalità significativo,
lasciando sempre più spazio a malattie non trasmissibili come quelle cardiache
e tumorali. Una «transizione epidemiologica» che, nel modello canonico
teorizzato da Omran nel 1971, si compie anche attraverso il «progressivo
recedere delle pandemie».
Belli gli anni Settanta, quelli in cui il futuro
prometteva un benessere diffuso, cambiamenti demografici e pure la fine dei
germi (mentre il presente regalava guerre, colpi di Stato e apartheid).
Guardando la storia epidemiologica dei paesi industrializzati si deduceva che
il miglioramento delle condizioni sociali, economiche e delle infrastrutture
sanitarie dei paesi in via di sviluppo li avrebbe portati a replicare lo stesso
schema – con ritmi diversi e ognuno ai suoi tempi, tanto non c’è fretta. Il
successivo precipitare dell’economia di tanti Stati africani e non solo, il
crollo dei sistemi socialisti dell’Europa dell’est insieme a quello
dell’aspettativa di vita dei loro abitanti e la scandalosa crescita delle
disuguaglianze hanno di gran lunga ridimensionato questi ottimistici scenari.
A lasciare ancora un margine di
credibilità a tali proiezioni è stata, paradossalmente, proprio la crescita
della Cina, in cui si è registrata la più grande emersione dalla povertà della
storia, con un miglioramento senza precedenti delle condizioni di vita di
centinaia di milioni di persone. Come sanno gli studiosi di disuguaglianze, è
stato il gigante asiatico a trainare l’apparente miglioramento dei dati sulla
povertà globale. Come riassumeva egregiamente l’antropologo Jason Hickel su Jacobin Mag, a trainare il declino
della percentuale di esseri umani che vive con 1,9 dollari al giorno (soglia
comunque miserevole) è proprio la Cina, senza la quale le magnifiche sorti e
progressive decantate da magnati come Bill Gates registrerebbero un aumento del
numero assoluto di persone che vivono in povertà, principalmente in Africa (ma
non solo). Che ciò si rifletta sulle condizioni sanitarie è ovvio. Questo è il
retroterra in cui malattie curabili come la malaria e la tubercolosi hanno
ricominciato a mietere centinaia di migliaia di morti all’anno in decine di
paesi. E in cui emergono nuove potenziali pandemie come il virus Zika (era il
2016, ce lo siamo già dimenticato?) o ne riemergono di vecchie come l’Ebola.
Il problema non è però solo il sottosviluppo. È
anche lo sviluppo. A partire dal principale clamoroso effetto collaterale
dell’anelata crescita globale: il cambiamento climatico, le cui conseguenze
dirette e indirette sulla salute aprono scenari inquietanti. Così come gli
effetti imprevedibili dell’alterazione accelerata degli ecosistemi del pianeta,
come pure quelli dell’industria alimentare, dei traffici di merci (si pensi
alla zanzara tigre nascosta nei pneumatici venduti in giro per il mondo), dei
viaggi internazionali.
Il contraddittorio mix di condizioni
socio-sanitarie disastrose come quelle del Congo e di Haiti e di tecniche
mediche avanzate come trasfusioni e campagne di vaccinazione sono all’origine della prima pandemia
globale della storia contemporanea, quella tutt’ora in corso dell’Aids.
E non è dalla povertà, ma da ciò che muove la ricchezza che nascono malattie
come quelle che si sono guadagnate le prime pagine dei giornali in tempi recenti.
In poco più di quindici anni abbiamo visto Sars, Mers, influenza aviaria,
influenza suina e ora il 2019-nCov. Le loro radici comuni affondano in
modernissimi allevamenti intensivi, viaggi intercontinentali e megalopoli.
Spesso il virus è incubato in qualche animale esotico, come il pipistrello, per
poi passare ad animali a stretto contatto dell’uomo come il cammello. Oppure
direttamente da animali come il maiale o il pollo all’essere umano che li
ammassa e li macella. E che poi li lavora, li vende e quindi viaggia e si
sposta. Azzeccata la mutazione che gli permette di passare da uomo a uomo, il
virus è pronto a dilagare.
Non è quindi né lo sviluppo né il sottosviluppo la
ragione strutturale dietro la ricorrente minaccia di una pandemia globale come
quella della Spagnola di cento anni fa. È la particolare combinazione dei due,
che ammassa e connette uomini e merci, sconvolge relazioni ecologiche
consolidate e al contempo ne crea di nuove, accumulando incredibili ricchezze e
capacità produttive insieme a clamorose povertà. Che crea differenziali
talmente grandi nelle prospettive e stili di vita che milioni di uomini e donne
non rinunciano a spostarsi nel tentativo di colmarli, per quanto le si possa
annegare, imprigionare, torturare. Come ha scritto il biologo marxista Richard
Levins, che nel 1993 ha coordinato un pionieristico convegno a Harvard
dall’eloquente titolo «Malattie in Evoluzione», «piuttosto che annunciare il
declino inesorabile delle malattie infettive, dobbiamo renderci conto che ogni
grande cambiamento nella società, nella popolazione, nello sfruttamento della
terra, nel clima, nella nutrizione, o nelle migrazioni è al contempo un evento
sanitario con il suo quadro epidemiologico».
Anziché sparire, le malattie infettive si evolvono
insieme all’economia globale. Evidentemente però è difficile liberarsi di certi
miti. D’altronde, come si possono considerare crisi, disoccupazione di massa e
guerre deviazioni momentanee rispetto all’equilibrio naturale verso cui
tenderebbe un sistema economico a concorrenza perfetta, allo stesso modo si
possono considerare accidentali tutti i fatti che contraddicono i presunti
trend epidemiologici di un lungo periodo in cui saremo tutti belli sterilizzati
e asettici (perché morti e sepolti).
Se lo scenario idilliaco non si è
ancora realizzato l’unica spiegazione è che ci sia qualcosa di strano,
premoderno: i cinesi si mangiano pipistrelli e serpenti, gli arabi giocano con
i cammelli e gli americani sono ossessionati dalla carne di maiale. Una
ricercatrice del movimento One Health che propone un approccio ecologico alla salute,
intervistata a Radio 3 Scienza
ha parlato di due Cine: una moderna e occidentalizzata e una ancora legata a
pratiche alimentari antiquate ed esotiche, come quelle che affollano l’ormai
famigerato mercato del pesce di Wuhan (eppure ancora non è sicuro se sia stato
quello l’effettivo focolare). Quando ci si concentra sulle cause immediate,
anche quelle ecologiche, senza tenere conto dei rapporti economici e sociali si
finisce sempre male. One medicine, one Health – ein Reich, ein Führer.
Problema globale
orgoglio nazionale
La semplificazione razzista e
nazionalista è tornata di moda di fronte a problemi complessi. Forse perché più
che il passaggio dall’animale all’uomo, quello che spaventa è il passaggio
dall’uomo nero – in questo caso giallo – all’uomo bianco. In Italia l’ondata di
sinofobia è stata denunciata anche da Amnesty: dai bar che si rifiutano di servire i turisti cinesi
ai quotidiani gesti offensivi ai danni di quelli che da anni vivono in Italia
(o sono nati qui). Chi poi si contrappone al razzismo palese lo fa spesso in
nome di un nazionalismo più rispettabile e sottile, ma altrettanto insidioso. I
più autorevoli giornali italiani, quotidianamente impegnati nella lotta alle
bufale del web, hanno sbandierato a titoli cubitali la notizia dell’isolamento
del virus allo Spallanzani di Roma, millantando che fosse il primo caso nel
mondo, o almeno in Europa. Un falso clamoroso, quanto l’insinuazione in prima
pagina di Repubblica per cui la Cina avrebbe tenuto per sé i dati
sul genoma del virus, che invece il nostro generoso paese metteva per la prima
volta a disposizione della comunità scientifica internazionale. Sarebbe bastato
consultare gli appositi database pubblici per vedere le sequenze genomiche già
condivise da Cina, Australia, Francia e Germania. Ma questo è stato solo uno
degli episodi più eclatanti – battuto dalla notizia sull’invenzione del virus
in un laboratorio cinese, lanciata da TgCom24 – di una
generale campagna di diffamazione contro la Cina. Mentre l’Oms celebrava la
serietà e la qualità dell’impegno di Pechino, non c’è giornale occidentale che
non abbia parlato di ritardi nel riconoscimento dell’epidemia, o messo in
discussione l’attendibilità dei dati forniti.
La questione non è semplice da
districare. Si pensi però che all’epoca dell’influenza suina del 2009 il virus
fu lasciato a lungo incubare negli allevamenti intensivi di Messico e Stati
Uniti e fu identificato solo dopo mesi che circolava nell’uomo. Se i media
occidentali se la prendono allora con i «gooks», come gli americani chiamavano
gli asiatici quando erano impegnati a insegnargli la democrazia a colpi di
napalm, è perché questi si sono permessi di insidiarne il dominio sull’economia
mondiale. Il blocco dei voli da e per la Cina, ordinato con il parere contrario dell’Oms, si inserisce nella guerra
commerciale scatenata da Trump due anni fa. Proprio a pochi giorni dalla sigla
di un accordo sul rilassamento dei dazi doganali tra i due paesi, la Cina si è
trovata costretta ad accelerare i tempi, programmando l’abbattimento delle
tariffe di alcuni beni per far fronte agli effetti sulla produzione delle
recenti misure di emergenza. A unilaterale beneficio degli Usa.
Questo ovviamente non vuol dire che il virus non
sia reale e la pandemia non sia un rischio, ma piuttosto che anche il più
«naturale» dei fenomeni fa sempre i conti con i rapporti di forza
politico-economici globali, forse più di quanto non sia vero il contrario (con
la notevole eccezione di supernove, buchi neri, collisioni planetarie – almeno
per il momento). Non c’è quindi bisogno di tirare in ballo laboratori e servizi
segreti (per quanto la storia della Cia non renda scientificamente fondato
escludere a priori l’ipotesi di un suo coinvolgimento su praticamente qualsiasi
cosa a parte supernove, buchi neri, collisioni planetarie – anche questa volta,
almeno per il momento). Anche perché gli effetti sono contraddittori, come
dimostrano le preoccupazioni dei mercati e, nel nostro paese, i malumori di
Confindustria per il blocco dei voli deciso dal governo, l’unico in
Europa e il primo al mondo a prendere una tale scelta in un misto di psicosi
istituzionale, servilismo filoatlantico e ciarlataneria.
Da un’emergenza a
un’altra
Nonostante le distorsioni dei media,
il panico da pandemia ha però la sua tragica razionalità: meglio esagerare con
le precauzioni che sottovalutare il rischio e pentirsene quando è troppo tardi.
In questo modo però le pandemie di panico diventano prove generali di uno Stato
di polizia. Ciò che è davvero irrazionale, allora, è essere arrivati a questo
punto. Anche se il Coronavirus verrà fermato, la minaccia rimarrà. «Una
pandemia dovuta a un virus aereo altamente infettivo è inevitabile […] non si
tratta di se ma di quando e come». Lo ha scritto l’Oms in un recentissimo documento sulle
principali sfide sanitarie del decennio appena cominciato, riprendendo un
rapporto pubblicato prima ancora che si parlasse dell’influenza nata a Wuhan.
Come ha scritto sulla rivista marxista Monthly Review pochi giorni fa Robert
Wallace, biologo evoluzionista esperto del campo,
«dal 2000 ci siamo già imbattuti in nuovi ceppi di
febbre suina africana, Campylobacter, Cryptosporidium, Cyclospora, Ebola, E.
coli O157:H7, afta epizootica, epatite E, Listeria, virus di Nipah,
febbre Q, Salmonella, Vibrio, Yersinia, Zika e una varietà di influenze di tipo
A, tra cui H1N1 (2009), H1N2v, H3N2v, H5N1, H5N2, H5Nx, H6N1, H7N1, H7N3, H7N7,
H7N9, and H9N2. E praticamente nulla di reale è stato fatto. Le autorità tirano
un sospiro di sollievo per il recedere di ognuna di esse e subito dopo fanno un
lancio alla roulette epidemiologica, rischiando che esca il numero più
virulento e letale. Un approccio che rappresenta più di una semplice mancanza
di lungimiranza e coraggio. Per quanto necessari, gli interventi di emergenza
volti a ripulire ognuno di questi casini possono peggiorare la situazione.
Oltre questa continua proroga, non riuscire ad affrontare i problemi alla
radice rischia di rendere le stesse misure d’emergenza inefficaci».
Il rischio è che proprio nel
tentativo di mettere toppe a questa situazione che non si è stati in grado di
risolvere si moltiplichino le emergenze stesse, facendoci precipitare in uno
stato d’eccezione permanente fatto di quarantene, trattamenti sanitari
obbligatori, chiusura di porti e aeroporti. Come nel caso dell’influenza in cui
la morte non è dovuta al danno diretto del virus ma agli effetti della reazione
immunitaria che suscita, le nostre società rischiano di soffocare per le contromisure
che sono costrette a mettere in campo per fermarla. «Il cordone sanitario
sembra funzionare, ma il contagio economico pare inarrestabile», scriveva in
seconda pagina Repubblica il 9 Febbraio. Una
preoccupazione presente anche nelle recenti dichiarazioni della Presidente
della Bce, Christine Lagarde. D’altronde secondo l’ultimo rapporto annuale del
Tavolo di Monitoraggio sulla Capacità di Risposta Globale (Global Preparedness
Monitoring Board) intitolato A World at Risk,
che riprende stime della Banca Mondiale, il costo economico di una grande
pandemia sarebbe in grado di annullare la crescita del Pil in diverse parti del
mondo.
La crescita economica ci aveva promesso la fine dei
germi e ora sono i germi a minacciare la fine della crescita economica.
Una scienza per il
popolo
Non bisogna esagerare con i catastrofismi. Non solo
perché per gran parte del mondo la catastrofe è già in atto. Ma perché per
alcuni le catastrofi sono innanzitutto un’occasione di lucro. Prendete le
famigerate risate intercettate degli imprenditori edili Piscitelli e Gagliardi
di fronte al terremoto de L’Aquila, moltiplicatele per un milione di volte,
travestitele di contegno, ammantatele di rispettabilità e avrete gli
amministratori delegati delle aziende farmaceutiche, delle assicurazioni
sanitarie, delle imprese di bonifica e di costruzioni più ricche del mondo.
Non c’è bisogno di invocare i famosi
complotti con cui Big Pharma vorrebbe imporci i suoi dannosi unguenti: il
problema dei vaccini non è essere inutili ma proprio essere utili! Essere
l’unica arma a cui abbiamo imparato a ricorrere per contenere i danni generati
da un sistema che riesce a lucrarci sopra e a dire che lo fa per il nostro
bene. Gettandoci nel panico quando non riusciamo a svilupparli in tempo, fino a
farci temere più un microscopico virus e la sua manciata di vittime che il
gigantesco rischio quotidiano che corriamo ogni volta che prendiamo l’auto o
andiamo a lavorare in cantiere o in fabbrica. Una logica che rischia di
lasciarci sguarniti anche di fronte a tutti i microrganismi che stanno
sviluppando resistenze ai nostri preziosissimi antibiotici. Una minaccia
sanitaria, questa, considerata tra le più importanti del decennio secondo l’Oms
e addirittura la più grave di tutte secondo Sally Davis, ex-capo consulente
sanitario (Chief Medical Officer) del governo inglese, che la definisce uno
«tsunami silente», pericoloso quanto il riscaldamento globale.
Ovviamente la scienza di fronte a
questi nuovi pericoli non sta a guardare. Biologia sintetica, fagoterapia, addirittura la
geo-ingegneria promettono di tirarci fuori dai disastri causati
dalle tecnologie precedenti. Potrebbero riuscirci e speriamo lo facciano,
superando gli ostacoli al loro sviluppo dettati dalle esigenze di profitto di
breve periodo delle aziende private come spiegato bene da Leigh Philipps. Speriamo e lottiamo
perché l’intervento pubblico prenda in mano la questione, come ha dimostrato di
saper fare proprio nel caso del Coronavirus in Cina e allo Spallanzani,
nonostante sottofinanziamenti e precarietà (ma non diciamolo troppo forte che
qualcuno potrebbe pensare che allora va bene così). Il problema però sono i
disastri a cui ci porteranno a loro volta questi innovativi rimedi. E
soprattutto chi ne pagherà il prezzo. Perché la catastrofe ecologica non è
uguale per tutti. Anzi, di per sé il termine non significa nulla. Ogni
organismo altera il suo ambiente ed è al contempo parte dell’ambiente di un
altro, con cui intrattiene rapporti tutt’altro che idilliaci. C’è simbiosi e
mutualismo ma anche antagonismo e predazione. L’idea che tutto tenda verso un
qualche equilibrio naturale non solo è a priori indimostrabile ma anche
storicamente falsa, come mostra la sequela di estinzioni di massa che hanno
preceduto la comparsa dell’homo sapiens.
Non è quindi una crisi ecologica quella a cui siamo
davanti ma l’ecologia di una crisi che concentra la ricchezza in poche mani
irresponsabili. Quelle di chi gioca con il fuoco convinto che non si brucerà
mai, anche se manderà a fuoco tutto. Mentre noi urliamo nelle piazze che «non
esiste un pianeta B», Elon Musk prepara programmi spaziali che prevedono colonie
lunari e addirittura marziane nel giro di cinquant’anni. Nel caso «l’astronave
terra» si rivelasse un gigantesco Titanic i passeggeri di prima classe stanno
preparando le scialuppe di salvataggio. E molti scienziati ne sono
involontariamente complici (alcuni volontariamente). Che la scienza non sia
democratica, come va sbandierando il paladino degli anti-anti-vaccinisti
Roberto Burioni non è allora un vanto ma un problema. Gli stessi paesi liberali
che hanno ridotto la politica a un talk show e la democrazia al televoto,
oppongono a questo libero e vuoto opinare il rigore della scienza. Ma se con
democrazia si intende il potere del popolo di decidere il proprio destino,
allora la partecipazione popolare al processo di produzione scientifico diventa
non solo essenziale, ma qualcosa che verrebbe arricchito dal metodo scientifico
e che lo arricchirebbe al contempo.
In un articolo apparso a Novembre
dell’anno scorso su Nature, la più importante rivista
scientifica del mondo, con l’eloquente titolo Una nuova scienza del
21esimo secolo per risposte efficaci contro le epidemie, si sostiene
che «al centro di questo approccio devono esserci le comunità a rischio: le
popolazioni locali sono le prime a rispondere alle epidemie e il loro
coinvolgimento nelle attività di preparazione e risposta è essenziale». Va da
sé che questo richiede un popolo istruito e non afflitto dalla fame, dal
terrore della disoccupazione e da carichi di lavoro massacranti. Va da sé che
questo richiede una rivoluzione.
*Luca De Crescenzo,
attivista di Potere al Popolo!, sta curando e traducendo una raccolta di
scritti del biologo, matematico e filosofo della scienza Richard Levins in
uscita per Mimesis.