8 marzo di lotta, malgrado il coronavirus
(Il testo del collettivo IoLotto dell’intervento alla manifestazione tenutasi oggi a Lugano)
Manifestiamo
nonostante il coronavirus.
Certo abbiamo annullato il corteo e siamo qui, in poche, ma
ci siamo. Sappiamo che tante donne, che devono lavorare anche oggi o che hanno
dovuto o preferito restare a casa, sono con noi con il cuore. Noi abbiamo
voluto esserci per portare anche la loro voce e perché questa situazione
d’urgenza nulla toglie all’urgenza delle lotte che stiamo portando avanti noi
donne per i nostri diritti e per una società migliore.
Non siamo irresponsabili, anzi siamo pienamente coscienti
dei rischi di questa epidemia, proprio perché noi donne – come sempre accade –
dovremo pagarne le conseguenze in un modo particolare.
Chi dovrà curare, nelle case, le persone ammalate? Chi sarà
ad occuparsi dei bambini e delle bambine, se dovranno chiudere le scuole? Da
quante donne è composto il personale di cura, negli ospedali e nelle case
anziane, che dovrà fare turni straordinari per far fronte all’emergenza? Chi
pulirà e disinfetterà case e uffici? Quanto donne hanno contratti lavorativi,
precari, ad ore, e rischiano di ritrovarsi a casa senza nessuno stipendio?
In mezzo al caos, alle incertezze e alla confusione
provocati dalla minaccia di epidemia che incombe, alcune cose sono per noi
molto chiare.
La minaccia del coronavirus sta mettendo in luce l’importanza del lavoro invisibile di noi donne.
L’ipotesi di una chiusura delle scuola ha svelato il fatto che sì, noi donne
facciamo un doppio lavoro, ma visto che non abbiamo il dono dell’ubiquità
fisica, difficilmente possiamo farlo contemporaneamente. Ed ha anche messo in
luce il fatto che in Ticino, a causa della carenza delle strutture di custodia
extra-scolastica per i bambini e le bambine, sono ancora molto spesso le nonne
a svolgere gratuitamente questo importante lavoro, quelle stesse nonne che
spesso percepiscono una pensione da miseria perché, si dice, non avrebbero
contribuito abbastanza alla ricchezza del paese!
Si parla tanto in questi giorni, anche di teleavoro o di tenere la distanza
durante le riunioni, come se fossimo tutti e tutte dirigenti e funzionari. Noi
donne molto spesso, invece, lavoriamo a stretto contatto con le persone, nel
settore sanitario, nel settore della cura, in quello domestico, educativo o
sociale. Come fare telelavoro o mettere distanze quando ogni giorno lavoriamo a
contatto con corpi malati o bisognosi di cure, quando passiamo le giornate a
pulire, lavare o disinfettare, quando dobbiamo insegnare a una classe di 24
bambini e bambine?
La situazione qui in Ticino non è ancora grave come quella
nella vicina Italia, ma purtroppo la crisi che vediamo in Lombardia sembra alle
nostre porte: ed è una crisi in primo luogo del settore sanitario e della cura.
Un settore martoriato da decenni di politiche d’austerità e di tagli, e ne
pagheremo presto le conseguenze! Un settore in cui noi donne siamo sovrarappresentate,
in particolare nelle funzioni meno valorizzate e spesso caratterizzate da
condizioni lavorative e salariali scandalose: turni e ritmi massacranti,
crescente pressione, contratti ad ore, precariato,… Per questo vogliamo esprimere la nostra solidarietà
con tutto il personale del settore sanitario, con tutti quegli uomini e quelle
tantissime donne, che in questi giorni stanno lavorando con un impegno e
degli sforzi ancor più grandi per far fronte all’emergenza.
L’anno scorso abbiamo lottato e
scioperato non solo per i nostri diritti, contro la violenza e contro tutte le
discriminazioni che colpiscono noi donne, ma anche perché per noi era chiaro
che femminismo vuol dire sovvertire il
sistema, lottare contro un sistema capitalista che ci sfrutta, e sfrutta la
natura, in nome del profitto.
E allora forse, quello che possiamo augurarci, e quello per
cui noi lotteremo è che da questa crisi sia possibile trarre un prezioso insegnamento. Che finalmente
si capisca che il modello capitalista neoliberale è un modello distruttivo e
portatore di morte.
E che dobbiamo insieme ricostruire una
società e un sistema economico che rimetta al centro la vita e la cura della
vita. Vogliamo più tempo per le nostre vite, vogliamo una società in cui tutte
e tutti possiamo lavorare di meno. Vogliamo delle pensioni dignitose, senza
dover lavorare un anno in più. Vogliamo un rafforzamento dei servizi pubblici:
basta chiudere gli ospedali, basta tagli al sociale, al sanitario, alla scuola.
Vogliamo una vera valorizzazione e un’equa condivisione del lavoro domestico,
educativo e di cura che noi donne svolgiamo senza essere pagate.
Ma vogliamo ricordare anche altre crisi e altre emergenze,
che purtroppo continuano a passare in secondo piano.
In primo luogo, il bilancio scandaloso e in continuo aumento
della violenza machista in tutte le
sue forme: botte, stupri, insulti, molestie, abusi, femminicidi. Fenomeni che
continuano ad essere purtroppo minimizzati e banalizzati. Tre interventi al
giorno per violenza domestica in Ticino. Una donna su cinque in Svizzera è
vittima di violenza sessuale. Una su due di molestie sul posto di lavoro. Ogni
2 settimane una donna è uccisa in Svizzera solo perché è una donna, spesso
perché è una donna che dice di No. Anche questa è un’emergenza! E per combatterla
servono azioni concrete: cambiamenti culturali, ma anche strumenti politici,
legislativi ed economici per mettere fine a questa vera e propria guerra nei
confronti di noi donne.
Noi donne vogliamo vivere libere dalla violenza, dai
commenti sessisti, dalle minacce, dalle molestie, dalle aggressioni, dagli
stupri, dallo sfruttamento dei nostri corpi, dai femminicidi.
Vogliamo vivere libere nelle case e nelle strade, di giorno
e di notte, libere di vestirci e truccarci come preferiamo.
Ma vogliamo ricordare anche la crisi migratoria. Il virus non conosce confini, ma i confini
restano purtroppo delle trappole mortali e invalicabili per troppe persone,
donne, uomini e bambini e bambine che in questi giorni stanno morendo e
soffrendo al confine tra la Turchia e la Grecia, dove vivono ammassatti
all’interno di campi in condizioni sempre più disumane. E vogliamo ricordare
uno dei punti del manifesto per lo sciopero del 14 giugno quello in cui
chiediamo una vera politica d’accoglienza e il diritto di restare per tutte
quelle donne che hanno subito violenza sessista nel loro paese d’origine,
durante il percorso migratorio o in Svizzera.
La nostra lotta non conosce confini, ed vogliamo esprimere
la nostra sorellanza verso tutte le
donne in lotta in tutto il mondo. E non ci fermeremo. Non ci fermeremo fino
a quando non potremo tutte vivere in una società solidale, senza
discriminazioni, senza sessismo e senza violenza!