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La strage degli anziani

Pubblichiamo qui il testo dell’interpellanza rivolta al governo dal gruppo MPS. Partendo dal caso emblematico e tragico della casa per anziani di Sementina (comune di Bellinzona) e inserendo questo caso nella situazione della gestione delle case per anziani negli scorsi anni, vengono poste una serie di domande per capire quanto sia successo.

Interpellanza al Consiglio di Stato

Case anziani e COVID-19: l’esempio di Sementina (con 27 decessi) dimostra, caro Merlani, che la sfortuna non c’entra nulla!

In occasione della conferenza stampa del 24 aprile 2020 il Medico cantonale Merlani sulla situazione dei decessi nelle case anziani ha tra le altre cose affermato che le case anziani dove si sono riscontrati dei casi di COVID-19 sono da ricondurre sostanzialmente alla sfortuna.

Secondo il medico cantonale già dal mese di gennaio 2020 si erano messi in atto tutti i provvedimenti necessari (addirittura anticipando le direttive OMS) alfine d’impedire la propagazione del virus nelle case anziani. Dunque se il virus è riuscito ad entrare in alcune case anziani è semplicemente dovuto a un caso sfortunato.

Questa spiegazione ci pare tutt’altro che convincente. Quasi la metà del totale dei decessi avvenuti in Ticino, 136 su 299 (al 24 aprile 2020) sono avvenuti in case per anziani. Le strutture nelle quali si sono verificati dei decessi sono state 30 su 68. Con questi dati la sfortuna non c’entra assolutamente nulla.

Molto probabilmente le cause di questa strage sono da ricercare altrove.

Ad esempio nel fatto che tra i primi casi manifestatisi nelle case per anziani (5 marzo a Chiasso con poi relativi morti) e la direttiva che vietava l’entrata ai familiari (9 marzo) sono passati ben 4 giorni: un tempo enorme se è vero, come ha affermato il dottor Tanzi nella conferenza stampa del 24 aprile, che queste strutture sono un concentrato di rischio epidemiologico. Ritorneremo con altri nostri atti parlamentari sulle responsabilità del medico cantonale e delle autorità politiche.

Con questa nostra interpellanza ci concentriamo sulle responsabilità dei dirigenti delle case anziani ed i loro referenti istituzionali.

Da anni denunciamo il cattivo funzionamento delle case per anziani. E lo abbiamo fatto commentando almeno una ventina di vicende che, in questi ultimi due anni, hanno visto protagoniste le case per anziani: dai casi di maltrattamento dei pazienti (abbiamo denunciato il caso più grave, quello di Balerna) ai problemi di gestione del personale, dalle condizioni di lavoro del personale ai problemi di corruzione e di cattiva gestione finanziaria. Ancora in questi ultimi giorni si son potute leggere le polemiche relative alla Casa anziani Cinque Fonti (caso sul quale eravamo in passato pure intervenuti).

Tutto questi episodi non sono certo frutto della casualità, ma di una serie di problemi strutturali. Il primo, evidentemente, è la natura giuridica diversa di queste strutture (comunali, private, consortili, etc.): quasi sempre diventate o luoghi di gestione clientelare o luoghi interessati principalmente a generare profitto. Da qui le logiche alla base della loro gestione che hanno condotto all’emergere di tutti i problemi di gestione.

A tutto questo si aggiunge la mancanza di una reale vigilanza (il medico cantonale Merlani, quasi sempre silente in questi ultimi anni al momento delle discussioni sui casi che abbiamo citato, si è ricordato in piena pandemia di essere autorità di vigilanza) sia sui criteri di gestione amministrativa e del personale, sia sui criteri di cura e di qualità delle cure (quelle attualmente in vigore sono state elaborate ancora ai tempi in cui il medico cantonale era Ignazio Cassis!). 

E questa mancanza di capacità di direzione e organizzativa è proprio la causa principale, secondo noi, del modo assolutamente inadeguato con il quale è stata affrontata la pandemia nella maggior parte delle case per anziani e che ha portato alle conseguenze disastrose dal punto di vista della diffusione della pandemia.

Tutto ciò vale anche per la casa anziani di Sementina. Dall’inizio della pandemia in questa casa anziani vi sono stati 27 decessi su 80 ospiti. Anche per quanto riguarda il personale si raggiungono cifre altissime di contagio. Almeno il 60 % del personale curante è risultato, dall’inizio della pandemia, positivo.

La casa anziani di Sementina così come il Centro Somen, la casa anziani Mesolcina e la casa anziani Pedemonte sono di proprietà della Città di Bellinzona. Direttore amministrativo di tutte le case anziani il signor Morisoli, direttrice sanitaria di Sementina e Centro Somen la dottoressa Mosconi. Il dottor Molo è direttore sanitario delle case anziani Mesolcina e Pedemonte. A Sementina sono presenti 80 ospiti, nelle altre due strutture (Mesolcina e Pedemonte) 148 ospiti.

In queste ultime due case anziani non vi è stato, fino ad ora e speriamo che la situazione rimanga in questo modo nessun decesso e solo 2  casi positivi tra il personale.

Il direttore Silvano Morisoli, il capo dicastero Giorgio Soldini hanno rilasciato alla Regione delle dichiarazioni che meritano d’essere riprese:

Iniziamo dal municipale PPD Giorgio Soldini:

“i motivi della differenza (di decessi) non sono per ora noti. Posso però assicurare che quanto era necessario fare per isolare le strutture è stato fatto, peraltro, contemporaneamente e con grande dispendio di energie da parte di tutti i collaboratori, e questo sin da quando le autorità sanitarie cantonali hanno emanato le prime disposizioni che riducevano il diritto di visita, infine revocato”.

“non posso escludere che a Sementina possa esserci stata una trasmissione interna favorita da più malati e dipendenti asintomatici entrati nella struttura prima delle misure restrittive emanate il 7 e 9 marzo”.

“posso garantire che non sono stati messi insieme (nelle camere) ospiti positivi con ospiti negativi”

Dal canto suo Silvano Morisoli affermato:

“Posso assicurare che stiamo lavorando con il medico cantonale, Giorgio Merlani, e con lo Stato maggiore cantonale di condotta per analizzare”

“Non abbiamo mai avuto problemi di approvvigionamento di materiale protettivo, ovvero mascherina, guanti, camici, copricapo, disinfettanti, prodotti virucidi per superfici”

In merito alle dimissioni di un’infermiera con venti anni di servizio a Sementina: “Non possiamo permetterci che ognuno decida di testa propria, scegliendo di fare di più o di meno di quanto prescritto e previsto dalle competenti autorità alle quali noi ci siamo strettamente attenuti: sarebbe un’anarchia. All’interno del Settore Anziani sono stati allestiti protocollo e direttive di salvaguardia del personale e dei residenti ai quali bisogna scrupolosamente aderire e osservare”.

dal 21 marzo, ovvero da quando sono stati accertati i primi casi di coronavirus all’interno della struttura, sono stati apportate ulteriori misure. Sono stati separati i pazienti con coronavirus dagli altri, i pasti non sono stati più distribuiti nel locale in comune”.

Dalle informazioni a noi giunte, da più parti, ci pare di poter affermare che le cose non siano proprio andate così come raccontato da questi due personaggi:

·       Solo a partire dal 18 aprile si sarebbe proceduto a sottoporre tutto il personale al test e ciò malgrado che dall’inizio della pendemia ben il 60% del personale è risultato positivo ed ha dovuto svolgere un periodo di quarantena. Grazie al controllo sistematico del test si è potuto individuare anche diversi casi asintomatici. Inoltre a tutt’oggi il personale risultato positivo al COVID sembra non venga sistematicamente sottoposto ad un ulteriore test di controllo.

·       Per diversi giorni, dopo l’emergere del primo caso di COVID, gli ospiti avrebbero continuato a mangiare tutti assieme. Solo a partire da fine marzo il pranzo sarebbe stato consumato in comune nei singoli piani e solo da metà aprile, e dopo l’intervento dell’igienista cantonale, gli ospiti consumano il pranzo separatamente. 

·       Contrariamente a quanto affermano i dirigenti le visite dei parenti sarebbero continuate fino 17 marzo, dunque ben oltre l’emanazione delle direttive cantonali (9 marzo). 

·       Fino a metà aprile al personale sarebbe stato richiesto di riutilizzare il materiale di protezione monouso. Pratica conclusa solo dopo l’intervento delle autorità cantonali. 

·       Per diverse settimane dallo scoppio del focolaio il personale sarebbe stato obbligato a lavorare su più piani della struttura, entrando così in contatto con ospiti positivi e negativi.

·       Il motivo della disdetta da parte di un’infermiera con ben vent’anni di servizio presso la casa anziani non sarebbe da ricondurre a pratiche anarchiche (siamo sicuri che Morisoli sappia cosa sia l’Anarchia?). A quanto ci risulta, l’infermiera, persona che rientrava nei gruppi a rischio, alfine di tutelare la propria salute e non ricevendo dalla struttura il necessario materiale di protezione si sarebbe, legittimamente, presentata al lavoro con il materiale di protezione contenuto nell’Ordinanza 2 COVID, suscitando le ire del direttore Morisoli. Da qui la decisione della signora di concludere il rapporto di lavoro con la struttura.

Alla luce di queste considerazioni chiediamo al consiglio di stato:

1.     A partire da quale data sono state vietare le visite alla casa anziani di Sementina?

2.     In quale data e come si è venuti a conoscenza del primo caso positivo?

3.     Fino a quale data gli ospiti hanno consumato il pranzo tutti assieme?

4.     Fino a quale data gli ospiti hanno consumato il pranzo in comune ai piani?

5.     Da quale data gli ospiti consumano il pranzo individualmente?

6.     Sono confermati i dati secondo i quali fino al 24 aprile vi sarebbero stati 27 decessi e ben il 60% del   personale è risultato positivo?

7.     Al momento della risposta della presente interpellanza (presumibilmente 25 maggio) quanti sono i decessi?

8.     La totalità degli ospiti è stata sottoposta al test? Se sì, quando? Se no perché?

9.     Conferma che solo a partire dal 18 aprile 2020 tutto il personale è stato sottoposto al test?

10.  Per quale ragione prima di permettere al personale risultato positivo e sottoposto a quarantena di riprendere il lavoro non lo si sottopone ad un nuovo test?

11.  Quanti/e risultano essere i/le dipendenti dei gruppi a rischio? Come ci si è comportati con questo personale?

12.  Per quale ragione si è imposto il riutilizzo del materiale di protezione monouso? Fino a che data è stata in vigore questa imposizione?

13.  Per quale ragione non si è provveduto a suddividere con tempestività gli ospiti tra positivi e negativi?

14.  A partire da quale data il medico cantonale è intervenuto presso la casa anziani?

15.  Quali sono i provvedimenti che il medico cantonale ha imposto alla casa anziani?

16.  Presso le quattro case anziani della città di Bellinzona i processi e le direttive sanitarie adottate durante la pandemia sono state le stesse?

17.  Constatato che la differente evoluzione tra Sementina (e Centro Somen) e le altre due case anziani (Mesolcina e Pedemonte) perché non si è cercato di trarre insegnamento da quanto messo in atto nelle case anziani dirette dal dottor Molo?

18.  Il Municipio di Bellinzona si è chinato, sulla problematica? Se si, quando e quali provvedimenti ha adottato?

19.  Sulla base di quali considerazioni il Municipio di Bellinzona ha deciso di utilizzare parte del materiale di protezione personale (mascherine) destinato alle case anziani comunali per l’approvvigionamento della polizia comunale? Ciò ha causato una penuria di materiale per le case anziani? E’ anche per questa ragione che si è chiesto al personale di Sementina di riutilizzare il materiale monouso?

20.  Quale è la valutazione che fa il medico cantonale ed il consiglio di stato sull’operato del direttore amministrativo Silvano Morisoli della direttrice sanitaria dottoressa Mosconi e del municipio di Bellinzona?

Per il Gruppo MPS-POP-Indipendenti

Matteo Pronzini, Simona Arigoni, Angelica Lepori

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Misure sanitarie e di distanziamento sociale sui luoghi di lavoro…ovvero padroni fate un po’ come volete

A grandi passi ormai ci stiamo avvinando ad un ritorno alla “normalità” produttiva. Cioè, normale per i bisogni dell’economia elvetica, per le esigenze di profitto del padronato. Che ciò coincida con l’interesse collettivo, soprattutto in materia di salute, lo vedremo solo nelle prossime settimane.

Swissmem, Usam, SSIC, AvenirSuisse, Aiti, tutti acronimi di organizzazioni padronali, hanno preteso dal Governo svizzero e da quello ticinese, la progressiva riapertura di tutte le attività produttive, a iniziare dall’industria e dall’edilizia. Le associazioni padronali di categoria hanno tuonato affermando che l’economia ha già contribuito abbastanza alla lotta contro il covid-19. Questa retorica ha ormai superato la soglia di sopportazione.

Proprio per questo appare urgente e necessario puntualizzare un aspetto troppo spesso taciuto o dimenticato; o, ancora, ricordarlo a una parte importante dei mezzi di informazione che in questa crisi ha spesso, nella maggior parte dei casi, sostenuto acriticamente la politica dei governi.

In realtà, esclusa una parte dei servizi, in Svizzera non si è fermato assolutamente nulla. Come durante tutta la Seconda guerra mondiale – il paragone non è fuori luogo, visto che questa crisi si presenta come la più importante dall’ultimo conflitto mondiale -, la grande borghesia elvetica è riuscita a mantenere operativo il suo sistema produttivo, certo limitato dalla chiusura simultanea di diversi mercati internazionali di riferimento. Ma la gestione dei mezzi di produzione privati non è mai stata limitata.

Ma, si dirà vi è stata l’eccezione ticinese! Guardiamolo nei dettagli. È vero, a sud delle Alpi c’è stata un’incursione nel regime della proprietà privata dei mezzi di produzione, nella misura in cui al capitale privato è stato imposto l’obbligo politico di fermarsi. In realtà, però, il blocco totale della produzione (esclusi i settori considerati essenziali, con abusi di diverso genere) è durato solo una settimana! Dal 23 al 29 marzo, poi è subito iniziato il regime delle deroghe rilasciate alle industrie; qui il governo (attraverso lo Stato Maggiore di Condotta Cantonale – SMCC) si è distinto per non averne rifiutata neppure una, assecondando i desideri di Aiti… Il regime delle deroghe ha perfettamente risposto agli interessi delle industrie, ossia quello di modulare l’apertura in funzione delle comande ricevute e da soddisfare. Se gli ordinativi avessero subito una forte crescita, il Governo, tramite lo SMCC, avrebbe concesso, grazie appunto alle deroghe, le misure necessarie (fondamentale l’aumento della forza-lavoro impiegata) per rispondere immediatamente a queste mutate esigenze produttive.

Ed è ciò che è successo: i criteri alla base delle riaperture industriali sono stati continuamente allargati, sempre sostenuti dalle deroghe concesse in maniera automatica. Perciò, già da inizio aprile, le fabbriche che ne hanno avuto l’esigenza, hanno potuto produrre a pieno regime.

Lo stesso meccanismo è stato applicato nell’edilizia. Questa è stata effettivamente chiusa più a lungo perché assicurare la produzione con una forza lavoro proveniente dall’Italia nella misura del 70%, come anche rifornirsi di materie prime e derivati edili, diventava difficile e, soprattutto, antieconomico. Ma anche la riapertura è stata graduale solo sulla carta. Per tutti i cantieri con meno di 10 persone presenti, ossia l’80% circa di tutti i cantieri, l’apertura è stata totale. Per i cantieri con più di 10 persone, è stato introdotto il regime delle deroghe, naturalmente; come per l’industria, con un tasso di concessione del 100%. E da lunedì 27 aprile, potranno riaprire liberamente i cantieri con più di 15 persone occupate…

Sulla base di queste considerazioni, è piuttosto difficile sostenere che l’economia svizzera abbia subito un blocco, se non quello imposto dagli effetti a catena del rallentamento economico internazionale: e non certo per le misure di protezione prese dai governi. I settori dominanti del capitalismo svizzero che hanno voluto e potuto continuare a estrarre plusvalore, lo hanno potuto fare in sostanziale tranquillità…

Fortemente relativizzata la portata del blocco della produzione e della conseguente riapertura controllata delle attività produttive, è forse interessante parlare delle cosiddette misure sanitarie e sociali che dovrebbero contribuire a ridurre i contagi da covid-19 ed evitare nuovi contagi.

La nostra non è una volontà congenita di criticare qualsiasi cosa, ma non possiamo accettare che, nell’interesse di pochi padroni, centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori siano richiamati sui posti di lavoro all’insegna del “tutto va bene purché si rispettino le misure sanitarie e sociali”. Lo diciamo senza ambiguità: le misure decise dalla Confederazione sono una farsa. La loro funzione sostanziale è quella di tranquillizzare la popolazione, attiva e non, mettendola a lavorare senza imporre delle reali misure di salute pubblica che potrebbero, anche solo marginalmente, impedire il buon funzionamento del circuito produttivo. Esageriamo? Non lo crediamo.

Per rendersene conto basta analizzare nel dettaglio (si tratta di due sole paginette) la lista di controllo per i cantieri e le fabbriche pubblicata dal SECO[1], dove sono definite le misure da applicare per salvaguardare la salute della forza-lavoro.

In primo luogo va fatta notare l’estrema difficoltà, in certi casi una vera e propria impossibilità, di adeguare i luoghi di lavoro al rispetto di queste misure. Il lavoro è spesso la risultante della cooperazione simultanea di due o più lavoratori a stretto contatto e in spazi circoscritti. Ragione per la quale eravamo chiaramente opposti a un’apertura così rapida delle attività produttive: nella maggior parte dei luoghi di lavoro è difficile o impossibile assicurare la salute delle lavoratrici e dei lavoratori.

Detto questo, chiniamoci sulle misure da applicare. A livello di igiene, l’unico obbligo per il padrone è quello di garantire acqua corrente e sapone. In assenza di entrambi, l’impresa garantisce «il disinfettante per la mani che deve essere regolarmente riempito». La SECO ordina pure «i servizi igienici, in particolare anche le toilette mobili, devono essere puliti regolarmente e accuratamente». Ora le norme legali di rispetto dell’igiene e della sicurezza sui posti di lavoro sono certamente arretrate in Svizzera rispetto a tutti i paesi industrializzati, ma anche prima del covid-19 ai lavoratori era messa a disposizione acqua corrente, sapone e gabinetti più o meno puliti, anche sui cantieri… La SECO sottolinea come «in situazioni particolari può essere opportuno che i collaboratori indossino dispositivi di protezione come guanti, maschere o occhiali. Tuttavia in generale questi dispositivi non sono necessari». Opportuno ma non obbligatorio, né necessario. Decidano i padroni… Questo è tutto per le norme sanitarie.

La situazione non cambia neppure per l’altra “grande” misura: il distanziamento sociale. Anzi, in questo ambito si è raggiunto il peggio. Nella versione del 26 marzo della lista di controllo per cantieri si indicava infatti che «la distanza tra due persone sul posto di lavoro deve essere di almeno 2 metri. Se ciò non è possibile, il tempo di contatto deve essere il più breve possibile (massimo 15 minuti)». Anche per quanto riguarda i trasporti di gruppo valeva lo stesso principio. Ebbene, già così il famoso “distanziamento sociale” di 2 metri non costituiva più un vincolo indiscutibile. Una norma che lasciava dunque ampio margine d’interpretazione (ai padroni): dopo 15 minuti i due lavoratori recuperano la distanza di due metri e, trascorsa una piccola pausa di 5 minuti, possono tornare sotto i due metri per altri 15 minuti, e così via per tutte le 9 ore di lavoro? Per evitare interpretazioni imbarazzanti e per facilitare le attività produttive, nella versione del 17 aprile[2], il problema è stato “risolto” nel seguente modo: «la distanza tra due persone sul posto di lavoro deve essere di almeno 2 metri. Se ciò non è possibile, il tempo di contatto deve essere il più breve possibile e vanno adottati appositi provvedimenti di protezione [mascherine e guanti]». Il tempo di contatto di 15 minuti è stato rimpiazzato da un più elastico e redditizio riferimento a un lasso di tempo “il più breve possibile”. La stessa modifica vale anche per i trasporti di gruppo…

Pensiamo sia inutile aggiungere altro. Queste sono le misure di protezione che dovrebbero garantire la salute – e ridurre il rischio di contagio – di chi deve continuare a garantire il buon funzionamento degli interessi aziendali al tempo del coronavirus…


[1]https://www.seco.admin.ch/seco/it/home/Publikationen_Dienstleistungen/Publikationen_und_Formulare/Arbeit/Arbeitsbedingungen/Merkblatter_und_Checklisten/checkliste_baustellen_covid19.html

[2] La versione in italiano è stata tradotta solo il 23 aprile 2020.

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