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Il coordinamento del Movimento per il socialismo (MPS) ha preso atto delle misure di ordine politico e sanitario decise dal governo e dagli organismi che con esso collaborano. L’MPS ritiene adeguata la strategia tesa a rallentare e contenere lo sviluppo dell’epidemia, in particolare per evitare che essa vada ad incidere su categorie particolarmente esposte e che essa metta eccessivamente sotto pressione il sistema sanitario.

Qualche dubbio tuttavia sorge sulla tempistica della strategia messa in atto e sulle ultime decisioni di carattere sanitario. Per quel che riguarda la tempistica, l’impressione è che le autorità si trovino sistematicamente un passo indietro rispetto all’adozione di misure di prevenzione. Questo è avvenuto, ad esempio, per tutto il settore delle case per case per anziani, aiuti domiciliari, etc. Proprio le autorità sanitarie avevano messo in rilievo come questi luoghi fossero particolarmente a rischio in particolare proprio per il tipo di popolazione che vi soggiorna; una serie di misure restrittive implementate in queste ultime ore (dopo che in alcune case per anziani si sono verificati casi di contagio) avrebbero potuto essere adottate fin da subito, perlomeno dai primi giorni. Lo stesso si potrebbe dire per le normali attività di pronto soccorso (quelle non direttamente collegate all’accoglienza dei pazienti con chiari sintomi influenzali). Anche qui dopo alcuni casi che hanno contagiato il personale sanitario sono state adottate misure più severe. Ci si può quindi chiedere se la strategia di mettere in atto delle misure sempre più restrittive debba avere una logica solo di tipo reattivo e non debba invece essere a questo punto prevalente una strategia di tipo preventivo. Questo mutamento di passo e di strategia potrebbe, ad esempio, essere intrapreso da subito per gli ordini scolastici del settore medio, medio superiore e universitario.

Pur comprendendo la necessità di mettere a disposizione il personale sanitario, l’MPS non condivide le scelte, decise domenica, di chiudere i pronto soccorso degli ospedali di valle e di concentrare in soli due ospedali le cure di ostetricia. Senza voler pensare male, e certo avendo preso atto che si dichiara che si tratta di misure provvisorie, sembra che EOC e governo vogliano utilizzare la crisi del coronavirus per ribaltare il risultato di decisioni pianificatorie che il popolo aveva respinto nel referendum del giugno 2016.

L’MPS non condivide gli orientamenti del governo in materia di intervento economico, essenzialmente orientati a garantire livelli di profitto e lo sviluppo degli affari per gli imprenditori. Non a caso, fin dal primo momento, la preoccupazione dichiarata del governo è stata quella di “non abbandonare i nostri imprenditori”.

Se la sociologia economica viene semplificata e uniformata (siamo tutti pazienti, tutti uguali, tutti possibili vittime dello stesso virus, tutti dobbiamo seguire le stesse regole), quando si passa alla sociologia economica, le categorie da sostenere, da aiutare, si riducono ad una sola: gli imprenditori. Questo, naturalmente, in ossequio all’idea (di cui è intrisa l’ideologia dominante e pochi governi cantonali come quello attuale l’hanno così fortemente approfondita e messa in evidenza) che l’impresa sia il perno centrale della nostra società: salva lei, salvi tutti.

In realtà sappiamo che la ricchezza e la forza delle imprese non sono gli imprenditori, ma i lavoratori e le lavoratrici che con il proprio lavoro producono ricchezza della quale ritorna loro, sotto forma di salario, solo una minima parte.

E il padronato, da subito, ha già fatto capire in quale direzione vuole andare per mantenere intatti, coronavirus o meno, i propri privilegi, i propri profitti. Molte aziende non hanno esitato a licenziare lavoratori e lavoratrici, magari proprio cominciando da quelli più deboli dal punto di vista economico (i lavoratori e le lavoratrici precari/e); poi hanno già annunciato il ricorso al lavoro ridotto che, in ogni caso, comporta perdite per i salariati. Alcune associazioni (e non delle meno importanti come SSIC che ha come vice-segretario il consigliere nazionale PLRT Farinelli) continuano a dare informazioni sbagliate ai propri associati, a scapito dei dipendenti.

Infine, aspetto inquietante, la lotta al coronavirus e alla sua diffusione sembra aver assunto l’aspetto di una “prova generale” di come riorganizzare la produzione con l’obiettivo di diminuire il numero di lavoratori e lavoratrici e, soprattutto, di isolarli ancor di più come elementi di produzione (da qui le stupidaggini sul telelavoro). Basti pensare a quanto sta succedendo nel settore bancario cantonale in questi giorni.

Per questo l’MPS ritiene che questo orientamento che privilegia essenzialmente le imprese come soggetto sociale debba essere corretto con forza: meglio farebbe il nostro governo a dichiarare di non voler “abbandonare i salariati e le salariate” di questo paese, che sono la stragrande maggioranza della popolazione e sono sottoposti a non poche difficoltà.

Tanto per cominciare è necessario che tutti i salariati e le salariate non abbiano a subire, a seguito del contagio, di quarantene o altre conseguenze legate alla diffusione del virus, diminuzioni salariali e reddituali. Infatti, in caso di lavoro ridotto (la misura che sembra essere privilegiata in questo momento), il datore di lavoro paga al lavoratore solo l’80% del salario per le ore non lavorate. Si tratta di una indennità che al datore di lavoro non costa nulla, visto che essa viene totalmente rimborsata dall’Assicurazione disoccupazione. Ma per il lavoratore questa situazione comporta comunque una perdita salariale che aumenta con la progressione della percentuale di lavoro ridotto.

Una problematica particolare rivestono poi i lavoratori interinali, coloro cioè che non hanno un contratto a tempo indeterminato con l’azienda. Essi, ad esempio, non possono essere conteggiati nel lavoro ridotto: di conseguenza il loro destino è di essere lasciati semplicemente a casa.

Le disuguaglianze di fronte a questo evento non si fermano solo alla questione salariale, ma implicano differenze di fronte alla malattia. Pensiamo a tutti coloro che sono scoraggiati ad annunciarsi di fronte a sintomi della malattia perché preoccupati dalle spese sanitarie che dovrebbero sostenere. Facciamo riferimento, ad esempio, alle spese per il tampone (come noto le assicurazioni malattie – che ancora una volta mostrano di cosa sono capaci) hanno dichiarato di non voler assumere i costi di questo esame; o, ancora alle conseguenze, sui singoli comportamenti, dettate dalle scelte in materia di franchigia: praticamente più della metà degli assicurati dovrebbe pagare di tasca propria analisi e test.

La lotta contro questa epidemia necessita di importanti mezzi e questi devono essere assolutamente messi a disposizione. Ma non tanto per la difesa di un sistema produttivo in quanto tale e non come elemento prioritario di questa lotta. La priorità deve essere data alla cura della salute delle persone (e anche in questo senso vanno pensate ulteriori misure di salute pubblica) e all’attenuazione delle difficoltà e dei disagi che colpiscono in modo diverso le persone a seconda della loro situazione economica e sociale. L’impegno delle misure pubbliche deve essere quello di limitare le disuguaglianze di classe di fronte alla malattia insite nel capitalismo reale nel quale viviamo: e che questa epidemia conferma in modo drammatico.

Per tutte queste ragioni appare più che mai urgente che venga allestito un pacchetto sociale che preveda una serie di compensazioni materiali per evitare che lo sviluppo del coronavirus possa mettere ulteriormente in difficoltà tutti coloro che vivono solo del proprio salario. I mezzi finanziari ci sono, come hanno notato anche altri interventi (pensiamo alla mozione urgente del PPD che chiede di utilizzare la parte degli utili della Banca Nazionale Svizzera che verrà versata al Ticino), per realizzare velocemente e con equità tutta una serie di misure nel senso indicato.

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