Otto tesi sul COVID-19

1. Il fatto che il rallentamento economico in atto abbia di
fatto ampiamente preceduto il Covid-19 non deve condurci a negare né l’impatto
economico dell’epidemia (interruzione della produzione, perturbazione delle
catene di approvvigionamento, impatti settoriali sul trasporto aereo e sul
turismo, etc.), né la serietà della minaccia da esso rappresentata. Fenomeno
dirompente con dinamiche esponenziali, l’epidemia rappresenta un amplificatore
specifico della crisi economica e sociale. Rivela anche la fragilità del
sistema capitalistico e i pericoli che esso rappresenta per le classi popolari,
in particolare attraverso il suo congenito produttivismo a base fossile, causa
fondamentale della crisi ecologica e climatica.

2. Contenere l’epidemia avrebbe richiesto la rapida
attuazione di misure rigorose di controllo sanitario dei viaggiatori
provenienti dalle regioni contaminate, l’identificazione e l’isolamento delle
persone contaminate, la limitazione dei trasporti e il rafforzamento dei
servizi sanitari. Impantanati nelle politiche neoliberali con cui cercavano di
contrastare il rallentamento dell’economia, i governi capitalisti hanno tardato
a prendere queste misure, poi le hanno adottate in modo insufficiente, cosa che
li ha poi costretti a prendere in un secondo tempo misure più severe, senza
fermare la diffusione del virus. La crisi è da imputare ad una politica fondata
sull’azzeramento delle scorte, sull’austerità di bilancio nei settori della sanità
e della ricerca e su flessibilizzazione e precarizzazione delle condizioni di
lavoro.

3. Gli scienziati hanno dato l’allarme durante l’epidemia
del coronavirus SARS nel 2002. In Europa e negli Stati Uniti sono stati
proposti programmi di ricerca di base che avrebbero permesso di comprendere
meglio questa categoria di virus e di evitare la sua ricomparsa in nuove forme.
I governi si sono rifiutati di finanziarli. Una politica assurda, ma fatta su
misura per lasciare la ricerca in questi settori nelle mani all’industria
farmaceutica, il cui obiettivo non è la salute pubblica ma il profitto
attraverso la vendita di farmaci sul mercato a pazienti solvibili.

4. Come ogni fenomeno dirompente, l’epidemia provoca prima
di tutto reazioni di negazione. Questi possono poi cedere il passo al panico, e
il panico può essere usato da complottisti e altri demagoghi per mettere in
atto strategie autoritarie di controllo tecnologico delle popolazioni e di limitazione
dei diritti democratici, come in Cina e in Russia. Inoltre, c’è il serio
rischio che Covid-19 venga usato dai fascisti come pretesto per giustificare e
intensificare le politiche razziste di respingimento dei migranti.

5. La sinistra non può in alcun modo accontentarsi semplicemente
di ribaltare il fattore esogeno della crisi sanitaria verso quello endogeno
della crisi economica capitalistica. Deve tenere conto della crisi sanitaria in
quanto tale e sviluppare proposte per combatterla in modo sociale, democratico,
antirazzista, femminista e internazionalista. È necessario andare
controcorrente rispetto alle dinamiche individualiste, adottare e diffondere
nei movimenti sociali comportamenti collettivi responsabili dal punto di vista
della non propagazione del virus. A differenza, ad esempio, delle misure messe
in atto da alcuni governi per limitare l’uso dell’auto quale risposta allo
“shock petrolifero”,  in questo
frangente nessuno può sfuggire alla propria responsabilità nei confronti della
salute: la propria, quella di chi gli sta vicino e della salute pubblica, senza
dimenticare la responsabilità verso il Sud globale. O i movimenti sociali
prendono in mano la questione, democraticamente e sulla base delle realtà
sociali dei dominati, oppure i dominanti imporranno le loro soluzioni
liberticide.

6. Il pericolo maggiore dell’epidemia è il possibile
superamento della soglia di saturazione dei sistemi ospedalieri. Ciò porterebbe
inevitabilmente ad un aggravamento del tributo pagato dai più poveri e dai più
deboli, soprattutto tra gli anziani, e ad uno spostamento dei compiti di
assistenza verso la sfera domestica, cioè generalmente sulle spalle delle
donne. Questa soglia varierà ovviamente a seconda dei paesi, dei sistemi sanitari
e delle politiche di austerità-precarietà che sono state imposte. Sarà raggiunta
tanto più rapidamente se i governi continueranno a rincorrere l’epidemia invece
di tentare di prevenirla. L’epidemia necessita quindi chiaramente una rottura
con le politiche di austerità, una ridistribuzione della ricchezza, il
rifinanziamento e la de-liberalizzazione del settore sanitario, l’abolizione
dei brevetti in campo medico, la giustizia Nord-Sud e la priorità ai bisogni
sociali. Quest’ultima implica in particolare: il divieto di licenziamento delle
persone infette, il mantenimento dell’integralità del salario in caso di
disoccupazione parziale, la cessazione delle attività di controllo e
sanzionatorie nei confronti dei destinatari sociali, ecc. È soprattutto su questi
temi che occorre intervenire per contrastare le risposte irrazionali e il loro
potenziale di slittamento razzista-autoritario.

7. Ci sono molti punti in comune tra la crisi del Covid-19 e
la crisi climatica. In entrambi i casi, la sua logica di accumulazione per il
profitto rende il sistema capitalistico incapace di prevenire un pericolo di
cui è comunque consapevole. In entrambi i casi, i governi oscillano tra la
negazione e l’inadeguatezza di politiche concepite principalmente in base alle
esigenze del capitale e non a quelle della popolazione. In entrambi i casi, i
più poveri, le vittime di atteggiamenti razzisti e i più deboli, soprattutto
nei paesi del Sud, sono nel mirino, mentre i ricchi sono convinti e sicuri che
riusciranno a cavarsela. In entrambi i casi, i governi usano la minaccia per
avanzare verso uno stato forte, mentre le forze di estrema destra cercano di
usare la paura per spingere in avanti le immonde risposte di tipo maltusiano e
razzista. In entrambi i casi, infine, la legge sociale del valore capitalistico
si scontra con le leggi della natura a dinamica esponenziale (la
moltiplicazione delle infezioni virali in un caso, il riscaldamento globale e i
suoi feedback positivi nell’altro).

8. Il pericolo climatico è tuttavia infinitamente più
globale e più grave di quello del virus. Lo stesso vale ovviamente per le sue
conseguenze se gli sfruttati e gli oppressi non riusciranno ad unirsi per
abbattere questo modo di produzione assurdo e criminale. Il Covid-19 è un
avvertimento, un ulteriore avvertimento: per questo è necessario farla finita
con il capitalismo, un sistema che trascina l’umanità verso la barbarie.

*articolo apparso il 9
marzo 2020 sul sito della Gauche Anticapitaliste in Belgio. La traduzione è
stata curata dalla redazione di Solidarietà.