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La novità dell’attuale situazione risiede nella meccanica infernale che si è messa in moto. Nel 2008 è stata la sfera finanziaria ad accendere la miccia, estendendosi poi alla sfera produttiva. Oggi è il contrario: l’attività economica si è in parte fermata e questo improvviso rallentamento sta tornando, come un boomerang, ad avere un impatto sulla finanza; e tale implosione della finanza aggraverà a sua volta la recessione.

Il crollo della piramide finanziaria

C’è, tuttavia, un legame con la crisi precedente. Tutte le politiche attuate a partire dal 2008 hanno infatti mirato a tornare al «business as usual» (fare affari come al solito) e in particolare a preservare in ogni modo possibile il valore dei titoli finanziari, come diritto di prelievo sul valore creato. Se, al contrario, la finanza fosse stata “confinata” alle sole funzioni utili che può svolgere, il meccanismo infernale avrebbe potuto essere meglio controllato.

Più fondamentalmente, l’esaurimento degli aumenti di produttività condanna il capitalismo ad un funzionamento patologico che consiste nel captare il massimo del valore, compensando con l’aumento delle disuguaglianze l’inaridimento di questa fonte essenziale del suo dinamismo. In altre parole, il coronavirus non contamina un organismo sano, ma un organismo già affetto da malattie croniche. L’epidemia funziona quindi come un rivelatore: le modalità di “uscita” dalla precedente crisi non hanno realmente posto rimedio alle debolezze strutturali dell’economia mondiale.

Dalla crisi del 2008, tutto o quasi è stato fatto per garantire che non cambiasse nulla. La pratica di riacquisti di azioni si è ulteriormente sviluppata, le distribuzioni di dividendi sono esplose, la cartolarizzazione (cioè la Trasformazione dei crediti di banche, enti pubblici ed aziende in titoli negoziabili sul mercato NdT) ha ripreso il suo corso, l’indebitamento privato si è considerevolmente appesantito, etc. La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), ad esempio, ha lanciato numerosi avvertimenti. Lo scoppio della bolla era quindi prevedibile, anche senza il coronavirus. Lo dimostrano gli avvertimenti contenuti nell’ultimo rapporto del FMI sulla stabilità finanziaria globale (Global Financial Stability Report, ottobre 2019). Questo rapporto è incentrato sui rischi generati dai bassi tassi di interesse, e due dei suoi principali autori, Tobias Adrian e Fabio Natalucci, hanno riassunto i principali messaggi in un blog. Essi insistono sul sovraindebitamento delle imprese: “il debito delle imprese i cui profitti non possono coprire gli oneri per interessi potrebbe aumentare fino a (…) quasi il 40% del debito totale delle imprese nei paesi studiati, compresi gli Stati Uniti, la Cina e i paesi europei“.

Il massacro dell’apparato produttivo

Le constatazioni degli economisti del FMI possono essere integrate da uno studio molto approfondito sugli Stati Uniti. Gli autori ritengono che le piccole e medie imprese siano le più fortemente indebitate, quindi dovrebbero essere maggiormente colpite dalla crisi del coronavirus. In questo contesto troviamo un tema ampiamente dibattuto, cioè il crescente divario tra le aziende “superstar“, che captano il valore creato, e le aziende “zombie“, che sopravvivono grazie ai bassi tassi di interesse. Ma gli autori di questo studio sottolineano anche che le aziende della “metà inferiore” hanno aumentato la loro capacità produttiva nel corso degli ultimi decenni, mentre il 10% superiore è rimasto a rimorchio. Temono la “catastrofe imminente” che minaccia di far fallire le piccole imprese, in quanto rappresentano, nonostante la loro fragilità, una delle “principali fonti di creazione di posti di lavoro e di innovazione“.

L’altro effetto dei bassi tassi d’interesse che il FMI segnala è l’eccessiva assunzione di rischi: “Il contesto di tassi d’interesse molto bassi ha spinto gli investitori istituzionali come le compagnie di assicurazione, i fondi pensione e i gestori patrimoniali a cercare titoli più rischiosi e meno liquidi per raggiungere i loro obiettivi di rendimento. Ad esempio, le casse pensioni hanno aumentato la loro esposizione in altre classi d’investimento come il private equity (compra-vendita azionaria) e gli immobili.”

La politica monetaria accomodante non si è riversata sull’economia reale, al contrario ha permesso alla finanza di riprendere la sua traiettoria esuberante. Ma ha anche portato a una situazione senza precedenti di tassi di interesse bassi o addirittura negativi che ha esaurito le munizioni delle banche centrali. Già prima dell’epidemia, i pronostici degli esperti del FMI erano preoccupanti: “le analogie esistenti nei portafogli dei fondi d’investimento potrebbero amplificare una liquidazione degli attivi sui mercati; gli investimenti illiquidi dei fondi pensione potrebbero limitare il loro ruolo tradizionale di stabilizzatori del mercato”. Ma è esattamente quello che già stava succedendo, e l’esplosione sarà probabilmente ancora più brutale con il virus.

La zona euro “frammentata come un puzzle”?

Il dogma del 3% (rapporto deficit/PIL) è stato abbandonato, almeno temporaneamente, ma l’Europa rimane mal preparata. E’ un’ottima idea allentare il vincolo di bilancio, ma questo non risolve tutti i problemi. Uno di questi è lo spread (scarto) tra i tassi di interesse sul debito pubblico dei diversi paesi europei. Inizialmente Christine Lagarde ha fatto un grosso errore quando ha detto che “la BCE non è qui per restringere lo spread“, poi ha tirato fuori il “bazooka” che ha calmato un po’ le inquietudini dei mercati finanziari.

Ma arriverà un momento in cui sarà necessario prendere in considerazione l’ipotesi di fare un salto di qualità, ovvero la mutualizzazione (“eurobond” o “coronabond”) vedi la monetizzazione. Questa è la conclusione a cui giunge Patrick Artus: “Siccome tutti i paesi della zona euro sono colpiti (dall’aumento dei tassi di interesse a lungo termine in risposta al forte aumento dei disavanzi pubblici), la messa in comune dei disavanzi pubblici aggiuntivi riduce l’onere per i paesi periferici (dove l’aumento dei tassi di interesse è più forte) ma non risolve il problema generale di eccesso dei disavanzi pubblici. L’unica soluzione è poi la monetizzazione di questi deficit pubblici aggiuntivi da parte della BCE, dunque una significativa apertura di Quantitative Easing sul debito pubblico“. C’è però il grande rischio che, come nella precedente crisi, l’Europa reagisca solo in ritardo, o al momento sbagliato, a causa dei disaccordi interni e della propensione a gestire la crisi a livello nazionale.

Paesi emergenti nell’occhio del ciclone?

È probabile che il virus si diffonda nei paesi emergenti o in via di sviluppo, che finora ne sono rimasti relativamente risparmiati. Non solo sono mal equipaggiati dal punto di vista sanitario, ma sono già particolarmente colpiti dalle ripercussioni della crisi. Dipendono in gran parte dalle vendite di materie prime che ora sono a un punto morto, vedono già quindi diminuire le loro risorse. Ciò vale in particolare per i paesi produttori di petrolio. E anche qui troviamo l’eredità dell’uscita della crisi precedente. Il debito estero dei Paesi emergenti rappresenta in media “il 160% delle esportazioni, rispetto al 100% del 2008. Nel caso di un considerevole inasprimento delle condizioni finanziarie e di un aumento dei costi di indebitamento, avrebbero maggiori difficoltà a pagare il servizio del debito“, ha avvertito il FMI nel suo rapporto dell’ottobre 2019 già citato.

A questo si aggiunge la fuga di capitali che ha assunto proporzioni considerevoli: 83 miliardi di dollari dall’inizio della crisi. Questo arresto improvviso (sudden stop) avrà gravi conseguenze, evidenziate da un gruppo internazionale di economisti. I paesi emergenti e in via di sviluppo, scrivono, “si trovano ora ad affrontare un brusco arresto a causa dell’inasprimento delle condizioni di liquidità globale e della fuga degli investitori dal rischio, con conseguenti drammatici deprezzamenti della valuta. Ciò obbliga a un severo aggiustamento macroeconomico proprio in un momento in cui tutti gli strumenti disponibili dovrebbero essere utilizzati per contrastare la crisi: la politica monetaria viene inasprita nel tentativo di mantenere l’accesso al dollaro, mentre la politica fiscale è limitata dai timori di perdere l’accesso ai mercati globali. È poco probabile che le riserve di valuta estera forniscano un cuscinetto di sicurezza sufficiente in tutti i Paesi“.

Le istituzioni internazionali stanno pianificando misure di sostegno, ma David Malpass, Presidente della Banca Mondiale (che Trump ha voluto in quella posizione), insiste sulla condizionalità in termini che ricordano le parole della Troika dell’UE alla Grecia: “I paesi dovranno attuare riforme strutturali che possano abbreviare i tempi necessari per la ripresa e costruire la fiducia nella sua solidità”. Per quel che concerne paesi in cui l’eccessiva regolamentazione, i sussidi, i permessi, le autorizzazioni, la protezione o la giurisdizionalizzazione del commercio sono ostacoli, lavoreremo con loro per dare impulso ai mercati e selezionare progetti che garantiscano una crescita più rapida durante il periodo di ripresa“.

Al contrario, The Economist ha ragione ad ammonire: “Se si permette a Covid-19 di devastare i paesi emergenti, presto si diffonderà di nuovo nei paesi ricchi”. Anche nella sua dimensione economica, se la produzione di materie prime e di beni intermedi subisce un arresto improvviso simmetrico a quello dei flussi di capitale.

Fare «Tabula rasa»?

Sarà difficile per il sistema economico tornare a funzionare come prima della crisi. Le catene del valore globale sono disorganizzate, molte aziende falliranno, l’attuale modo di gestione della spesa pubblica (specialmente quella sanitaria) è squalificato. Questa può essere vista come un’opportunità per un riorientamento fondamentale del sistema.

Ma non ci sarà nulla di spontaneo: con la sospensione di intere sezioni della legislazione sul lavoro si può vedere come alcuni si stiano già preparando per la prossima mossa. Poi arriveranno i discorsi sul necessario “consolidamento finanziario”, la cui attuazione rischierà di generare una risposta recessiva, come nel 2010. Soprattutto, il ritorno all’ortodossia avrà l’effetto di rinviare qualsiasi progetto di Green New Deal: infatti, come possiamo immaginare che, dopo aver già versato miliardi di euro per la crisi economica, le istituzioni europee vorranno sbloccare le ingenti somme necessarie per combattere il cambiamento climatico?

In una nota in cui si chiede «che tipo di capitalismo vogliamo?», Patrick Artus dipinge un quadro abbastanza accurato del capitalismo “inaccettabile” (che è quello in cui viviamo): «distorce la distribuzione dei redditi a scapito dei salariati, non rispetta gli impegni climatici, non coinvolge i dipendenti nelle decisioni strategiche dell’azienda, aumenta la leva finanziaria d’indebitamento delle imprese, delocalizza massicciamente nei paesi a basso salario, ottiene una continua riduzione della pressione fiscale sulle imprese la quale costringe a una riduzione della generosità della protezione sociale“. Artus intravvede due vie possibili per andare verso un capitalismo “accettabile“: o l’instaurazione di un “capitalismo di stato iper-regolamentato”, oppure una “evoluzione spontanea del capitalismo che accetti un minore rendimento del capitale per l’azionista“. Tuttavia, c’è solo una cosa di cui dovremmo convincerci: non si può certo contare su un’evoluzione spontanea del capitalismo.

*articolo pubblicato il 30 marzo sul sito www.alencontre.org. La traduzione è stata curata dal segretariato MPS

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