Tempo di lettura: 9 minuti

Mikron, i padroni mostrano le loro intenzioni per il dopo pandemia

Non a caso, e proprio in concomitanza con i segni di un allentamento delle limitazioni alle attività industriali in Ticino, una delle più importanti aziende del settore metalmeccanico ticinese e svizzero ha annunciato che licenzierà quasi un terzo dei suoi dipendenti.

È di poco fa la notizia che la Mikron di Agno ha annunciato il licenziamento di 110 dei suoi dipendenti sui 330 che conta in organico. Una vera mazzata!

Naturalmente l’azienda si è subito premurata a dire che farebbe male chi pensasse che tale decisione sia direttamente connessa con la crisi legata al coronavirus e alle sue conseguenze dal punto di vista produttivo su scala planetaria (ricordiamo che la Mikron è un’azienda fortemente orientata verso l’esportazione); e noi le crediamo perché, ne siamo sicuri, la crisi della Mikron, e con lei di interi settori produttivi non solo a livello nazionale ma internazionale, non data di questi ultimi giorni. Basti pensare, ad esempio, alla crisi profonda che ha investito il settore della produzione automobilistica.

Infatti è dall’inizio dello scoppio della crisi del coronavirus che insistiamo sul fatto che la pandemia altro non è stata, dal punto di vista della crisi economica, che la scintilla che ha fatto scoppiare il tutto.

Mikron è poi recidiva poiché già pochi mesi fa aveva già soppresso altri 25 posti di lavoro, sempre ad Agno, e questo dopo aver ricorso al lavoro ridotto, scaricando quindi i costi su lavoratori e Stato.

Il caso Mikron illustra bene quale sia la logica padronale che, purtroppo sempre più, vedremo manifestarsi nei prossimi mesi. Una logica costruita sulla costante e sempre maggiore valorizzazione del capitale: cioè producendo profitti e redistribuendoli agli azionisti. È quanto è avvenuto negli ultimi anni ed è quanto l’azienda intende fare anche nei prossimi anni: da qui la decisione di distruggere capitale (in questo caso “capitale umano”) per permettere che eventuali minori profitti possano comunque mantenere, o addirittura aumentare, il tasso di redditività del capitale. È questa la logica che le aziende metteranno in campo per rispondere e risolvere la crisi. In questo senso, come abbiamo spesso ripetuto, i licenziamenti di centinaia di persone non sono, per l’azienda, un problema, ma la soluzione del problema di redditività con il quale si trova confrontata.

D’altronde Mikron viene da anni di grandi successi. Basti ricordare, ad esempio, che nel 2018 l’utile netto per collaboratore è passato dai 784 FR. a 8’584 FR.: una progressione eccezionale. Per gli azionisti (tra i quali spicca, con il 46% la holding del gruppo Amman) tra dividendi e riacquisto di azioni hanno ricevuto qualcosa come 5 miliardi di franchi, quattro volte più di quanto avevano ricevuto nel 2017.

Ma anche il 2019 per il gruppo Mikron, malgrado i segni manifesti, nel secondo semestre, di una crisi della congiuntura a livello internazionale, è stato un anno complessivamente positivo. Certo non eccezionale come il 2018, ma certamente positivo. Infatti, già lo scorso 23 gennaio l’azienda, comunicava che nel 2019 il fatturato complessivo è comunque aumentato del 4,1% e che, alla fine, l’utile aziendale del Gruppo Mikron ammonta a 8,8 milioni di CHF (anno precedente: 12,2 milioni di CHF) ovvero a 0,54 CHF per azione (anno precedente: 0,74). E il 16 marzo 2020, in piena crisi coronavirus, il consiglio di amministrazione decideva una remunerazione complessiva di 6 cts per azione: certo meno dei 20 cts dello scorso anno, ma comunque segno di un risultato più che positivo. Alla fine il buon senso (o la preoccupazione di difendere la propria immagine visto che si pensava già di annunciare i licenziamenti) il 9 aprile 2020 il Consiglio di amministrazione decideva di rinunciare alla distribuzione del dividendo, decisione poi confermata dall’assemblea degli azionisti del 16 aprile. In questo modo la famiglia dell’ex consigliere federale Schneider Amman, che come detto controlla il gruppo con oltre il 40% del capitale azionario, potrà raccontare che anche lei ha deciso di fare sacrifici: e che, per il bene della continuità dell’azienda, si richiede il sacrificio di 110 posti di lavoro.

D’altronde la cosa non sorprende, visto che i quadri dirigenti dello stabilimento di Agno, punto forte del gruppo, fanno anche parte dei vertici di AITI, l’associazione padronale presieduta da Fabio Regazzi.

I comportamenti di un’azienda rappresentativa di AITI mostra quale distanza vi sia tra le ipocrite parole del presidente di AITI e i comportamenti suoi e dell’associazione che dirige (atteggiamento che abbiamo già segnalato nelle scorse settimane, quando l’azienda di Regazzi è stata una delle più pervicaci nel tentare di far lavorare a tutti i costi i propri dipendenti).

Quante Mikron ci aspettano nel dopo-pandemia? Gli orientamenti padronali ci indicano che rischiano di essere molte. È necessario quindi un intervento straordinario che impedisca tutto questo. Per questo, già all’inizio della pandemia, abbiamo rivendicato una moratoria su tutti i licenziamenti almeno fino alla fine del 2020. Che il governo usi il potere straordinario che si è arrogato per difendere questi preziosi posti di lavoro che la sete di profitto padronale rischia di mettere in discussione. Mikron deve ritirare questi licenziamenti!

Per le organizzazioni sindacali questa vicenda deve essere una chiara conferma della impossibilità di scendere a patti con il padronato, nell’ambito di improponibile e incredibili “patti di paese” che altro non sono se non la consegna dei lavoratori e dei loro destini nelle mani del padronato. E della necessità di battersi, a cominciare dalla Mikron, contro tutti i licenziamenti e i peggioramenti delle condizioni di lavoro e salariali.

*********************

L’MPS si esprime contro la riapertura delle scuole dell’obbligo prevista per l’11 maggio

Il Movimento per socialismo ribadisce la propria opposizione ad una eventuale riapertura delle scuole che potrebbe intervenire, sulla base delle decisioni annunciate ieri dal Consiglio Federale, a partire dal prossimo 11 maggio per le scuole dell’obbligo.

Se attuata una decisione del genere potrebbe avere ripercussioni molto pesanti dal punto di vista sanitario per più ragioni:

  • Se è vero che i bambini e i ragazzi sono colpiti più raramente dal virus, ci pare di poter affermare che, sulla base dei rilevamenti di tipo epidemiologico nonché di numerosi studi scientifici condotti in diversi paesi, essi restano un importante vettore della diffusione del virus. Appaiono quindi abbastanza ardite le dichiarazioni fatte ieri dall’esperto del Consiglio federale secondo cui i bambini non sarebbero vettori della diffusione del virus. In questo contesto appare verosimile che la riapertura delle scuole incrementerebbe la diffusione del virus con tutte le conseguenze sanitarie (seconda ondata) che gli esperti paventano[LSA1] .
  • Solo chi ha poca dimestichezza con la vita quotidiana nelle nostre scuole e con le condizioni di insegnamento può sostenere che sia possibile trovare forme di riapertura della scuola che garantiscano il rispetto delle cosiddette norme igieniche e di distanziamento sociale. Basti pensare all’elevato numero di allievi in alcune sedi di scuola (vi sono sedi di scuola media con oltre 600 allievi), all’ancora cospicuo numero di classi che hanno più di 20 allievi, alla distribuzione delle sedi sul territorio (con la necessità di trasporti in comune), alla presenza e necessità di strutture logistiche (mense): tutto questo depone chiaramente a sostegno dell’impossibilità di riaprire la scuola rispettando le cosiddette norme igieniche e di distanziamento sociale.

Appare oggi evidente che questa svolta verso il ritorno a scuola “accompagna”, agli occhi del padronato e della classe politica sensibile alle sue richieste, la volontà di allentare i divieti e di tornate ad una più o meno normale e piena attività produttiva.

L’MPS non condivide tale fretta e pensa quindi che questa prospettiva non possa in nessun modo giustificare la riapertura delle scuole. Le scuole non sono e non dovrebbero essere “luoghi di accudimento”: anche laddove questa funzione esiste comunque (asili nido e scuola dell’infanzia in particolare) deve sempre prevalere la dimensione di socializzazione educativa di queste strutture.

Sicuramente, per alcune famiglie possono esserci dei problemi di accudimento (pensiamo a chi lavora nel settore sanitario, ad esempio) e siamo coscienti del fatto che esista un problema di “tenuta psicologica” di bambini e adolescenti, che per più mesi si trovano impossibilitati a socializzare: ma allora ci pare più consono avviare la discussione e la realizzazione di strutture (che possono anche avere come base le strutture scolastiche) che permettano questa presa a carico, ricorrendo a personale specializzato (compresi anche docenti) che costruiscano percorsi con questi giovani che, tuttavia, non possono essere considerati percorsi di tipo scolastico.

In queste settimane i docenti e i ragazzi sono stati chiamati ad uno sforzo notevole per implementare l’insegnamento a distanza. Certo, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, questa forma di scuola non è quella che più ci piace e ha sicuramente dei limiti. Crediamo però che la soluzione non sia quella di aprire le scuole e esporre docenti, personale amministrativo e genitori ad un rischio di contagio. Sarebbe opportuno utilizzare questo tempo per migliorare l’insegnamento a distanza, studiare e portare avanti forme concrete di sostegno a quegli allievi che fanno più fatica a seguire la formazione (cosa assolutamente fattibile mantenendo le distanze sociali) piuttosto che ritrovarsi dopo due settimane di scuola a dover richiudere (ipotesi formulata anche da diversi esperti del settore sanitario) e dover ricominciare tutto daccapo. Alla faccia della continuità pedagogica e didattica!

In questa prospettiva è necessaria avviare celermente la discussione su come concludere l’anno scolastico e risolvere tutti i problemi che sicuramente verranno posti dalla sua mancata ripresa.

Su questo punto l’MPS, pur formulando alcune suggestioni qui di seguito, ritiene decisivo che le decisioni vengano prese con una consultazione ampia dei docenti; che deve avvenire non solo attraverso la formale consultazione delle organizzazioni degli insegnanti, ma cercando di coinvolgerli anche direttamente: quante volte in passato il DECS ha sottolineato il valore delle risposte individuali (spesso on line) alle diverse consultazioni?

Concretamente l’MPS ritiene che si potrebbe lavorare attorno a questi elementi:

scuola elementare

tutti gli studenti verrebbero promossi alla classe successiva

scuola media

tutti gli studenti verrebbero promossi alla classe successiva. Agli studenti di IV media verrebbe rilasciata una licenza senza menzione (accesso alle SMS o no), da accompagnare con un’informativa alle famiglie riguardante i criteri con cui scegliere con pertinenza il percorsi post-obbligatorio per i propri figli.

scuola media superiore

Tutti gli studenti delle classi intermedie verrebbero promossi su decisione del consiglio di classe, che terrebbe in considerazione i risultati del primo semestre, quelli conseguiti fino al momento della chiusura, nonché una valutazione generale che prenda in considerazione la possibilità che lo studente sia in grado comunque di affrontare in modo positivo l’anno successivo.

Per gli studenti che devono affrontare gli esami di maturità si potrebbe ipotizzare di tenere solo l’esame orale, conferendogli un peso maggiore.

L’MPS sottolinea ancora una volta che quelle appena esposte sono solo delle suggestioni che, tuttavia, mostrano la possibilità di trovare soluzioni concrete ed eque senza entrare nella logica (in questi ultimi tempi troppo spesso ripetuta) di “portare a termini i programmi”, “effettuare gli ultimi lavori scritti”, etc.[LSA2] 

L’MPS invita i docenti, su cui grava anche il rischio maggiore della riapertura delle scuole, a far sentire la propria voce e ad esprimersi contro una prospettiva di riapertura gravida di pesanti conseguenze.

**************************

Edilizia e industria: le decisioni del Consiglio di Stato spianano la strada alla ripresa totale della possibilità di lavorare. L’MPS vi si oppone

La nuova decisione del Consiglio di Stato sancisce, di fatto, l’allineamento del Ticino alla realtà nazionale, sicuramente per quanto riguardo le attività del settore secondario, in particolare nell’edilizia e nell’industria.

Infatti, se si va oltre i giochi di fumose formulazioni verbali, si noterà che nella sostanza, con questa decisione Vitta e soci, con il sostegno delle organizzazioni padronali e sindacali, hanno riaperto questi due importanti scomparti produttivi.

Per l’edilizia il cambiamento è profondo e totale: da un regime di totale chiusura – erano state finora concesse solo 3 o 4 deroghe su un totale di circa 650 cantieri – si passerà a un regime di apertura totale. Il nuovo decreto stabilisce infatti che tutti i cantieri che occupano fino a un massimo di 10 persone possono aprire normalmente, certo rispettando le ormai proverbiali misure di igiene e di distanziamento sociale.

Chi conosce un minimo questo settore sa che il 70-80% dei cantieri ticinesi impiegano una forza-lavoro inferiore a 10 persone. Per i cantieri che occupano più di 10 persone è stato introdotto il regime delle notifiche indirizzate allo Stato Maggiore di Condotta Cantonale (SMCC). In concreto, per questi cantieri la deroga può essere concessa dal momento in cui “esista un’urgenza o un preminente interesse pubblico”.

Ora, dopo un mese di chiusura totale dei cantieri, non è difficile per le imprese motivare l’urgenza, costituita, ad esempio, dalla necessità di rispettare termini di consegna, inderogabili, il blocco della catena produttiva di un immobile, etc. Inoltre, molti dei “grandi cantieri” sono pubblici e quindi è facile vantare “un preminente interesse pubblico”. Pensiamo al cantiere USI/SUPSI di Viganello che dovrà essere pronto per il nuovo anno accademico 2020. O, ancora, al cantiere della “Nuova Valascia”, la cui realizzazione in tempi stretti è fondamentale per permettere all’HCAP di poter ottenere la nuova licenza. Senza pensare a tutti i cantieri stradali e autostradali che devono assicurare le migliori condizioni di viabilità, per permettere all’economia di funzionare al meglio…

Soprattutto, però, la nostra sicurezza che i grandi cantieri non avranno nessun problema deriva dell’esperienza del regime di deroghe al quale è stata sottoposta parte dell’industria durante questa crisi del Covid-19. L’SMCC, come un tribunale supremo, non ha rifiutato una sola domanda di deroga, spesso con motivi assolutamente banali e discutibili.

Questo approccio totalmente favorevole e acritico nei confronti degli interessi delle imprese sarà totalmente operativo anche nell’edilizia. Naturalmente sarà da valutare come il totale asservimento del Governo ticinese agli interessi delle imprese, con la colpevole benedizione questa volta delle organizzazioni sindacali (al di là delle dichiarazioni dei sindacalista, a nessuno è sfuggito il fatto che Vitta ha annunciato che queste misure sono state deciso con l’accordo dei partner sociali), potrà “sposarsi” con i vincoli imposti dalle esigenze produttive sui cantieri e da quelli imposti dalle norme sanitarie e sociali.

Infatti, le imprese edili sono confrontate in primo luogo con serio problema di approvvigionamento in materiali e manufatti edili, in stragrande maggioranza provenienti dalla vicina Italia. Per diversi cantieri, l’apertura accelerata decisa dal buon Vitta non servirà a nulla perché non potranno procedere proprio a causa di questa penuria. Secondariamente, il 70% almeno della forza-lavoro edile proviene dall’Italia. Per il momento non c’è stata una riapertura integrale e corrispondente di tutti i valichi doganali, ciò che produrrà consistenti ritardi nell’arrivo dei muratori sui cantieri, creando quindi perdite di tempo a livello della produzione in cantiere. Infine, il rispetto delle norme igieniche accresciute e di distanza sociale – qualora delle imprese intendessero rispettarle integralmente – renderà estremamente difficile l’organizzazione del lavoro in cantiere, anche qui riducendo la produttività del lavoro. Siamo curiosi, e Vitta potrebbe spiegarcelo: come è possibile montare dei casseri rispettando la distanza di sicurezza sociale? Bagnovini, direttore della SSIC, saprà invece dimostrarci con un esempio sul campo come sia possibile che dei pavimentatori possano mettere dei cordoli stradali stando ad almeno due metri di distanza…

Per l’industria vale lo stesso discorso. Anche qui di fatto il nuovo decreto governativo ha introdotto l’apertura totale. Infatti, le industrie che vogliono lavorare con oltre il 50% del personale attivo a regime ordinario devono, se superano i 10 dipendenti impiegati contemporaneamente, chiedere un’autorizzazione all’SMCC per attività non procrastinabili o di interesse pubblico. Quindi fino al 50% del personale attivo impiegato non ci sarà neppure più bisogno di richiedere una deroga e lo potrà fare qualsiasi fabbrica, indipendentemente dal settore di produzione. Oltre questo limite, le industrie dovranno semplicemente chiedere una deroga all’SMCC che nelle precedenti settimane si è contraddistinto per la totale accondiscendenza dimostrata nei confronti di AITI e associati, raggiungendo lo splendido risultato del 100% di deroghe accordate… Conclusione: anche l’industria potrà riaprire senza limitazioni!

Sfidiamo dunque chiunque a dimostrare una presunta diversità fra la situazione a livello nazionale e quella cantonale, fra la posizione del Consiglio federale e quella del Governo ticinese. Noi vediamo solo un unico filo conduttore: la presa a carico prioritaria degli interessi delle imprese.

Ed è per questa ragione che riteniamo inaccettabile le decisioni prese dal Consiglio di Stato relative al prossimo periodo.

Print Friendly, PDF & Email