Tempo di lettura: 4 minuti

Continuare e approfondire il divieto di attività non necessarie e urgenti: non c’è altra strada!

Tra pochi giorni il governo cantonale dovrà decidere cosa fare con le misure che vietano le attività produttive non necessarie e urgenti introdotte sabato scorso. Le pressioni (sia dal governo federale che dal mondo padronale) a trovare soluzioni più “morbide” continuano ad intensificarsi.

Eppure i dati dei contagi e dei morti dovrebbero far capire a tutte e tutti che non vi è altra soluzione che continuare in questa direzione. Anzi, appare necessario approfondire questo divieto in settori e attività che finora sono riuscite a farla franca, sfruttando alcune formulazioni dei decreti.

Pensiamo, ad esempio, a molte aziende annoverate nel settore chimico-farmaceutico (che quindi sono autorizzate a continuare la produzione) ma che in realtà non producono medicinali necessari alle urgenze del momento. Dalle nostre stime pensiamo che almeno due terzi dei circa 3’000 dipendenti della aziende del settore non svolgano attività oggi urgenti dal punto di vista medico, farmaceutico e sociale.

Lo stesso ragionamento vale per una parte del settore terziario (fiduciarie, etc.) che sta un po’ sfuggendo ad ogni controllo ed è finora riuscito ad evitare le luci dei riflettori, puntate soprattutto sui cantieri e sul settore industriale. Ma anche qui sarà necessario verificare le cose più da vicino.

La posizione del Consiglio Federale (lavorare solo rispettando le condizioni di sicurezza e igiene per i lavoratori) è una presa per i fondelli, anche perché si demanda agli ispettorati del lavoro e alla SUVA il compito di controllare l’applicazione delle misure di sicurezza. Ora sappiamo che queste strutture praticamente non sono più operative e quindi nessuno controllerà nulla.

La nostra posizione resta chiara: il governo cantonale – che deve preoccuparsi prima di tutto della salute dei propri cittadini – deve prorogare e approfondire le misure di divieto delle attività non urgenti e necessarie per le prossime settimane. Senza se e senza ma.

Il lavoro su chiamata ai tempi del coronavirus

La crisi del coronavirus ha fatto emergere in maniera prepotente uno dei mali principali del mondo del lavoro, il quale, nel quadro della normalità produttiva, è placidamente ignorato, sicuramente sostenuto per la sua grande flessibilità, sinonimo di un maggior tasso di profitto per le imprese. Alludiamo al lavoro su chiamata, il rapporto di lavoro più precario che esista, soprattutto per chi lo deve subire. La pandemia ha messo in evidenza un altro aspetto intimamente correlato al lavoro su chiamata: la natura principalmente femminile di questo strumento di sfruttamento. Sono le donne in maggioranza a essere legate a questa catena, in particolare quelle che non possono – per vari motivi – aspirare a un tempo di lavoro a tempo pieno o parziale perché occupate nella gestione della famiglia.

Dicevamo come in questo periodo particolare il fenomeno stia emergendo in tutta la sua drammatica importanza. Lo scorso venerdì, il Consiglio federale ha allargato in maniera impressionante le maglie dei soggetti che possono ricorrere alle indennità del lavoro ridotto. Oggi sono esclusi da questo ammortizzatore sociale solo i lavoratori e le lavoratrici che si trovano nel periodo di disdetta e coloro occupati occasionalmente o su chiamata. È così che i sindacati sono stati letteralmente bombardati, con diverse decine di chiamate, in questi ultimi giorni da richieste di lavoratrici su chiamata, attive in particolare nel settore dei servizi, scaricate con un semplice messaggio telefonico dalle ditte che hanno banchettato indisturbate sul loro lavoro fino a qualche giorno fa. E non si tratta di donne chiamate due o tre ore alla settimana ma di lavoratrici su chiamata impiegate, a periodi variabili, anche venti o più ore la settimana, per le quali il reddito assicurato da questa forma ignobile di lavoro rappresentava comunque un introito importante, decisivo per arrivare alla fine del mese. Precarie nella vita lavorativa, semplicemente abbandonate alla loro sorte in tempi di crisi…

Coronavirus e insegnanti

Si è discusso a lungo sulla decisione di chiudere o meno le scuole. Una discussione nella quale il Dipartimento dell’educazione si è distinto per non tenere in considerazione le istanze che venivano dai docenti preoccupati, giustamente, per la loro salute.

Oggi, a scuole chiuse, il Dipartimento sta mettendo in piedi delle modalità di insegnamento a distanza.

Un lavoro tuttavia che mette a dura prova gli insegnanti che si trovano confrontati con una nuova sfida in un contesto di emergenza. Il lavoro di preparazione e di attualizzazione dei materiali didattici meriterebbe una mole di lavoro e di impegno che, evidentemente, non è pensabile avere in questo periodo.

Senza contare che la maggior parte degli insegnanti hanno anche dei figli che devono accudire e, magari, anche seguire nei compiti. O genitori anziani per i quali devono provvedere alle spese e alla cura anche a distanza.

Sarebbe importante in questo contesto, e poi anche dopo la fine della crisi, che il Dipartimento tenesse in considerazione questo enorme sforzo profuso dai docenti e dalle persone che lavorano nella scuola; ed evitasse di avere un atteggiamento troppo prescrittivo, imponendo alle scuole modalità di agire e gestire l’insegnamento a distanza in modo verticistico e direttivo.

Inoltre è importante tener conto della particolare situazione in cui si trovano le famiglie soprattutto per quel che attiene alle scuole dell’obbligo; evitiamo un atteggiamento produttivistico anche nella scuola, siamo in una situazione di emergenza sanitaria e la priorità dev’essere questa; se anche gli allievi perderanno qualche elemento del programma scolastico non sarà un dramma; e, soprattutto, teniamo conto che non tutte le famiglie dispongono dei mezzi e delle risorse per seguire i figli nell’insegnamento a distanza.

Una modalità, questa, che in realtà rischia di aumentare le disuguaglianze sociali e di accesso all’istruzione e all’educazione che già con l’insegnamento normale la scuola fa fatica a eliminare. Eppure il DECS si è buttato a capofitto in questa opzione (con scarso successo, visto che proprio oggi, la piattaforma ufficiale Moodle è “scoppiata”) dimenticando tutti i bei discorsi sulla scuola “inclusiva” ammannitici ai tempi della votazione sulla scuola che verrà…

Pin It on Pinterest