La transizione ecologica sarà pianificata o non si farà
Sono gli stessi padroni del mondo a riconoscerlo: il
Global risks report del Forum economico mondiale di Davos di quest’anno ha
designato la crisi climatica come la principale minaccia che pesa sull’umanità.
Lontano dalle discussioni ovattate della stazione sciistica svizzera, gli
scioperi dei liceali – con la figura trainante di Greta Thunberg – sono
un’espressione della presa di coscienza climatica. La loro ampiezza non lascia
spazio a fraintendimenti: in materia di mobilitazioni per il clima, siamo
entrati in una nuova fase.
I dibattiti che crescono attorno al “Green new deal”
ai quattro angoli del mondo ne sono un’ulteriore illustrazione.
Inaspettatamente, è la versione americana, promossa dalla giovane
rappresentante dei Democratici Alexandria Ocasio-Cortez, a essere la più
ambiziosa. La transizione ecologica, sostengono Ocasio-Cortez e la sua équipe,
presuppone la ristrutturazione radicale delle nostre economie. La buona notizia
è che le nostre società hanno già realizzato con successo delle transizioni di
questo tipo, nel contesto della Grande depressione o dopo la Seconda Guerra
mondiale in Europa.
Una cosa è certa: lo Stato deve prendere i comandi
della transizione ecologica. Le soluzioni proposte sino ad oggi, combinazioni
di meccanismi di mercato e iniziative decentralizzate, non sono all’altezza. La
transizione ecologica sarà pianificata o non si farà. Trattandosi di un
obiettivo trasversale, che concerne la società nel suo insieme, tutte le
risorse dello Stato devono essere riorientate in questa prospettiva. Allorché
lo Stato diventerà più intervenzionista, il suo tenore in democrazia dovrà
aumentare per evitare il rischio di “tecnocrazia verde” o di “dittatura degli
esperti”. Evidentemente bisognerà preservare – o addirittura ampliare – lo
spazio di autonomia e sperimentazione per le collettività locali e la costruzione
dei beni comuni. Ma questo avvenire
nel quadro di obiettivi confermati
democraticamente a livello centrale.
L’idea è semplice: si tratta di ripartire dai
bisogni. A patto che sia solvibile, il capitalismo è disposto a soddisfare
qualsiasi bisogno, poco importa che sia nocivo o alienante. Al contrario, una
massa di bisogni individuali e collettivi non sono soddisfatti perché non sono
solvibili. Tutto inizia quindi dalla definizione dei bisogni, una definizione
basata su procedure democratiche. Per arrivarci potranno essere messe in atto
forme di “democrazia partecipativa”. In seguito, bisognerà chiedersi come
potremo soddisfare i bisogni così definiti. Talvolta sarà attraverso il settore
privato, altre volte con società pubbliche locali, altre ancora attraverso
organizzazioni dell’economia sociale e solidale. Ma in numerosi casi, lo Stato
sarà un attore indispensabile per dare coerenza e consistenza a una traiettoria
di transizione che allei soddisfazione dei veri bisogni e ripristino ecologico.
L’azione dello Stato in materia di transizione
ecologica dovrà poggiare su tre pilastri. Il primo: un programma di
investimenti massicci in favore di energie e infrastrutture proprie e di
disinvestimento nelle energie fossili. I dati esistono, quelli dell’associazione
“Négawatt” o dell’ADEME per esempio. Gli Americani, ad esempio, propongono di
decarbonizzare la loro economia in dieci anni. Basta con le mezze misure: è ora
di passare alla mobilitazione generale per il clima.
Questi investimenti avranno come obiettivi la
riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, ma anche di decrescita
dell’utilizzo delle risorse naturali, o ancora di misure di
preservazione/ripristino degli ecosistemi. Troppo spesso, la crisi climatica
viene ridotta al solo cambiamento climatico che è solo una delle sue
dimensioni.
Questi investimenti combinati alla decrescita
materiale devono sfociare su quello che gli economisti dell’ambiente chiamano
“disaccoppiamento”: fino ad oggi la crescita economica si è sempre accompagnata
ad un aumento dello sfruttamento della natura (spese energetiche, materie
prime). Questa correlazione deve essere scardinata. Per arrivarci, lo Stato
deve intervenire sulle scelte produttive. Ed è qui che il livello di scontro
con i capitalisti rischia di aumentare. Ma il capitalismo è nocivo per
l’ambiente, tutti l’hanno capito, anche se questo scontro è inevitabile.
I mercati o le tasse sul carbonio fanno parte di una
logica a posteriori: l’attività economica genera delle “esternalità negative”,
queste misure cerca di limitarle interiorizzandole, includendole nei costi di
produzione. È necessario rimpiazzarla con una logica a priori, che impedisca a
monte l’inquinamento o il degrado della biodiversità.
Storicamente, l’intervento dello Stato nelle scelte
produttive aveva un nome ben preciso: la pianificazione. Nel XX° secolo ha
assunto forme diverse. Alcune si sono rivelate per finire dei fallimenti, come
in URSS, altri dei successi. In Francia, la tradizione della pianificazione
“indicativa” o “concertata” deve essere rivitalizzata per riuscire la
transizione ecologica, dopo che la parentesi neoliberale l’ha indebolita. Il
primo “commissario al piano” del dopo guerra è stato Jean Monnet, meglio
conosciuto come uno dei “padri” dell’Europa. Allora, gli sforzi dei
pianificatori sono stati decisivi nella ricostruzione del paese. Si tratta di
una sfida della stessa taglia alla quale sono confrontate le generazioni
presenti.
Secondo pilastro: un programma di “impieghi verdi”,
situati nei settori non inquinanti o che contribuiscono alla transizione
ecologica. La campagna “One million climate jobs” lanciata da una coalizione di
sindacati e associazioni due anni fa deve essere trasformata in politica
pubblica.
Il “Green new deal” versione Ocasio-Cortez comprende
una proposta di buon senso: la “job garantee”, sovente tradotta in italiano con
“datore di lavoro di ultima istanza”. Lo Stato si impegna a offrire o
finanziare un impiego a ogni disoccupato che desidera lavorare, al salario
minimo del settore pubblico o di più. Questo permette non solo di ridurre la
disoccupazione, ma anche di soddisfare i bisogni impellenti nei settori non
inquinanti, o a effetto sociale e ambientale positivo: miglioramento della vita
urbana, (spazi verdi, bonifica di edifici), presa a carico di persone in
situazione di dipendenza e dei bambini, attività scolastiche e artistiche, ….
L’esperienza dei “Territori zero disoccupati” è una prefigurazione di ciò che
potrebbe essere questa “garanzia di impiego” messa in campo su ampia scala.
Terzo pilastro, il programma di investimenti
ecologici ambiziosi e di garanzia pubblica dell’impiego si emanciperà dalle
politiche di austerità inaugurate dalla crisi del 2008. Queste politiche non
hanno solamente approfondito le disuguaglianze, ma, paralizzando lo Stato,
hanno condotto a un aggravamento della crisi ambientale. È ancora più
scandaloso, dato che le banche centrali hanno mostrato la loro potenza di fuoco
ma, purtroppo, al solo servizio della stabilità della finanza privata. La
mobilitazione della potenza sovrana della moneta permetterà di rompere la
dipendenza dai mercati e di fare in modo che le risorse produttive siano
pienamente impegnate nella transizione.
Ma tutto ciò non avrebbe senso se la transizione
ecologica non fosse anche giusta. Giustizia ambientale: una parola d’ordine che
vediamo fiorire nelle mobilitazioni per il clima. Come indicano i rapporti del
GIEC, le classi popolari sono sovente le prime vittime dell’inquinamento, delle
catastrofi naturali, dell’esaurimento delle risorse naturali o del crollo della
biodiversità. Sono anche quelle a cui i governi che si succedono cercano di far
sopportare prioritariamente i costi della transizione. Non è moralmente
sopportabile ed è politicamente votato alla sconfitta. Senza sentimento di
giustizia, non riusciremo a mobilitare le popolazioni in favore della
transizione.
Investimenti/disinvestimenti massicci,
disaccoppiamento, garanzia dell’impiego, pianificazione, giustizia ambientale:
l’itinerario non può essere più chiaro. Rimane da costruire la coalizione
politica, associativa e sindacale per metterlo in atto.
*Cedric Durand, economista all’Università Paris 13; Razmig Keucheyan, sociologo all’Università di Bordeax, autore di “La nature est un champ de bataille”, Saggio di ecologia politica (La Découverte, 2014).