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Nei giorni che abbiamo alle spalle, tra le mille incombenze e le mille difficoltà legate al tentativo di riavviare l’attività scolastica nel contesto dell’emergenza, in seno al Movimento della Scuola abbiamo avuto modo di scambiarci – nei limiti imposti dalle circostanze – alcune opinioni su quanto stiamo vivendo, come insegnanti e più in generale come persone di scuola. È stata un’occasione di confronto nata dall’esigenza di non sentirci soli di fronte a una situazione dal carattere assolutamente inedito, che probabilmente si prolungherà ancora per parecchie settimane e che tutti noi fatichiamo a padroneggiare pienamente. Ne sono emerse riflessioni e puntualizzazioni che, forse, possono interessare anche altri colleghi. Per questo motivo ci permettiamo di rendere conto sinteticamente (si fa per dire…) della discussione avuta, senza l’ambizione di offrire una lettura definitiva delle questioni che come docenti d’improvviso ci siamo trovati a dover affrontare. Il nostro obiettivo è quello di stimolare gli insegnanti, di ogni ordine e grado, ad intervenire (sui temi da noi toccati o su altri), scrivendoci a info@movimentoscuola.ch. Mai come in questi giorni abbiamo bisogno di confronto.

La scuola presidio civile, ma consapevole della “rottura pedagogica” avvenuta

Pur non avendo sott’occhio il quadro completo della situazione, ci sembra che vada reso omaggio innanzitutto allo sforzo messo in campo da molte sedi scolastiche e molti insegnanti, teso a evitare che la chiusura improvvisa delle scuole si traduca in una rottura troppo netta della relazione tra gli allievi e la scuola stessa. Le esperienze generose che sono state avviate con questo spirito sono inevitabilmente portate, in forme e in misura diverse, a far capo all’uso dei mezzi informatici, che – nella particolare situazione in cui ci troviamo – risultano essere strumenti particolarmente preziosi. Un collega impegnato in una scuola media, a questo proposito, scrive:

Fornire delle attività didattiche a distanza è un modo per offrire ai ragazzi un’alternativa alla spettacolarizzazione della crisi, che è totalizzante e passa, anch’essa, attraverso i media digitali, che costituiscono l’unica occasione di socializzazione e di apertura sul mondo rimasta possibile. Immagino una famiglia con due o tre figli, senza il giardino, magari pure senza libri in casa, carica di tensioni latenti pronte ad esplodere, costretta a stare reclusa in casa per giorni. Bene, per una famiglia di questo tipo, che non è certo una rarità, proporre delle attività scolastiche significa scandire il tempo e offrire un’occasione per dare senso alla giornata. Pensate ai bambini piccoli, a come siano rassicurati dalle certezze che si ripetono, quasi in modo rituale, e che permettono, senza averne coscienza, di aspettare che qualcosa di conosciuto, di già sperimentato accada. Anche i ragazzi sono così (nemmeno noi siamo da meno): la scuola racchiude i rituali della loro quotidianità, ha in sé le piccole cose che scandiscono il tempo dentro cui la loro esistenza appare protetta e acquisisce senso; privati improvvisamente della scuola sono smarriti, e privi degli strumenti necessari ad orientarsi. Per questo, proprio in una crisi così inafferrabile, con tutti i limiti che pure ci sono e che non bisogna ignorare, ha senso più che mai sforzarsi di proporre una forma di insegnamento a distanza, usando i mezzi digitali, che sono l’unico modo di raggiungere i nostri allievi.

Insomma, ci pare giusto che la scuola, di fronte alla paura e all’emergenza, si proponga di costituirsi in una sorta di simbolico presidio civile, capace di mantenere viva a distanza la funzione educativa di cui è per sua natura caricata, supportando e orientando tramite l’attività di insegnamento i propri allievi (e le loro famiglie).

D’altro canto, è bene essere consapevoli del fatto che la chiusura delle scuole e il contesto emergenziale che fa da sfondo a quella scelta hanno nei fatti portato, con l’obiettivo di tutelare la salute pubblica, alla sospensione del pieno diritto all’istruzione. Ai nostri occhi è evidente che nel quadro dato non vi siano le condizioni atte a garantire quella che in altri paesi è stata chiamata la “continuità pedagogica”. Pensare che, tramite la didattica a distanza, sia possibile mantenere gli obiettivi che ci si era posti all’inizio dell’anno, cercando di portare a termine il “programma” e continuando come se nulla fosse, è un’opzione che non ci convince. L’impressione che abbiamo avuto nei primi tempi dell’emergenza è che non tutti i colleghi né tutte le direzioni scolastiche – privi di indicazioni precise da parte delle autorità – si siano mossi avendo coscienza di questo fatto. Proprio in queste ore sembrerebbero arrivare da parte del DECS indicazioni più precise sulla questione, che – se confermano l’intenzione di rallentare i ritmi scolastici, di sospendere le attività di valutazione, di evitare nel limite del possibile di aggiungere nuovi contenuti all’insegnamento – non potranno che essere salutate con favore.

Ci è parso importante su questo punto quanto ci dice in un suo messaggio un’altra docente, anch’essa impegnata in una scuola media del cantone:

S’impone una riflessione sulla centralità dell’aspetto educativo. La scuola è responsabile di fornire ai ragazzi degli strumenti per interpretare con sensibilità il presente e interagire in modo consapevole col contesto sociale. Pretendere dai nostri allievi che l’attività scolastica continui normalmente mentre l’umanità si confronta con una pandemia e i loro cari sono scossi da lutti, ansie e preoccupazioni, non è un messaggio educativo. Anzi, contribuisce a formare una società insensibile, in cui i bisogni dell’uomo e l’interesse comune non sono più al centro. In questo momento la scuola deve saper cambiare per aderire in modo pertinente al contesto per portare avanti il proprio mandato educativo.

La scuola a distanza non può sostituire la scuola in presenza

Crediamo che siano numerosi gli argomenti a sostegno dell’idea che la scuola che dovremmo mettere in campo nei prossimi giorni non potrà e non dovrà essere la prosecuzione di quella precedente alla crisi. Più d’una sono le conseguenze che andrebbero tratte dall’assunto secondo cui è con una “rottura pedagogica” che dobbiamo fare i conti. In sintesi elenchiamo le problematicità che a questo proposito sono emerse nel confronto di questi giorni:

  • Proseguire sotto l’insegna dello slogan “La scuola non si ferma!” senza una seria riflessione su come ridefinirne il mandato educativo, rischia di portarci a caricare gli alunni di impegni e incombenze che, nella particolare situazione in cui si trovano, non sono in grado di poter gestire. Dall’Italia, paese in cui la didattica a distanza è ormai praticata da più di un mese, si moltiplicano gli appelli che chiedono di non vessare gli studenti (e le loro famiglie) con una mole esagerata di compiti, di lezioni a distanza, di attività di cui render conto. “Leggerezza” e “gradualità” dovrebbero essere i principi sulla base dei quali calibrare il nostro intervento, monitorando con tatto le capacità di reazione degli studenti. In alcuni cantoni romandi le autorità scolastiche hanno già dato esplicite indicazioni affinché si abbassi la pressione sulle famiglie: il Canton Vaud ha chiesto esplicitamente di evitare nel limite del possibile di aggiungere nelle pratiche a distanza nuovi contenuti privilegiando il ripasso, ha sospeso le attività di valutazione e sta riflettendo su come ridefinire i criteri di promozione (tenendo conto del fatto che comunque tre quarti dell’anno scolastico è stato svolto); il Canton Neuchâtel ha indicato un preciso limite orario settimanale per il lavoro scolastico da assegnare agli studenti a casa (diverso per ogni ordine scolastico). In questi stessi giorni, un cartello vodese di associazioni di genitori e di sindacati della scuola ha lanciato un appello affinché l’impegno richiesto sia, in termini di tempo da investire, decisamente meno oneroso di quello indicato nelle griglie orarie settimanali.
  • Non sono solo gli allievi a vivere in questo momento una condizione che rende improponibile un’attività scolastica ‘normale’. In molti casi anche i docenti, soprattutto quelli e quelle che hanno a carico figli o genitori anziani, non sono in grado di garantire appieno quell’investimento di energie e di tempo che la riconversione delle pratiche didattiche imposta dalla scuola a distanza richiederebbe. Anche su questa questione sarebbe importante fare chiarezza: l’insegnamento a distanza, per essere efficace, deve basarsi su attività strutturate ad hoc; sarebbe deleterio limitarsi a caricare sulle piattaforme digitali i materiali preparati in vista di lezioni in presenza, durante le quali l’efficacia dell’apprendimento è in larga misura determinato dalla possibilità del contatto diretto, dell’interlocuzione immediata tra docente e discente. Una collega ha coniato scherzosamente un’espressione che ci pare calzante: dobbiamo pensare, per assicurare qualità al nostro intervento, a indirizzarci in questo periodo verso lo slow teaching, considerando non da ultimo anche il fatto che non tutti gli insegnanti sono degli esperti informatici e che ognuno darà il proprio contributo in funzione delle proprie competenze e possibilità.
  • Lo abbiamo ricordato in un recente intervento, crediamo importante ribadirlo ancora: mettere al centro del dispositivo educativo le famiglie, così come inevitabilmente avviene in questi giorni, significa contribuire all’aumento delle diseguaglianze. L’efficacia dell’apprendimento sarà determinato in buona misura da quanto i genitori saranno in grado di aiutare i ragazzi, dotati peraltro di capacità di autonomia nel lavoro scolastico assai disomogenee; inoltre, a pesare sarà anche la possibilità di disporre di dispositivi adeguati (quante famiglie hanno un computer per ogni figlio? quante dispongono di una stampante? quante hanno una connessione alla rete internet di qualità e illimitata?). A influire infine non saranno solo le condizioni socio-culturali, ma anche quelle psicologiche. Prolungandosi il distanziamento sociale e il confino domiciliare, potranno sopraggiungere in alcuni casi smarrimento, disagio, apatia, depressione, forme di sofferenza, tanto nei ragazzi quanto negli adulti: quanto la serenità indispensabile a nutrire il piacere dell’apprendimento e la sete di conoscenza sarà in queste situazioni garantita?

Nel costruire il proprio intervento, ci sembra fondamentale che la scuola nei prossimi giorni si dimostri capace di manifestare particolare sensibilità a questo ordine di fattori.

Didattica a distanza: misura straordinaria o scorcio di una futura normalità?

Come si diceva, in questa fase assumono un’inevitabile centralità le nuove tecnologie. Parte significativa dello scambio di vedute si è dunque concentrato su questo aspetto. Alla fine è risultato evidente a tutti che molti sono gli addentellati della riflessione che su questo specifico terreno andrebbero approfonditi. In linea di principio, vi è una certa preoccupazione – che per alcuni di noi è già una nota d’allarme – nei confronti delle tentazioni di intravvedere nell’e-learning uno dei pilastri della scuola del futuro post-emergenziale. L’uso dei mezzi informatici, sia chiaro, non va affatto demonizzato, ma ai nostri occhi è importante sfruttarli protetti da una visione critica capace di cogliere le implicazioni negative della retorica del progresso telematico, soprattutto in un contesto come quello scolastico, che vive (e deve restare vivo) nell’empatia relazionale. In particolare, sono stati sollevati dubbi sui seguenti temi:

  • Le tecnologie cambiano il lessico della scuola, introducono mediazioni didattiche nuove che, come sempre, non sono affatto neutre. L’insegnamento e l’apprendimento sono, per loro natura, frutto di mediazioni, che sono linguaggi, codici di segni e di senso: il mezzo non è innocente. È allora bene ricordare che non sono poche le voci autorevoli che hanno analizzato criticamente l’uso eccessivo dei dispositivi elettronici tra le nuove generazioni, anche in ambito scolastico, mettendo in guardia sui potenziali effetti negativi a livello cognitivo (e sul piano culturale in senso lato).
  • Non vanno nascosti i rischi di appiattimento e banalizzazione dell’insegnamento legati all’uso dei mezzi informatici. Vi è già da tempo nella nostra scuola la tendenza a voler omogeneizzare gli stili d’insegnamento attorno a modelli presentati come “buone pratiche”; ebbene, abbiamo il timore che la centralità che si vuole assegnare agli ambienti virtuali d’apprendimento standardizzati possa ridurre ulteriormente la possibilità di adottare approcci didattico-pedagogici diversificati e, di conseguenza, faccia venir meno la ricchezza insostituibile della diversità di vedute sul piano delle pratiche d’insegnamento.
  • Non sono a nostro giudizio da sottovalutare le implicazioni che l’insegnamento a distanza hanno sul piano delle condizioni di lavoro del docente. L’e-teaching permette di svolgere quasi tutte le mansioni richieste a un docente lavorando da casa: se ciò – nella particolare situazione in cui ci troviamo – ha indubbi effetti positivi sulla capacità di mantenere la relazione con i nostri studenti, non bisogna però dimenticare che lavorare da casa significa portarsi il lavoro dentro casa, con tutto ciò che questo comporta. Una serie di peculiarità già di per sé connaturate al mestiere d’insegnante sono portate ad assumere dimensioni nuove e maggiormente problematiche: il rischio di snaturare la vita famigliare; il venire meno di quella componente di piacere fisico della relazione, di quella dimensione collettiva (tra colleghi, e tra insegnante e classi), che dovrebbe essere parte costitutiva della professione; un aumento esponenziale del tempo di lavoro (si è tendenzialmente sempre disponibili); la necessità di avere tutta una strumentazione privata (computer, scanner, stampante, connessione a internet) da mettere gratuitamente a disposizione del datore di lavoro.

Ci si consenta di dire, per concludere, che questa situazione emergenziale sta purtroppo evidenziando ulteriormente una distanza perniciosa tra gli insegnanti e le decisioni di politica scolastica. Fin qui gli interventi degli esperti dipartimentali sono per lo più stati rivolti alle problematiche del funzionamento tecnico delle piattaforme informatiche per l’insegnamento. Osiamo chiedere che uno sguardo riflessivo sia rivolto anche alla condizione umana e pedagogico-didattica nella quale si trovano gli insegnanti, gli allievi e le loro famiglie. Non solo per rassicurarli e per ringraziarli – questo è ovvio – ma anche per approfondire quanto possa cambiare la professionalità del docente e il senso stesso del “fare scuola” quando si passi un’intera giornata davanti allo schermo dei computer.

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