L’epidemia del neoliberismo
Sono trascorsi secoli da quando abbiamo imparato a conoscere
l’importanza dei contesti sociali e naturali in cui si radicano e moltiplicano
i virus, anche perché conviviamo con essi e non sempre ci minacciano. La
peste nera ci ha insegnato che virus preesistenti si moltiplicano e diffondono
quando si creano le condizioni appropriate perché ciò avvenga. Nel nostro caso,
quelle condizioni sono state create dal neoliberismo.
In “La peste
nella storia” (Einaudi, 2012), William McNeill rileva alcune
questioni, ancora di grande attualità, quando analizza la peste nera che
infuriò in Europa dal 1347. I cristiani, a differenza dei pagani, si
prendevano cura degli infermi, “si aiutavano tra loro in epoche di pestilenza”
e in quel modo contenevano gli effetti della peste. La “saturazione di
esseri umani”, la sovrappopolazione, è stata invece un fattore chiave
nell’espansione della peste.
La povertà, una dieta poco variata e la non osservanza delle
“superstizioni”, cioè dei costumi locali delle popolazioni, a causa dell’arrivo
di nuovi abitanti, trasformarono le pestilenze in disastri. Fernand Braudel aggiunge
che la peste, l”idra dalle mille teste”, costituisce una costante, un
elemento strutturale della vita degli uomini (“La struttura del quotidiano”).
Quanto poco abbiamo imparato!
La peste nera ha distrutto la società feudale a causa dell’acuta
scarsità di mano d’opera in seguito alla morte, avvenuta in pochi anni, della
metà della popolazione europea, ma anche a causa della perdita di credibilità
delle istituzioni. È soprattutto il timore di quella stessa perdita di
credibilità che oggi spinge gli Stati a rinchiudere milioni di persone.
L’epidemia di coronavirus (ora dichiarata ufficialmente pandemia dalla
OMS, ndr) in corso ha alcune particolarità. Provo a focalizzare lo
sguardo su quelle sociali, anche perché non ho competenze su questioni
scientifiche elementari.
L’epidemia attuale non avrebbe l’impatto che ha se non fosse per i tre
lunghi decenni di neoliberismo che abbiamo alle spalle. Essi hanno causato
danni ambientali, sanitari e sociali probabilmente irreparabili.
Le Nazioni Unite, attraverso l’Unep,
riconoscono che l’epidemia “è riflesso
della degradazione ambientale“. Il rapporto segnala che “le
malattie trasmesse da animali a esseri umani stanno crescendo e peggiorano man
mano che gli habitat selvaggi vengono distrutti dall’attività umana”, perché “gli
agenti patogeni si diffondono più rapidamente verso le mandrie o le greggi e
gli esseri umani“.
Per prevenire e limitare le zoonosi (le malattie infettive degli animali,
ndt), bisogna fermare “le molteplici minacce agli ecosistemi e alla
vita selvaggia, tra le quali (spiccano, ndt) la riduzione e la
frammentazione di habitat, il commercio illegale, la contaminazione e la
proliferazione di specie invasive e, in misura sempre maggiore, il
cambiamento climatico“.
All’inizio di marzo, le temperature in alcune regioni della Spagna hanno superato
di 10 gradi i valori normali. L’evidenza scientifica mostra
inoltre un vincolo tra “l’esplosione
delle infermità virali e la deforestazione“.
La seconda questione che moltiplica le epidemie sono i forti tagli al
sistema sanitario. In Italia, negli ultimi
10 anni, si sono persi 70 mila posti letto ospedalieri con
359 reparti chiusi, oltre ai numerosi piccoli ospedali che sono stati
abbandonati. Tra il 2009 e il 2018 la spesa sanitaria è cresciuta del 10
per cento, contro il 37 della media dei paesi dell’Ocse. Oggi in Italia ci sono
3,2 letti per ogni mille abitanti mentre in Francia 6 e in Germania 8.
Tra gennaio e febbraio, già durante la piena espansione del coronavirus, il settore
sanitario spagnolo ha perso 18.320 lavoratori. I
sindacati delle categorie denunciano: “l’abuso della contrattazione temporanea
(interinale, ndr) e della precarietà nell’occupazione”, mentre le
condizioni di lavoro si fanno ogni giorno più dure.
Questa politica neoliberista è una delle cause per le quali l’Italia è
stata costretta a mettere in quarantena tutto il paese e la Spagna potrebbe
seguire lo stesso cammino.
La terza questione è l’epidemia di individualismo e disuguaglianza,
coltivata dai grandi media che si dedicano a diffondere la paura, informando in maniera distorta. Per oltre un secolo abbiamo subito una
potente offensiva del capitale e degli Stati contro gli spazi popolari di
socializzazione, mentre vengono invece benedette le cattedrali del consumo,
come quelle dello shopping.
Il consumismo spoliticizza, provoca una sorta di smarrimento di
sè e comporta una “mutazione antropologica” (come denunciò Pasolini). Al
giorno d’oggi, come segnala invece un’indagine
dell’università colombiana, ci sono più persone che desiderano
avere animali da compagnia che figli. È questo il mondo che abbiamo creato e
del quale siamo responsabili.
e il mondo del virus
Le misure che vengono prese aggravano l’epidemia. Lo Stato sospende
la società nell’isolare e confinare la popolazione nelle sue case, proibendo
perfino il contatto fisico.
La disuguaglianza è la stessa del Medioevo, quando i ricchi correvano
nelle loro case di campagna al momento in cui si annunciava la peste, intanto i
poveri “restavano soli, prigionieri nella città contaminata, dove lo Stato li
alimentava, li isolava, li bloccava, li vigilava” (Braudel).
Il modello del panopticon carcerario
digitalizzato, che sospende le relazioni umane, sembra essere
l’obiettivo strategico del capitale per non perdere il controllo nell’attuale
transizione sistemica.
* 12 Marzo 2020. Traduzione per Comune-info a cura di Marco Calabria