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Il Covid mette in luce i problemi di fondo delle case per anziani

Devono aver fiutato una certa insofferenza tra la popolazione per i problemi incontrati nella pandemia dal settore delle case per anziani: questo spiega la conferenza stampa di oggi dello Stato maggiore e dedicata al tema: conferenza stampa tutta condotta sulla difensiva (è stata invocata persino la “sfortuna”). Non a caso il sempre brillante medico cantonale ha palesato parecchie esitazioni e momenti di imbarazzo: proprio perché la situazione è imbarazzante.

Alla fine, tuttavia, il medico cantonale Merlani (che si è ricordato di essere anche autorità di vigilanza sulle case per anziani: cosa che ha dimenticato sistematicamente negli ultimi anni) ha dovuto ammettere che in queste strutture le cose non sono andate come avrebbero dovuto andare, con risultati terribili: quasi la metà delle morti Covid in Ticino (136 su 299) sono avvenute in queste strutture. Segno evidente che le disposizioni previste non sono state adeguatamente realizzate nelle case per anziani. D’altronde pochi hanno notato che tra i primi casi manifestatisi nelle case per anziani (5 marzo a Chiasso con poi relativi morti) e la direttiva che vietava l’entrata ai familiari (9 marzo) sono passati ben 4 giorni: un tempo enorme se è vero, come ha affermato il dottor Tanzi, che queste strutture sono un concentrato di rischio epidemiologico.

Tutto questo non ci sorprende. Chi segue la nostra attività ricorderà come, da almeno tre o quattro anni a questa parte, abbiamo sistematicamente denunciato il cattivo funzionamento delle case per anziani. E lo abbiamo fatto commentando almeno una ventina di vicende che, in questi ultimi due anni, hanno visto protagoniste le case per anziani: dai casi di maltrattamento dei pazienti (abbiamo denunciato il caso più grave, quello di Balerna) ai problemi di gestione del personale, dalle condizioni di lavoro del personale ai problemi di corruzione e di cattiva gestione finanziaria. Ancora in questi ultimi giorni si son potute leggere le polemiche relative alla Casa anziani cinque fonti (caso sul quale eravamo in passato intervenuti).

Tutto questi casi non sono certo frutto della casualità, ma di una serie di problemi strutturali. Il primo, evidentemente, è la natura diversa di queste case (comunali, private, consortili, etc.): quasi sempre diventate o luoghi di gestione clientelare o luoghi interessati principalmente a generare profitto. Da qui le logiche alla base della loro gestione che hanno condotto all’emergere di tutti i problemi di gestione.

A tutto questo si aggiunge la mancanza di una reale vigilanza (il medico cantonale Merlani, quasi sempre silente in questi ultimi anni al momento delle discussioni sui casi che abbiamo citato, si è ricordato in piena pandemia di essere autorità di vigilanza) sia sui criteri di gestione amministrativa e del personale, sia sui criteri di cura e di qualità delle cure (quelle di fondo sono state ancora elaborate ai tempi in cui era medico cantonale Ignazio Cassis!). E questa mancanza di capacità di direzione e organizzativa è proprio la causa principale, secondo noi, del modo assolutamente inadeguato con il quale è stata affrontata la pandemia nella maggior parte delle case per anziani e che ha portato alle conseguenze disastrose dal punto di vista della diffusione della pandemia.

Siamo quindi vittima, per quel che riguarda le case per anziani, del lassismo e delle politiche clientelari (e di gestione privatistica) condotte negli scorsi anni e della mancanza di volontà di affrontare questi problemi. Potremmo qui enumerare gli atti parlamentari, le denunce, le proposte che l’MPS ha fatto proprio sul tema: ad esempio ricordiamo che non è ancora nemmeno stata avviata dal Parlamento cantonale una nostra iniziativa che chiede di riunire tutte le case per anziani in un’unica struttura sul modello dell’Ente ospedaliero cantonale: sarebbe una prima risposta a quella situazione che abbiamo descritto responsabile di una risposta inadeguata alla pandemia.

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Nelle mani di chi?

In un video diffuso recentemente il dottor Merlani spiega che ora è tutto nelle nostre mani. Ci dice infatti che quello che succederà dal 4 maggio dipenderà molto da come ognuno di noi si comporterà, se manterrà le distanze sociali, se laverà le mani frequentemente e se cercherà di evitare al massimo i contatti sociali al di fuori di quelli professionali.

Già qui potremmo obiettare a lungo: ripartenza sì, ma per lavorare e essere nuovamente sfruttati non certo per divertirsi, stare con parenti e amici e godere del nostro tempo libero. Se poi comincerà e si svilupperà l’offensiva padronale tesa a recuperare quanto perso…ci sarà poco da stare allegri. Ma questa è ancora un’altra storia.

Gli scenari previsti sono due: se tutti si comporteranno bene, la curva di crescita del contagio sarà controllata, altrimenti ci troveremo di fronte ad un nuovo picco con conseguenze ancora peggiori di prima sul sistema sanitario e sulla salute dei cittadini.

Siamo certi che ognuno di noi farà il possibile per arrivare al secondo scenario, ma questo non dipende solo dalla nostra responsabilità individuale. Come faremo a mantenere le distanze sociale sui mezzi di trasporto quando tutte le attività riapriranno? Come si fa a mantenere le distanze sociali sui cantieri, nei magazzini, nei furgoncini che trasportano i lavoratori, nelle scuole, nelle aule docenti, nei grandi magazzini e via discorrendo?

Se continueremo a colpevolizzare tutti coloro che vanno a fare una passeggiata, che girano in bicicletta o che si lanciano in una grigliata nel loro super-blindato giardino e allo stesso tempo non controlleremo che nei luoghi di lavoro le norme igieniche e di sicurezza vengano rispettate, allora la responsabilità di quello che accadrà non sarà dei singoli cittadini e cittadine, ma soprattutto di coloro che, con le loro scelte politiche e economiche (a cominciare dai governanti consigliati da Merlani) avranno determinato il quadro complessivo all’interno del quale si sviluppano le nostre scelte individuali, influenzandole in modo determinante.

E allora, caro dottor Merlani, quello che succederà non è solamente nelle nostre mani, ma anche e soprattutto nelle vostre. E mi auguro che questa volta non ci sarà ancora qualcuno che dovrà ricordare che “ve l’avevamo detto!”.

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I silenzi del “nuovo corso” social-liberale

Forse non era questo lo scenario nel quale la nuova e giovane dirigenza del PS aveva immaginato di poter dare prova della sua proclamata volontà di mostrare un nuovo corso. Se l’obiettivo, visti i tempi che corrono, di “riportare il partito nelle piazze” appare evidentemente da rinviare ad altro momento, si può già misurare il “nuovo corso” proprio nel modo in cui il partito ha reagito alla crisi pandemica. Ci soffermiamo su due aspetti: il rapporto con l’azione del governo e quello con le scelte del proprio consigliere di Stato.

È innegabile che l’azione del governo sia stata tardiva e colpevolmente responsabile (pensiamo qui alla tenuta dei Carnevali, ai ritardo nei divieti di visita alle case per anziani e agli stessi ospedali, il ritardo nella chiusura delle scuole, etc.): si può girare attorno alla cosa come si vuole, ma non vi sono dubbi (confermati da autorevoli posizioni) che questo orientamento inziale abbia contribuito in modo determinante allo sviluppo di una situazione pandemica nel nostro paese che ha come

elemento di paragone (non molto diverse se fatte le dovute proporzioni) con quanto successo nella disastrata Lombardia. Vi è quindi poco da essere orgogliosi.

È vero che, di fronte ad una situazione impressionante e dopo aver proclamato nella prima conferenza stampa che la preoccupazione maggiore era il sostegno alle imprese (tutti ricordano quel “non lasceremo sole le nostre imprese” proclamato da Christian Vitta), il governo ha preso una serie di misure corrette e importanti: misure che anche noi abbiamo sostenuto.

Ritornare su questi aspetti non è importante tanto per “regolare i conti” sul piano politico (anche se bisogna farlo di fronte a un esecutivo che si presenta come autore di un percorso perfetto che ha salvato il Ticino), ma per evitare che questa logica prevalga nuovamente; ed è proprio quello che sta succedendo, con è oramai acquisito ritorno alla normalità per tutto l’apparato produttivo industriale ed edile e per la scuola dell’obbligo (oltre a tutto quanto previsto dalla nuova fase decretata a livello federale a partire dal 4 maggio). Sta prevalendo di nuovo quell’idea che prima vengono le esigenze del padronato, della produzione, del “ritorno alla normalità” e poi quelle di natura sanitaria, anche se quest’ultima viene, ormai un po’ retoricamente, continuamente messa in evidenza.

Ebbene in tutto questi lunghi due mesi sostanzialmente il PS e la sua nuova dirigenza ha condiviso, diremmo in modo sostanzialmente acritico, il percorso del governo; in particolare mai, nella prima fase caratterizzata da incertezze ed errori, è mancata la solidarietà del PS (non foss’altro per omissione di rilievi critici, qualora ce ne fossero stati); un silenzio assordante del partito che, in generale, ha compagnato tutta questa fase della pandemia (se si esclude l’opposizione al soppressione della seduta del GC del 4 maggio, alla quale non sono seguiti – alle dichiarazioni – fatti concreti: basti pensare al disimpegno dei parlamentari PS rispetto alla richiesta di convocazione tentata dai parlamentari dell’MPS).

Anche i suoi noti dirigenti impegnati su altri fronti (pensiamo a personaggi come Ghisletta, segretario della VPOD) hanno caratterizzato la propria azione con un sostegno sistematico all’azione del governo: addirittura, è il caso della VPOD, desolidarizzandosi dal sindacato nazionale che aveva critica il Consiglio federale per la sua decisione di sospendere per il personale sanitario (gli “eroi”) alcune disposizioni protettive contenute nella Legge sul Lavoro. Oppure, il sostegno offerto dalla VPOD alla posizione iniziale di Bertoli contraria alla chiusura delle scuole. Anche su questi aspetti, silenzio assoluto da parte della nuova e giovane presidenza.

O pensiamo al sindaco di Bellinzona, onore e orgoglio della gestione amministrativa social-liberale, rimasto solo a sostenere Bertoli contro la chiusura delle scuole, non solo dopo che i suoi colleghi sindaci delle maggiori città avevano deciso la chiusura, ma di fronte alle scuole comunali praticamente mezze vuote la mattina del 13 marzo.

Non meglio è avvenuto nei confronti dell’azione del proprio Consigliere di Stato: né, per certi aspetti, poteva essere altrimenti visto che l’azione di Bertoli ha coinciso e sta coincidendo del tutto con quella del resto del governo.

Così, ad esempio, il PS non ha saputo cogliere le istanze che venivano dal mondo degli insegnanti (tra i quali vi sono diversi suoi sostenitori o simpatizzanti) quando, con valide ragioni, chiedevano da giorni la chiusura delle scuole: silenzio totale.

Così come totale, almeno ufficialmente, è il silenzio sulla prospettiva di riapertura delle scuole dell’obbligo per l’11 maggio, malgrado docenti e genitori (così come altri attori) manifestino, con riflessioni approfondite e motivate, le ragioni per le quali questo passo appare rischioso, oltre che inutile. Naturalmente qualcuno si è pronunciato, optando per la soluzione più comoda che in realtà non è una posizione: quella di affermare di essere favorevole “a certe condizioni”. Una soluzione che facilita il DECS che può avanzare così “modelli” e “condizioni” che non solo non devono misurarsi con la prova dei fatti, ma che nessuno in realtà potrà misurare alla prova dei fatti. È quanto, d’altronde sta succedendo con il “rispetto” di precise norme a livello della produzione (torneremo con un prossimo articolo su questo aspetto).

Ci fermiamo qui. Quanto fa il PS non è evidentemente affar nostro: tuttavia speriamo ci sia concesso di osservare come alle dichiarazioni roboanti di un “nuovo corso” proclamato dalla nuova presidenza non siano seguiti, alla prima prova importante, i fatti.

D’altronde ci pare difficile che il PS ticinese sfugga al proprio destino, ampiamente determinato anche dal ruolo del partito nazionale che, mai come in questa occasione, ha mostrato la sua profonda integrazione politica e sociale, offrendo il “volto” della concretezza e della collaborazione tutta elvetica attraverso Berset e Sommaruga e lasciando che a prendere le decisioni pesanti fossero gli UDC Parmelin e Maurer. Bel lavoro!

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