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(Qui di seguito il testo della mozione “Per un reddito di pandemia” e la lettera trasmessa oggi al presidente del Gran Consiglio Franscella: atti presentati dal gruppo MPS-POP-Indipendenti)

Non siamo tutti sulla stessa barca! Anche nel dramma del COVID agli imprenditori miliardi, ai salariati lacrime e sangue! Per un reddito di pandemia!

Da anni la situazione economica e sociale nel Canton Ticino è grave e preoccupante. Vi sono dei tassi di disoccupazione e sottoccupazione tra i più elevati della Svizzera. Nel 2019 la disoccupazione era al 6.8%, a fronte del 4.4% a livello svizzero. La sottoccupazione al 9.9% (CH 7.3%), il tasso di povertà del 17% ed un rischio povertà addirittura del 30%.

La crisi che seguirà la pandemia rischia di accentuare ancora di più questa situazione e di provocare una catastrofe sociale.

Non dovremo però attendere la fine della pandemia per vedere i primi sintomi di questa situazione. 

Secondo gli ultimi dati statistici a disposizione lo stipendio mensile mediano lordo, calcolato su 13 mensilità, in Ticino è di fr. 4’852. Dedotti gli oneri sociali arriviamo ad una somma di circa fr. 4000.— .  Già in tempi “normali” si tratta di un magro stipendio che non basta a coprire le spese di una famiglia. Da qui la necessità in una famiglia con due adulti del doppio lavoro.

In tempi di pandemia questa somma verrà ulteriormente ridotto del 20%, circa 1’000 franchi, riducendo così il reddito mensile disponibile a 3’000 franchi.

Un reddito che non permetterà di coprire le normali spese di ogni famiglia: affitto, cassa malati, una qualche ipoteca, assicurazioni, ecc.

Ma vi è chi sta ancora peggio. E pensiamo a tutte e tutti coloro che hanno dei rapporti di lavoro precari, temporanei, a domicilio. Così come tutte quelle famiglie monoparentali che dipendono finanziariamente dal versamento di alimenti. Migliaia di cittadine e cittadini che a seguito della pandemia stanno avendo ed avranno un grave problema di liquidità!

La situazione è drammaticamente chiara: o qui lo Stato introduce un reddito di pandemia a compensazione ed/o integrazione dello stipendio mancante o, fra qualche mese, migliaia di cittadine e cittadini di questo Cantone si vedranno sommersi da precetti esecutivi, magari inviati dalle quelle stesse imprese che negli scorsi giorni in 30 minuti hanno ricevuto 500’000 franchi dalla Confederazione.

Una volta passata la pandemia lo Stato potrà istituire un’imposta di solidarietà a carico delle aziende e recuperare quanto versato alle cittadine ed ai cittadini. Perché non dobbiamo dimenticarcelo: sarebbero loro, le aziende, a dover garantire il 100% del salario ai propri dipendenti.

Come indicato nel titolo di questa mozione in questa società non sono tutti sulla stessa barca. Nella giornata di venerdì 3 aprile 2020 il Consiglio Federale ha portato a 40 miliardi il volume delle fideiussioni alle aziende a seguito del COVID-19.

Come indicato dal ministro delle finanze Maurer una qualsiasi azienda, tempo 30 minuti dall’inoltro della richiesta di un credito di 500’000 franchi, deve poter avere sul suo conto bancario tale somma. Somma garantita interamente dalla Confederazione ed a tasso 0. Il secondo livello dei crediti fino a 20 milioni deve essere a disposizione al massimo in una giornata.

Alla luce di queste considerazioni tramite questa mozione chiediamo al Consiglio di Stato di istituire con effetto immediato un reddito di pandemia per tutte le cittadine e tutti i cittadini residenti in Ticino.

Tale reddito di pandemia deve essere concesso analogamente ai 500’000 franchi garantiti dalla Confederazione senza grandi lungaggine burocratiche (tempo indicativo 30 minuti) tramite gli uffici dei singoli comuni di residenza.

Esso deve essere versato a tutte le cittadine e tutti i cittadini residenti che possano rendere verosimile una riduzione del loro reddito mensile, a seguito di lavoro ridotto, mancato reddito, mancati versamenti d’alimenti, ecc.

Tale reddito di pandemia deve garantire un reddito fino ad un massimo di 6’000 franchi mensili.

Per il gruppo MPS-POP-Indipendenti

Angelica Lepori, Simona Arigoni, Matteo Pronzini

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Al presidente del Gran Consiglio

Egregio signor presidente,

Noi veniamo da Torino”: è con queste parole che, domenica 23 febbraio, rispondeva, al giornalista della RSI che la intervistava un’anonima partecipante al corteo del Rabadan a Bellinzona. Un corteo caratterizzato, a giudizio generale, da una partecipazione record: almeno 25’000 spettatori! Poi sono continuati i bagordi fino all’apoteosi del martedì grasso del 25 febbraio, giorno di chiusura del Carnevale.

Per non essere da meno, Lugano aveva organizzato le cose in grande per la tradizionale risottata, svoltasi il 24 febbraio. Gomito a gomito, “una marea di persone”, secondo il Corriere del Ticino, ha partecipato alla manifestazione sotto gli occhi festanti e soddisfatti dell’intero Municipio.

Solo dopo tutto questo il Consiglio di Stato decide di proibire le manifestazioni (e a partire dal giovedì anche i Carnevali “ambrosiani”) e di vietare il derby di hockey tra Ambrì e Lugano.

Se riguardassimo il film che, alla fine, ha portato ad emanare alcuni divieti importanti visto il tipo di pandemia con il quale siamo confrontati (vulnerabilità particolare delle persone anziane o malate), noteremmo lo stesso colpevole ritardo: pensiamo, in modo particolare, al divieto di visite alle case per anziani.

Basterà qui ricordare che è solo il 6 marzo (dopo la scoperta che tre operatori sanitari e due ospiti di una casa anziani di Chiasso erano risultati positivi e, secondo il medico cantonale Merlani, il virus era stato probabilmente introdotto da un visitatore) che il governo decide di limitarsi a “limitare” le visite alle case per anziani, malgrado il ministro De Rosa affermi che “Siamo sulla soglia dell’epidemia, bisogna proteggere gli anziani”.

Solo il 9 marzo, cioè tre giorni dopo, il governo decide il divieto totale di visite nelle case per anziani e negli ospedali acuti.

Non diverso e sotto gli occhi di tutti quanto successo sulla chiusura delle scuole. Malgrado le pressioni dell’opinione pubblica, malgrado le richieste di direttori e docenti, il governo decide l’11 marzo di chiudere solo le Scuole medie superiori e le università; inizia poi una sceneggiata (con il governo, compatto, a dire che la chiusura delle scuole non serve) che si concluderà venerdì 13 marzo, con l’annuncio della chiusura di tutte le scuole a partire da lunedì 16 marzo.

Decisione di fatto presa poiché lo stesso governo federale aveva nel frattempo deciso di chiudere scuole, bar, ristoranti, etc. a partire dal 16 marzo e fino al 19 aprile.

Ci fermiamo qui in questa breve ricostruzione che segnala errori, incertezze, indecisioni che, è evidente, hanno avuto conseguenze importanti sullo sviluppo della pandemia in Ticino. Sviluppi dei quali sicuramente si deve essere reso conto il Consiglio di Stato che poi ha cercato di correre ai ripari, di fronte allo sviluppo della stessa, prendendo misure sicuramente più incisive come quelle di chiudere i cantieri e le attività produttive non necessarie. Chiusura che settimana dopo settimana è sempre più rimessa in discussione, sia dalle risoluzioni governative settimanali che dal comportamento irresponsabile di diverse aziende.

Malgrado le date richiamate qui sopra (e gli eventi sicuramente dubbi come i Carnevali di Bellinzona e Lugano) nella conferenza stampa del 24 febbraio il governo dichiarava che ha preso atto del resoconto del gruppo di coordinamento cantonale e ha deciso di non imporre alcuna restrizione su eventi pubblici, scuole, bar e ristoranti, al contrario di quanto hanno deciso alcune regioni italiane”. 48 ore dopo, come abbiamo ricordato qui sopra, il governo decide di proibire i carnevali ancora da tenere, di vietare le partite di hockey e le gite scolastiche fino a fine marzo.

Non si capisce che cosa abbia spinto a questo, seppur minimo, cambiamento visto che, ancora il 24 febbraio, confermando di non voler prendere misure il governo aveva, deciso, all’unanimità, sulla base delle proposte del gruppo di esperti creato qualche settimana prima.

Tutti questi elementi avrebbero dovuto spingere perlomeno ad una discussione su modi e forme con le quali venivano assunte queste decisioni; in particolare avevamo espresso la necessità che una discussione su questo modo di procedere (sostanzialmente reattivo e non preventivo) fosse sottoposto ad una discussione parlamentare.

Per questo l’MPS aveva sottoposto un’interpellanza per la seduta del GC dello scorso 9 marzo; sulla base delle risposte del governo i deputati dell’MPS avevano chiesto una discussione generale: ci sembrava che, di fronte ad una catastrofe che ormai si evidenziava all’orizzonte, fosse il minimo che il Parlamento cantonale avesse uno scambio di opinioni. Ma, praticamente tutti i partiti, hanno rifiuto la proposta dell’MPS di una discussione generale.

Poi, nei giorni successivi, abbiamo assistito alla pubblicazione di documenti provenienti dal mondo sanitario che mostravano come, da tempo, gli esperti avessero spinto verso misure molto più radicali e che, così pare di capire, non abbiano ricevuto la necessaria attenzione da parte del governo.

Il brevissimo sviluppo dei fatti (se ne potrebbero aggiungere molti altri) ci spinge a farle presente la necessità che, ritornata una situazione di normalità sanitaria, il Parlamento indaghi (se necessario anche attraverso la costituzione di una CPI) su come sono andate le cose, sulle decisioni prese e su quali basi sono state prese (avendo magari accesso ai resoconti del gruppo di esperti, così come alle prese di posizione – pubbliche e non – di altri esperti); in particolare si tratterà di verificare se erano possibili, auspicati e auspicabili altre decisioni che avrebbero verosimilmente avuto un impatto diverso sulla sviluppo dell’epidemia.

Le segnaliamo formalmente questa nostra intenzione, riservandoci, di presentare una formale richiesta in questo senso.

Per il Gruppo MPS-POP-Indipendenti

Matteo Pronzini, Simona Arigoni, Angelica Lepori

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