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Nell’ex protettorato inglese, pur nel silenzio dei media, il movimento continua e mostra un’inedita capacità di tenere insieme le anime pacifiche e quelle radicali della protesta, con pratiche organizzative e di lotta molto innovative
Lontano dai titoli dei giornali, il conflitto a Hong Kong continua silenziosamente. Entrando in qualsiasi locale della città ci si rende subito conto se si sta protestando contro il governo. Il colore giallo, simbolo pro-democratico, si sta facendo strada tra le vie e i quartieri della città, dando una forma politica a quello che è sempre stato il pilastro centrale dell’ex colonia: l’economia. Gli ultimi mesi di contrapposizione tra i due schieramenti hanno preso diverse forme grazie all’astuzia, alla creatività e all’istinto del popolo di Hong Kong nell’adattarsi alla sempre più dura repressione della polizia.

Quando a fine marzo 2019 iniziò la prima protesta contro la proposta di legge sull’estradizione, non solo nessuno si sarebbe aspettato che la storia politica di Hong Kong sarebbe cambiata così tanto, ma tutti i partecipanti erano uniti contro l’utilizzo della violenza in ogni sua forma. Il movimento che stava nascendo continuava a tessere la tela che si era fermata a dicembre 2014, quando la polizia smantellò il Movimento degli Ombrelli. Oggi il popolo di Hong Kong sta mettendo in discussione il modello sociale costruito prima come colonia britannica e poi come regione autonoma cinese. La strada intrapresa dai cittadini locali si basa sul rifiuto di gerarchie tanto quanto sull’organizzazione trasversale a cui ognuno (o quasi) può partecipare.

Le due anime del conflitto

Se il 5 giugno 2019 ha segnato il primo di un numero infinito di lacrimogeni sparati dalla Polizia di Hong Kong, la risposta della popolazione la domenica seguente ha dato inizio a un conflitto sociale profondo. Tra i due milioni di manifestanti strisciava rabbia, smorzata dal costante urlo «Hong Kong resisti!», intervallata nei mesi successivi dalla «campana delle otto» quando da un palazzo all’altro, dalle strade alle finestre dei piani più alti, all’intonazione di «cittadini di Hong Kong…» il popolo rispondeva all’unisono «Ga Yau!». Questa espressione – che letteralmente può essere tradotta come «aggiungi benzina» o «tieni duro» – sprigiona l’unione nella resistenza e incita a tenere la posizione, ponendo le basi dell’organizzazione nei mesi successivi. La creazione di una identità sociale comune ha dato la possibilità di mettere in crisi i modelli di azione e organizzazione sviluppati fino a quel momento, per poi svilupparne di nuovi, cercando di raggiungere l’obiettivo del conflitto senza perdere l’appoggio della grande maggioranza della popolazione. I dibattiti in cantonese; la creazione di un inno indipendentista; la simbolica arrampicata notturna fino all’apice del «Lion Rock» per illuminare la vetta più simbolica con la scritta «Free Hong Kong»; la «Lady Revolution» nei campus universitari. Tutti questi piccoli tasselli hanno iniziato a costruire il puzzle identitario in una città che ha vissuto gran parte della sua storia solo come accumulatore di capitale nei palazzi finanziari a Central.

Mentre le notizie principali riportavano la repressione della polizia, la cittadinanza si mobilitava silenziosamente in un gioco che alterna vita offline e online. Gli incontri nelle periferie della città o i dibattiti sul ruolo di ogni elemento della società in piccoli centri culturali indipendenti è avvenuta in parallelo con i commenti e le proposte di azione sui social network e forum sviluppati da programmatori di Hong Kong. La condivisione di notizie e la discussione costante, giorno dopo giorno, hanno fatto spostare le posizioni dei manifestanti senza ridurne il numero.

Le violenze della polizia, sotto la guida del governo di Hong Kong, sono state l’elemento che ha portato molti a dire «la violenza è inevitabile». Quello che nasconde questa frase – detta da studenti delle università così come da alcuni piccoli imprenditori – è che se l’utilizzo della violenza è diventato un modo di autodifesa, questo non significa che l’intera popolazione sia passata da metodi pacifici a metodi più radicali di manifestare. L’identità sviluppata dai cittadini di Hong Kong, contrapposti al sistema istituzionale locale così come alla presenza dei cinesi, ha permesso l’alleanza tra gruppi sociali differenti. Se un piccolo imprenditore agisce dicendo «farò tutto quello che mi è permesso dalla legge per manifestare contro il governo e supportare i manifestanti che scendono per strada», dall’altra parte un colletto bianco dei palazzi del centro finanziario di Hong Kong prende parte alla catena umana per passare pezzi di calcinacci e mattoni che servono agli studenti asserragliati nelle università occupate tra ottobre e novembre.

La forza organizzativa sviluppata durante l’estate ha permesso a tutte le parti sociali di spingere il cambiamento attraverso diversi metodi. Gli stessi manifestanti si riconoscono sempre di più in una delle due sfere dell’organizzazione: violenti o non. Entrambe hanno bisogno dell’altra, in termini di numeri e di supporto economico e materiale l’una; per mantenere alta la tensione che altrimenti sarebbe scemata molto prima l’altra. La fine del Movimento degli Ombrelli ha lasciato la rabbia di aver utilizzato i limiti della legge per manifestare, senza raggiungere nulla.

Il non-antagonismo delle due anime della protesta ha progressivamente coinvolto sempre di più la cittadinanza, mantenendo il dibattito costante sui metodi e le azioni da utilizzare in ogni momento. Le grandi proteste della domenica; gli assembramenti dei colletti bianchi nel cuore della finanza durante l’ora di pranzo; le assemblee dei collettivi e le occupazioni delle università; i muri della democrazia in centro e in periferia. Tutti metodi di conflitto spontaneo, senza una struttura organizzativa fissa e con il coinvolgimento di diverse fasce di popolazione.

L’organizzazione senza leader

Una forte leadership può cambiare le sorti di un movimento, o almeno questo è il lascito del ventesimo secolo. La contrapposizione delle due anime della protesta a Hong Kong avrebbe prodotto la frattura del conflitto a prescindere da chi ne fosse diventato rappresentante. Il costante bilanciamento tra queste due sfere è il vero «leader» dell’autorganizzazione cittadina. La mancanza di supremazia di uno dei due gruppi ha permesso a entrambi di sentirsi equamente rappresentati, di essere in sintonia anche nel disaccordo su alcune azioni.

Riavvolgendo il nastro del 2019, gli scontri di novembre all’Università Cinese di Hong Kong (Cuhk) e ancora di più al Politecnico di Hong Kong (PolyU) sembrano essere delle degenerazioni di un piccolo gruppo di violenti. Ampliando il raggio, chi era dentro le università è stato in realtà aiutato da chi era fuori. Senza l’aiuto di cittadini volontari che hanno portato cibo e bevande, materiali e supporto di ogni genere quel conflitto non sarebbe mai potuto succedere. I megafoni che sono stati utilizzati dai tetti del PolyU per chiedere aiuto ai passanti hanno ricevuto risposta. Nuove azioni non-violente come sit-in e piccoli cortei sono cresciuti spontaneamente negli angoli vicino all’Università, attirando l’attenzione della polizia e dando modo a chi era circondato dentro di alleggerire il carico di armi puntate contro.

Senza i medici volontari che hanno messo a rischio la loro carriera per aiutare sul campo chi veniva colpito da lacrimogeni, manganelli, proiettili di gomma o altri generi di violenza, le proteste di Hong Kong sarebbero finite il 2 giugno 2019. L’ex vice-cancelliere di Cuhk, Joseph Sung, nonché tra i medici più attivi nel combattere la Sars nel 2003-2004, ha raggiunto di notte insieme a un suo team l’Università quando è stata assediata dalla polizia per prestare aiuto ai manifestanti feriti. Durante gli scontri di PolyU tantissimi medici di primo soccorso volontari sono stati arrestati dalla polizia perché hanno prestato aiuto a chi era dentro gli edifici. Senza l’aiuto di giornalisti – o aspiranti tali – che hanno riportato le violenze e i soprusi della polizia nei confronti dei cittadini, la repressione sarebbe stata più violenta. Così come ai medici volontari, la polizia ha più volte preso anche i giornalisti come target durante la repressione.

La base volontaria a seconda delle capacità dei singoli si è mossa attraverso più canali, primo tra tutti Telegram come piattaforma criptata di messaggistica istantanea, prima e durante le proteste. I gruppi chiusi e in cantonese hanno dato la possibilità di un posto sicuro e molto ampio su cui l’azione sul campo poteva essere organizzata. I gruppi più popolari contano oltre cinquemila membri. Inoltre, le azioni sono state spesso proposte sul forum locale Lihkg dove le discussioni su come e quando manifestare vengono decise in base al numero di reazioni positive. Questo permette un coinvolgimento diretto di chiunque voglia partecipare, votando semplicemente o entrando nel merito della discussione. Se da una parte la mancanza di una struttura ha permesso la discussione quanto più orizzontale tra gli utenti, il rischio di infiltrazioni era evidente. Per questo l’utilizzo di parole in codice, lo slang in cantonese e l’alto numero di partecipanti alle discussioni hanno permesso al forum di continuare a ricoprire un ruolo centrale, senza il rischio di trappole.

Non solo l’autorganizzazione è il centro del successo delle proteste di Hong Kong, ma anche le modalità di protesta sono all’avanguardia. L’amministrazione Lam è stata costretta a forzare la legge per dichiarare lo stato di emergenza ed emanare la legge anti-maschere, cercando di identificare più facilmente i manifestanti. Le maschere sono la rappresentazione della lotta contro la violazione della privacy e sono efficaci perché utilizzate indistintamente da chiunque partecipi – o sostenga silenziosamente – alle proteste. Se solo i più radicali le indossassero nel medio raggio sarebbero inefficaci perché facilmente riconoscibili. Quando entrambe le sfere del movimento indossano una maschera si innesca un meccanismo di copertura e difesa reciproca che risulta ancora oggi difficile da disinnescare da parte del governo e della polizia.

I metodi di violenza basati sull’«hit and run» e la mobilitazione su più livelli e in diversi luoghi della città ha dato la possibilità di muoversi più velocemente e allo stesso tempo di ridurre la possibilità di accerchiamento della polizia. Nonostante non siano metodi nuovi, l’attacco specifico a edifici direttamente controllati dal governo di Pechino o che lo supportano contro le proteste di Hong Kong sono elementi nuovi nella regione autonoma. Inoltre il conflitto va oltre la violenza, sprigionando la creatività di hackers o grafici su internet che divulgano informazioni alla popolazione. I messaggi di supporto sul Muro di Lennon rendono colorato il dibattito politico. Il riutilizzo di «Pepe the Frog» come simbolo della protesta è stato strappato all’ultra destra statunitense, ridandogli vita.

Inoltre, Hong Kong è diventata un «centro di insegnamento» per altri conflitti sociali che stanno prendendo forma in altri Paesi. I manifestanti libanesi hanno avuto contatti diretti con Hong Kong per chiedere informazioni su metodi di lotta sul campo e su come stimolare le masse a partecipare. Al tempo stesso, dentro le università occupate la dimensione di un conflitto trasversale ha preso forma attraverso messaggi di supporto nei confronti della Catalogna, dei gilet gialli francesi, della Palestina, del Cile, delle proteste per l’incremento dei biglietti della metro di New York. Così come i dibattiti informali dopo le lezioni su quali metodi adottati in altri contesti potessero essere usati da Hong Kong per raggiungere i propri obiettivi.

La vittoria politica della micro-organizzazione

Dopo gli eventi più violenti, la sfera più pacifica ha ribilanciato la protesta. A fine novembre le elezioni locali dei distretti hanno dato la riprova di come l’organizzazione senza leader e con metodi di azioni differenti fosse supportata da tutta la popolazione. Nelle elezioni più partecipate della storia della città, per la prima volta dal 1997 un’ondata gialla – il colore con cui i pro-democratici si identificano – ha invaso i consigli distrettuali. Dove la protesta è stata più violenta la risposta della cittadinanza alle urne è stata altrettanto forte, facendo superare il 90% ai candidati pro-democratici.

L’organizzazione ha quindi ampliato il proprio raggio dalle proteste di strada alle sfere istituzionali, dirigendosi ora verso le elezioni del Consiglio Legislativo di settembre 2020 con la chiara voglia di imporsi nuovamente. Le diverse anime che si sono unite contro un nemico comune continuano a rimanere differenti nonostante le vittorie, lasciando a un secondo momento i dibattiti sulle loro posizioni interne. Community March, un collettivo nato per le elezioni amministrative, ha idee radicali basate sull’unionismo come metodo di pressione sul governo ha fatto eleggere tutti i suoi candidati a Mong Kok. Questa è una delle zone più densamente abitate al mondo e fortemente popolata dalla cittadinanza locale, spesso diventata una delle zone di scontro tra polizia e manifestanti grazie alle vie strette e nascoste, i banchi del mercato e il grande supporto che i cittadini del posto hanno sempre dato ai manifestanti. Inoltre questo distretto è sviluppato su una delle arterie cittadine, Nathan Road, definendo il cuore di Kowloon, la penisola di Hong Kong. Altri partiti come il Civic Party o il Partito democratico hanno idee più centriste e liberali, nonostante vengano messi comunque dentro la grande coalizione anti-governativa.

L’economia gialla

Come in tutti i conflitti, le risorse possono venire a mancare e i metodi per evitare che ci si debba fermare perché circondati nel proprio punto debole possono scarseggiare. La forza di un sistema organizzativo variegato e complementare, così come in consolidamento sia dal punto di vista dell’identità che dei meccanismi di supporto, ha permesso a Hong Kong di continuare il conflitto annullando la violenza e aumentando l’intensità.

L’economia della città corre sui binari della finanza, creando una delle zone più diseguali al mondo. Nonostante ciò, la popolazione nella propria vita quotidiana ha iniziato a politicizzare le scelte di acquisto in base al supporto aperto dei negozi nei confronti dei manifestanti. Come tutta l’organizzazione, la sincronia tra l’online e l’offline sta dando modo a questo modello economico dal basso e di autofinanziamento di prendere piede all’interno della società. Passando davanti ai bar o ai ristoranti ci si rende subito conto se si sta per entrare in un locale pro-manifestanti o meno. Una donna in bianco e nero, col corpo formato da articoli di giornale che riportano gli avvenimenti che Hong Kong ha subito negli ultimi mesi, indossa una maschera antigas colorata, con in testa l’elmetto giallo per ripararsi dai proiettili della polizia e un ombrello in spalla, accoglie i clienti. All’interno del locale si possono trovare dei volantini informativi sulle proteste, sulle cinque domande, qualche numero. Alcuni ristoranti e bar ospitano degli adesivi di artisti locali con scritto «difendi la libertà di parola» e «liberate HK» che possono essere acquistati con una donazione volontaria. Con 20Hkd (circa 2€) a testa in media, un locale nelle zone di Kowloon è riuscito a raccogliere quasi 500€ di soli adesivi. Verranno destinati ad alcune delle spese legali per i migliaia di manifestanti arrestati.

Alcune piattaforme online indicano in giallo quali sono i locali che stanno supportando apertamente le proteste, così come alcune applicazioni. Wolipay utilizza le mappe di Google per indicare le diverse appartenenze: giallo (pro-democratici), blu (pro-Pechino) e verde (neutro). In questo modo le azioni di tutti i giorni possono essere canalizzate a sostegno delle proteste, attraverso una costante donazione. Questa organizzazione è pianificata e arricchita da tutti gli utenti che vogliono partecipare, aggiungendo nuovi locali ancora non inseriti nella mappa. In questo momento a Hong Kong la lotta contro il governo passa attraverso la restrizione di spesa in ristoranti, supermercati, pub e bar, librerie e negozi online antagoniste alle proteste. A metà dicembre 2019 il Segretario per lo sviluppo economico e commerciale di Hong Kong, Edward Yau, ha dichiarato che l’economia gialla, come è stata definita questa organizzazione economico-politica, non potrà durare e che gli affari politici non possono entrare in conflitto con un’economia basata sul libero mercato.

Proprio l’adattamento delle tattiche di conflitto che Hong Kong sta sperimentando continuerà a sfidare questo modello politico e di mercato, cercando di coinvolgere un numero sempre maggiore di cittadini. Attraverso una struttura non centralizzata e una popolazione sempre più unita, anche il centro nevralgico della città potrà essere preso di mira in maniera creativa.


*Fabio Angiolillo, laureato in relazioni Internazionali, vive a Hong Kong dove è dottorando in politica comparata presso HKU. Si occupa di disuguaglianze politiche applicate a contesti autoritari.

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