Tempo di lettura: 16 minuti

La pandemia del Covid-19 sta ha ormai colpito l’intero pianeta, in misura diversa e con scale temporali diverse a seconda delle regioni interessate. La diffusione di questo virus, talvolta definito “coronacapitalismo”, è senza dubbio una rivelazione del funzionamento del capitalismo neoliberale globale. Mostra sia le fratture geopolitiche esistenti, sia quelle che segmentano internamente le nostre società, rivelando al contempo le scelte irresponsabili della maggior parte dei diversi governi negli ultimi trent’anni.

In questo testo, l’economista Pierre Salama guarda allo scenario attuale dell’America Latina e sottolinea come le classi lavoratrici del sub-continente siano oggi vittime di una “doppia punizione”: quella della crisi sanitaria in un contesto di sistemi sanitari fatiscenti e quella di una crisi economica che aumenterà ulteriormente le disuguaglianze sociali, il malsviluppo e il lavoro precario. Pierre Salama esorta affinché questo momento di incertezza e di tensione, di fronte ai Bolsonaro e consorti, diventi quello della solidarietà. Aggiunge che è urgente portare avanti nuove riflessioni, dopo il fallimento dei governi progressisti, sulle alternative da costruire per far uscire l’America Latina dalla dipendenza e dall’estrattivismo, alfine di riflettere su “un completo rinnovamento del modo di pensare l’economico e il politico”.

***

 “Un male terribile, fatale, che il Ciel forse inventò per castigar le colpe della terra. Non sono morti tutti, ma sono stati tutti colpiti”. Jean de la Fontaine, Animali malati di peste.

Il Covid-19 sta provocando una crisi di proporzioni senza precedenti nel mondo: ovunque la produzione cala, la disoccupazione aumenta, i redditi diminuiscono. Dopo aver raggiunto i Paesi dell’Estremo Oriente, poi l’Europa e poi gli Stati Uniti, ora raggiunge l’America Latina e domani l’Africa.

Alcuni governi, non tutti, stanno intervenendo con forza, scuotendo i sacri principi ai quali si erano ispirati fino a ieri. Pensiamo all’entità dei disavanzi pubblici, della misura in cui gli Stati si fanno carico della disoccupazione parziale, delle possibili nazionalizzazioni in settori considerati strategici… E domani, probabilmente, questi governi, che fino a poco fa difendevano la necessità di un intervento sempre più ridotto dello Stato nell’economia e di un allineamento dei servizi pubblici alle regole del mercato, accetteranno di derogare a queste regole e vorranno ridefinire i confini tra il mercato e lo Stato per riacquistare un minimo di sovranità sanitaria o, più in generale, industriale, se saremo in grado di ricordare loro gli impegni presi. Il discorso interventista non è predominante in America Latina, soprattutto in Messico dove il discorso ufficiale consiste nel dare priorità alla spesa sociale ma senza reperire i mezzi per farlo, o in Brasile, dove le decisioni dei ministri della sanità sono spesso vanificate dai Presidenti della Repubblica.

Siamo di fronte a una crisi evidente della globalizzazione. La pandemia è rivelatrice delle disfunzioni di un capitalismo sfrenato nel quale gli Stati hanno ceduto sempre più il passo al mercato, in questo caso alle multinazionali; ma che hanno anche visto, con l’affermarsi della diffusione del contagio, il ritorno degli Stati/Nazioni.

La globalizzazione non sarà più la stessa

1. I termini “vincitori” e “perdenti” vengono spesso usati nella letteratura economica. I paesi che “vincono” sarebbero quelli che realizzano un aumento della loro partecipazione al commercio mondiale e viceversa. Alcuni Paesi, per lo più asiatici, hanno accresciuto la loro partecipazione relativa al prodotto interno lordo mondiale tra il 1980 e il 2018. Al contrario, i paesi dell’America Latina hanno visto la loro quota diminuire di diversi punti. Se ci si limita all’analisi del commercio internazionale della produzione manufatturiera, nel 2017, tra i primi dieci esportatori mondiali, troviamo solo il Messico (10° posto), unitamente al Brasile (30° posto) secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

È semplicistico considerare che alcuni paesi possono essere vincitori e altri perdenti. Limitare i paesi alle nazioni non è di per sé pertinente. La globalizzazione si accompagna alla frammentazione territoriale all’interno degli stati/nazioni. Infatti, essa produce conseguenze negative anche in nazioni apparentemente vincenti, e di conseguenza anche sui diversi segmenti delle classi sociali. Le nazioni sono infatti composte da territori dove si concentrano i guadagni della globalizzazione e altri dove dominano le perdite. Nei territori che traggono vantaggio dalla globalizzazione, la proporzione di coloro che vivono un’evoluzione favorevole dei loro salari è maggiore rispetto ai territori che perdono, dove si concentrano le basse e medie qualifiche, i bassi salari, le minacce all’occupazione e l’accentuazione della precarietà.

Con la globalizzazione del commercio, la divisione internazionale del lavoro è profondamente cambiata. Alcuni Paesi del Sud, in Asia, sono diventate le fabbriche del mondo; altri, in America Latina, si sono nuovamente specializzati nello sfruttamento delle loro risorse naturali, con la notevole eccezione del Messico e dei Paesi dell’America Centrale [1]. Si sono riprimarizzati. Le esportazioni di prodotti manufatturieri sono state pari al 51% di tutte le esportazioni in Brasile nel 2006 (70% per le importazioni), mentre le altre esportazioni sono costituite da prodotti agricoli e materie prime (miniere e combustibili). Poco più di dieci anni dopo, nel 2017, le esportazioni di prodotti manufatturieri sono state pari al 36% (74% per le importazioni) (fonte IEDI, n°892, 2018). L’evoluzione è stata quindi rapida e, di fatto, è iniziata alla fine degli anni Novanta. Al contrario, a livello mondiale, nel 2017 le esportazioni di prodotti manufatturieri corrispondevano al 70% di tutte le esportazioni, a cui va aggiunto il 12% corrispondente alla categoria “altri prodotti manufatturieri“, secondo le statistiche dell’OMC. Infine, l’80% delle esportazioni mondiali è stato realizzato da dieci paesi, tra i quali, in coda al gruppo, troviamo il Messico.

Negli anni ’90 e soprattutto negli anni 2000 abbiamo assistito ad uno sconvolgimento nella divisione internazionale del lavoro nell’industria mondiale grazie allo sviluppo di Internet, alla diminuzione dei costi di trasporto e alla capacità di alcuni paesi asiatici di adattare molto rapidamente la propria offerta agli improvvisi cambiamenti della domanda mondiale.

Siamo così passati da un rapporto tra due attori ad una relazione tra un attore, colui che trasmette l’ordine e “n” attori situati in paesi diversi, soprattutto al Sud ma anche al Nord, che si traduce in una frammentazione della catena internazionale del valore.

Si sono sviluppati gli scambi Sud-Sud di beni industriali. Tuttavia, i paesi dell’America Latina, in generale, sono stati poco coinvolti nel processo di frammentazione della catena del valore. Rimangono relativamente chiusi, ad eccezione del Messico e di alcuni paesi dell’America centrale.  Nel complesso, tuttavia, i paesi dell’America Latina hanno potuto aprirsi maggiormente verso l’estero senza il vincolo esterno del passato, grazie ai guadagni derivanti dallo sfruttamento delle materie prime, soprattutto verso la Cina, che ha permesso loro di importare più prodotti manufatturieri. Questa fase sembra essere finita e i vincoli esterni stanno ricomparendo con forza in economie che sono diventate meno industrializzate e più vulnerabili alle variazioni dei volumi di esportazione e dei prezzi delle materie prime [2].

Mentre i paesi dell’America Latina rimangono bloccati in un contesto caratterizzato da una bassa densità industriale pro capite e da una quota altrettanto bassa dell’industria (valore aggiunto) nel PIL, i paesi asiatici stanno facendo progressi puntando su un’industrializzazione basata sempre più su prodotti ad alta tecnologia e sull’esportazione di prodotti complessi.

Con la crescente apertura, l’occupazione e il lavoro sono sottoposti a vincoli esterni sempre più elevati. L’occupazione tende a diventare più precaria e con l’avvento di Internet, l'”uberizzazione” delle attività sta diventando sempre più importante, a meno che non si affermi una la volontà politica di proteggere maggiormente i salariati. Ciò è avvenuto in diversi Paesi dell’America Latina grazie all’arrivo di governi progressisti negli anni 2000: l’informalità è diminuita, i salari reali sono cresciuti più velocemente della produttività del lavoro e la protezione sociale si è sviluppata, anche se a scapito della competitività, poiché non sono state avviate le necessarie riforme strutturali, con i governi progressisti che si sono fermati a metà strada. Oggi, con il ritorno delle destre, questi pochi vantaggi vengono messi in discussione. Resta il fatto che la precarietà, il declassamento e le disuguaglianze di reddito sono in aumento. Fino a quando tali sviluppi saranno sostenibili in termini politici?

Dal 2008 la globalizzazione sta rallentando e la crescita delle esportazioni mondiali non è più chiaramente superiore alla crescita del PIL mondiale, ma è talvolta inferiore. Dal 2008, la globalizzazione sembra perdere slancio. Le misure protezionistiche sono in aumento dal 2012. Con l’accesso di Trump alla presidenza degli Stati Uniti (2017), tali misure sono sempre più significative e tendono a generalizzarsi.

La globalizzazione sembra cedere il passo alla de-globalizzazione per due motivi: il primo è d’ordine tecnologico: è ormai possibile rilocalizzare la produzione di alcune attività nei paesi avanzati grazie allo sviluppo della rivoluzione digitale, la stessa rivoluzione che in un recente passato aveva permesso di delocalizzare più facilmente.  La seconda ragione è legata agli effetti deleteri della globalizzazione sulla coesione sociale: sempre maggiori disuguaglianze di reddito, perdita di posti di lavoro e ridotta mobilità si traducono spesso in un protezionismo sempre più accentuato.

****

2. L’ironia della Storia è che la crisi della globalizzazione è arrivata dove nessun economista, nessun sociologo, nessun politico l’aveva prevista. Nessuno, anche se ora alcuni cercano di far credere di averlo previsto. Certo, sia che venissero da destra, spesso estrema, sia che venissero da sinistra, i critici della globalizzazione erano numerosi. Alcuni, portando avanti la loro concezione della nazione, sostenevano un ritorno al protezionismo che, a volte, poteva somigliare a una forma di autarchia. Altri, più a sinistra e tra le fila degli ambientalisti, hanno sostenuto l’altermondialismo, rifiutando la logica delle frontiere e cercando la cooperazione tra gli Stati per imporre standard etici (come il lavoro dignitoso) e ambientali molto più rigorosi. Ma nessuno avrebbe potuto pensare che le nuove forme assunte dalla globalizzazione, ovvero la frammentazione internazionale della catena del valore della produzione, avrebbe potuto fragilizzare a tale punto le diverse economie così da renderle estremamente vulnerabili.

Questa globalizzazione incontrollata, frutto delle libertà concesse per sfruttare manodopera a basso costo e distruggere l’ambiente, ha prodotto il caos. I teorici del caos hanno dimostrato che il battito d’ali di una farfalla può provocare un crollo all’altro capo del mondo e che questa spada di Damocle potrebbe cadere da un momento all’altro e portare a disastri. Questa tesi, che si applica, ad esempio, alla finanza, non è mai stata applicata alla globalizzazione. È bastata una sola pandemia per far crollare l’attuale sistema economico a causa di effetti a catena che si alimentano a vicenda. L’incapacità di fornire segmenti di prodotto di una catena di valore internazionale dispersa per poter beneficiare di un basso costo del lavoro ha come conseguenza altrove, cioè in altri paesi, interruzioni più o meno gravi della produzione, un aumento della disoccupazione e, di conseguenza, un calo della domanda che precipita il tutto in una depressione economica. Questo battito di ali della farfalla rivela che la deindustrializzazione, cioè l’aspetto simmetrico di questa globalizzazione, la notevole perdita di sovranità, in particolare e soprattutto nell’industria farmaceutica, non comporta solo costi finanziari, ma soprattutto un accumulo di morti.

Doppia punizione per i poveri, la crisi e la pandemia che rafforza la crisi

1. I paesi dell’America Latina sono diversi tra loro. Alcuni hanno una popolazione numerosa (Brasile con 207 milioni di abitanti, Messico con 132 milioni), contrariamente ad altri, come l’Uruguay o i paesi dell’America centrale, relativamente poco popolati. Il PIL pro capite è elevato in Brasile, Argentina, Messico (tra un quarto e un terzo di quello degli Stati Uniti) etc., un po’ meno in Colombia e in Perù, molto meno in altri. Alcuni paesi sono ricchi di risorse naturali, altri molto meno. Infine, le popolazioni non hanno tutte la stessa origine, più europee nel cono sud dell’America Latina, più di origine indiana nei Paesi andini, in America centrale e Messico, o di origine africana in altri Paesi come il Brasile, nei Caraibi. Le loro storie non sono esattamente simili, anche se nel corso del XX° secolo i più importanti tra loro possono aver vissuto esperienze simili sia a livello politico (Perón in Argentina, Vargas in Brasile, Cardenas in Messico) sia a livello economico (regime di crescita orientato al mercato interno cosiddetto di sostituzione delle importazioni).

Da un punto di vista strutturale, la maggior parte dei paesi latinoamericani ha molti punti in comune, che in un modo o nell’altro costituiscono le otto piaghe dell’America Latina: 1) disuguaglianze molto significative in termini di ricchezza e di reddito; 2) un alto livello di informalità dei posti di lavoro e di povertà; 3) una reprimarizzazione delle loro economie; 4) un significativo deterioramento dell’ambiente; 5) una maggiore apertura finanziaria rispetto all’apertura commerciale; 6) una precoce deindustrializzazione; 7) una tendenza alla stagnazione economica; 8) un livello estremamente elevato di violenza, soprattutto in Messico, Brasile, El Salvador, Honduras e Guatemala.

Quanto più basso è il tasso di crescita del PIL, tanto minore è la mobilità sociale, a maggior ragione se spese per l’istruzione rimangono insufficienti. Con un tessuto industriale indebolito, i paesi dell’America Latina saranno in grado di mostrare resistenza di fronte alla pandemia di Covid 19 e ai suoi pesanti effetti economici e sociali e questo a quali condizioni?

La crisi ha diverse dimensioni. Non attacca un “corpo sano” pronto a riprendersi una volta che la pandemia è finita. Infatti, 1) quasi tutti i Paesi della regione, e in particolare i più grandi e potenti tra questi – Argentina, Brasile, Messico – soffrono di una tendenza alla stagnazione del tasso di crescita del PIL. [3] Questa tendenza alla stagnazione sul lungo periodo ha diverse cause: disuguaglianze molto pronunciate di reddito e di ricchezza, bassi tassi di investimento dovuti a comportamenti “rentier” sempre più pronunciati che si manifestano con un’eccessiva finanziarizzazione, fuga di capitali e consumi cospicui, deindustrializzazione più o meno forte e spese per la ricerca e lo sviluppo “ridotte al minimo” (tra 0. 5% e 1,1% del PIL a seconda del paese – in confronto basti ricordare che in Francia questa spesa ammonta al 2,4% del PIL e in Corea del Sud al 4,5% del PIL. 2) Da diversi anni, l’Argentina e il Venezuela stanno vivendo una profonda crisi economica unita ad un’inflazione che è diventata più o meno incontrollabile, soprattutto in Venezuela. Il Brasile, dopo una crisi molto pronunciata, equivalente a quella degli anni Trenta, mostra un’incapacità a riprendersi. Il Messico sta entrando in recessione e altri paesi stanno subendo un rallentamento della loro attività economica (Colombia, etc.). 3) Infine assistiamo al ritorno dei vincoli esterni con il calo dei prezzi delle materie prime e dei volumi venduti, ancor più accentuato dalla generalizzazione della crisi dovuta alla pandemia a livello globale e dal forte calo della domanda da parte dei paesi asiatici, i maggiori importatori di queste materie prime.

***

2. I paesi dell’America Latina stanno vivendo contemporaneamente diverse crisi che si alimentano a vicenda. La crisi è profonda ed è strutturale nella misura in cui mette in discussione le modalità stesse di espansione del capitalismo negli ultimi decenni. In America Latina, la crisi legata alla pandemia si aggiunge ad altre crisi latenti o visibili di cui abbiamo appena parlato. Il mix è tanto più esplosivo in quanto diversi governi non sembrano aver misurato l’entità del pericolo non adottando politiche economiche anticicliche commisurate all’evento, o addirittura minimizzando i pericoli (un amuleto potrebbe servire come rimedio alla pandemia, dice il presidente del Messico, una “influenzetta” per il presidente del Brasile, che invitano i propri ministri di non attuare misure che potrebbero far crollare l’economia).

Le politiche di lotta al contagio sono in generale molto al di sotto di quanto sarebbe necessario. Sono di due tipi: 1) Misure “protettive”, lavaggio sistematico delle mani e contenimento parziale (escluse le persone che lavorano nei settori legati alla salute, all’alimentazione e ai trasporti); 2) Politiche economiche anticicliche per rallentare la crescita della crisi e rilanciare l’economia in futuro. Le prime incontrano difficoltà di attuazione nei quartieri dove vivono gli abitanti più sfavoriti. Nei casi più estremi, le abitazioni non hanno acqua potabile o, addirittura, corrente, ed è quindi difficile lavarsi le mani regolarmente; la densità della popolazione è molto alta e quindi le misure “protettive” non sono facili da applicare. Infine, poiché la maggior parte delle persone che vi abitano vivono spesso di lavori informali e non sono o sono poco protette dal sistema sanitario, il confinamento si riduce a una scelta tra Scilla e Cariddi: o morire di fame rispettando il confinamento, oppure mettere in conto un aumento notevole della possibilità di essere contaminati e contaminare il proprio quartiere mentre si va al lavoro. A tutto ciò si aggiunge la volontà di alcuni presidenti – in Brasile in modo caricaturale – ma anche sette evangeliche, la cui influenza è particolarmente elevata tra i più poveri e meno istruiti, di fare tutto il possibile per opporsi al contenimento imposto dai governatori degli Stati (nel caso di una struttura statale federale) o dalle autorità locali, con il pretesto che questa pandemia è solo una leggera influenza e che se si applicasse il contenimento ciò porterebbe a una crisi irreparabile producendo un numero di morti superiore a quello prodotto dalla pandemia [4].

Le politiche anticicliche sono molto spesso poco significative – tranne probabilmente in Argentina che si trova nel bel mezzo della crisi economica [5] – a causa delle difficoltà finanziarie (minori entrate di bilancio dovute alla crisi latente pre-pandemica, relativa riduzione del valore delle esportazioni di materie prime,  fuga di capitali ed evasione fiscale), del differimento dei contributi previdenziali e persino delle imposte dovute (quando non addirittura la loro cancellazione) [6], e della mancanza di volontà politica in alcuni paesi di promuovere un aumento del debito pubblico a causa dell’aumento della spesa pubblica senza corrispondenti entrate. Questa è la posizione ortodossa – roba di altri tempi- del presidente messicano che, pur volendo aumentare la spesa sociale, non si dà i mezzi per farlo accettando di aumentare il deficit fiscale che, comunque, aumenterà a causa dell’approfondirsi della crisi economica. In generale, gli aiuti ai più poveri sono minimi (poco più di 100 dollari al mese in Brasile, ad esempio), la spesa sanitaria è in aumento, e gli aiuti alle imprese sono anch’essi minimi (il ministro delle Finanze brasiliano ha cercato di emettere un’ordinanza che autorizzasse il mantenimento del personale per quattro mesi senza retribuzione e senza lavoro, e, di fronte alle proteste politiche, ha ritirato questa proposta, sostenendo che essa era stata il frutto di un errore… amministrativo). Anche queste misure molto timide spesso incontrano l’ira dei presidenti, come nel caso del presidente brasiliano che sta cercando di licenziare il suo ministro della Sanità considerandolo responsabile di spese sconsiderate. (Nel frattempo è riuscito a farlo NdT)

Quasi tutti i paesi dell’America Latina pagano un prezzo elevato per il fatto che la spesa sanitaria è molto bassa se considerata in percentuale del PIL. La spesa sanitaria complessiva pubblico-privata in America Latina rappresenta l’8,5% del PIL, con fortissime disparità tra i paesi e all’interno di essi. Secondo l’OCSE, è più alta in Argentina, Brasile, Colombia, Cile e Uruguay (tra il 9 e il 10%), e più bassa in Ecuador, Bolivia, Venezuela e Messico (tra il 3 e il 5,5%). Ricordiamo che la spesa sanitaria pubblica e privata è in media del 12,5%, con forti disparità nel 2018: 16,9% del PIL negli Stati Uniti, 11,2% in Germania e Francia, 8,9% in Cile e 5,5% in Messico. I sistemi sanitari pubblici sono molto spesso frammentati secondo le corporazioni (impiegati del petrolio, lavoratori statali, ecc.) ma anche secondo lo Stato centrale o gli Stati federali, il che spesso aumenta l’inefficienza del sistema e permette alla corruzione di svilupparsi. Se confrontiamo il numero di letti (terapia intensiva) per 100’000 abitanti e il numero di ventilatori (nel 2020), possiamo notare che il Brasile – con fortissime disparità regionali – ha a disposizione dei propri pazienti un terzo di letti in meno e 3/5 di ventilatori in meno rispetto agli Stati Uniti. L’Argentina ha letti per la terapia intensiva assai più numerosi, il Messico è molto indietro e il Perù è ancora più indietro, come mostrava un grafico apparso su The Economist lo scorso 8 aprile 2020) [7]. Se a tutto ciò si aggiunge che il 25% più ricco della popolazione – cioè le classi medie e superiori – ha accesso principalmente al sistema sanitario privato e che quest’ultimo dispone di circa la metà dei letti per la terapia intensiva e dei ventilatori, è comprensibile che la condizione sanitaria della maggior parte della popolazione sia particolarmente vulnerabile.

Conclusione

La crisi pandemica è guidata dalla globalizzazione. Si sta innestando su un tessuto economico estremamente indebolito. Essa è un rivelatore di tutte le disfunzioni del capitalismo, in particolare in America Latina. Le prime vittime sono i più poveri…

L’informalità (70% in Bolivia, 63% in Perù, 47% in Brasile) e la povertà rimangono molto elevate in America Latina. In Argentina, essa raggiunge il 50%. Negli ultimi anni, l’informalità e la povertà tendono ad aumentare di nuovo, in particolare e soprattutto in Brasile e in Argentina. Come notano diversi sociologi e medici, i pazienti poveri moriranno a casa o addirittura “sulla porta dell’ospedale“, secondo il professore di medicina Miguel Strougi dell’USP (O Globo, 23 marzo 2020).

C’è una relazione tra povertà e obesità, dovuta soprattutto al “cibo spazzatura“. In Messico i poveri, un po’ meno in Brasile, relativamente meno in Argentina, e per i Paesi avanzati, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sono molto spesso obesi. Anche i gruppi vulnerabili con redditi modesti sono obesi, anche se in misura minore; i ceti medi lo sono ancora meno. Esiste un’elevata relazione tra obesità e diabete, ipertensione e rischi cardiovascolari. La pandemia colpisce quindi in modo particolare poveri e le categorie vulnerabili, soprattutto perché il loro accesso all’assistenza sanitaria è più limitato.

Nei paesi avanzati, sono soprattutto gli anziani ad essere maggiormente esposti al rischio di morire a causa della pandemia, perché soffrono più dei giovani di diabete, ipertensione, etc. In America Latina sono soprattutto i poveri e i poveri relativamente giovani. Alla fine di marzo, un quarto dei pazienti ricoverati a Rio de Janeiro colpiti dalla pandemia aveva meno di 40 anni.

Il confinamento è il più delle volte impossibile da far rispettare nelle baraccopoli più miserabili per ovvie ragioni: la sovrappopolazione rende difficile il distanziamento sociale, condizioni igienico-sanitarie disastrose comportano spesso a grandi difficoltà a riuscire a lavarsi le mani, e soprattutto l’insieme di informalità e povertà fanno del diritto di astenersi dal prestare lavoro sia una semplice astrazione: la scelta è di fatto tra lavorare o morire di fame. Ciò non di meno, tutte queste misure sono necessarie, ma per avere un minimo di efficacia richiedono una maggiore generosità da parte dello Stato nella distribuzione di un po’ di reddito in più ai poveri e nel sottoporli ai testi per isolare i contaminati dalle loro famiglie e dal loro entourage.

Quando i governi sottovalutano il pericolo e non hanno politiche di prevenzione come il distanziamento sociale, il divieto come il confinamento, non decidono di versare ai più poveri un reddito minimo o lo fanno in modo insufficiente; quando i presidenti si oppongono ai loro ministri e li invitano a far di tutto per continuare le attività economiche, deridendo chi esagera la crisi sanitaria poiché non comprendono che la vera catastrofe sarebbe la crisi economica; quando le sette religiose sempre più influenti affermano che attraverso la preghiera collettiva riusciremo a respingere Satana, il cavallo di Troia della pandemia,…di fronte a tutto questo non possiamo che essere pessimisti. È una situazione nella quale non possono essere che definiti come criminali coloro che si rifiutano di affrontare questa pandemia e sostengono la ripresa del lavoro qualunque sia il costo umano, senza nemmeno attendere che la pandemia rallenti o che la percentuale di persone immunizzate raggiunga un minimo. Ma è anche un momento che, per la sua portata, per le sue disastrose conseguenze su alcune categorie della popolazione, per lo sfruttamento politico che i partiti e le chiese possono farne, sia con il settarismo che con il populismo, può aprire la strada a governi di estrema destra; ma anche, al contrario, un’opportunità da cogliere per costruire un’altra società che operi con modalità diverse dalla ricerca esclusiva del profitto.

È una crisi che invita a un radicale rinnovamento del modo di pensare la dimensione politica e quella economica. Oggi la priorità è la solidarietà, che purtroppo non basta, soprattutto in America Latina, negli Stati Uniti e in alcuni altri Paesi. Domani, quando le condizioni sanitarie saranno migliori, sarà il momento di tornare al lavoro, nella speranza che si mantenga la solidarietà, che il modello economico non sia una semplice ripresa del vecchio, altrimenti la Storia non potrà che ripetersi sotto forma di tragedia…

1. Il Messico si è specializzato nell’esportazione di prodotti manufatturieri principalmente verso Stati Uniti e il Canada. Tuttavia, a differenza di molti paesi asiatici, il Messico e i paesi dell’America centrale si sono limitati principalmente alle attività di assemblaggio, con la parziale eccezione di alcuni settori come l’industria automobilistica, dove il numero di produttori di attrezzature è aumentato grazie non a una politica industriale ma all’arrivo di imprese transnazionali. La crescente apertura non ha avuto un effetto positivo sulla crescita in Messico, poiché gli effetti moltiplicatori sul PIL sono stati limitati; questo spiega perché il Messico abbia avuto il più basso tasso di crescita tra i grandi Paesi latinoamericani negli ultimi 25 anni. Anche la complessità del suo tessuto industriale è debole e/o apparente e ingannevole.

2. Vedere a questo proposito il dossier della rivista “Recherches Internationales”, n° 115, 2020, a cura di Posado Th, Rogalski M., e Salama P., intitolato L’Amérique latine en bascule con gli scritti di Gaudichaud F., Destremau B., Gaulard M., Salama P., Svampa M., Chaponnière JR. e Ventura Ch. Segnalo anche l’ultimo libro di Gaulard M. e Salama P. (2020) L’économie de l’Amérique latine, ed. Breal (non disponibile a causa della pandemia, le librerie sono chiuse…); per gli aspetti più politici, si veda Gaudichaud F., Modonesi M., Weber JR, 2020, Fin de partie, Amérique latine, les expériences progressistes dans l’impasse (1998-2019), ed. Syllepse.

3. Un esempio: il tasso di crescita del PIL pro capite del Messico è stato in media solo dello 0,8% annuo tra il 1983 e il 2017, ben al di sotto di quello degli Stati Uniti nello stesso periodo.

4. Quest’ultimo argomento riappare nei paesi avanzati, ma dopo settimane di confinamento. È stato avanzato anche da coloro che ritenevano che l’immunizzazione di massa (60% della popolazione) passasse attraverso il contagio, dimenticando il considerevole numero di morti che avrebbe causato, motivo per cui è stata abbandonata in Gran Bretagna, in Olanda e parzialmente, seppur timidamente, da Trump negli Stati Uniti.

5. Questo spiega il forte aumento di popolarità del neoeletto presidente Fernandez (74% di sostegno) a fine marzo e, viceversa, la caduta del presidente messicano AMLO, anche se rimane ancora alto (58,4%), superiore a quello del presidente Bolsonaro (circa il 30%, che corrisponde alla sua base “evangelica”, l’alta borghesia – che era a lui favorevole) contestato per le sue posizioni sulla pandemia.

6. Si veda un articolo significativo pubblicato sul Financial Times il 13 aprile dal titolo: “Quattro Stati del Messico chiedono un nuovo accordo fiscale con López Obrador”.

7. I paesi che dispongono più di 10 posti letto ospedalieri ogni 1’000 abitanti (non ci riferiamo qui ai posti letto per la terapia intensiva) hanno il più basso tasso di mortalità causato dalla pandemia: Hong Kong ha 14,5 posti letto, il Giappone dieci. Questo è ben lungi dall’essere il caso del Brasile, che ha 1,95 posti letto per mille abitanti. Negli ultimi dieci anni il Brasile ha eliminato dai 40’000 ai 50’000 posti letto, a causa della mancanza di risorse per il loro mantenimento (O Globo, 23 marzo; vedi anche Financial Times del 13 aprile 2020). Vedi anche: Barceno A., 2020, 3 aprile, “Coyuntura, escenarios y proyecciones hasta 2030 ante la presente crisis de covid -19“, 1-65, CEPAL, pag. 21, per dati più completi per ogni singolo paese.

*Pierre Salama, economista, professore emerito all’Università di Parigi XIII, già direttore scientifico della rivista Tiers Monde. Il presente articolo è apparso sulla rivista Contretemps il 16 aprile 2020. La traduzione è stata curata dal segretariato MPS.

Pin It on Pinterest