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In questo tempo straniante e sospeso, la severità delle restrizioni costringe a chiedersi che cosa sia essenziale, che cosa conti veramente. Le parole che scegliamo per comunicare gli espedienti adottati per trovare un qualche conforto, dicono molto di come viviamo il forzato isolamento. Ed ecco che, stamattina, nella rubrica “Generi di conforto” (laRegione 14.04.20), leggo degli “svaghi confortanti” scelti da Beppe Donadio. A me viene un po’ da piangere, anche se l’autore di certo si è divertito e continuerà a divertirsi. Ma perché prendersela con un Mattiniero che fa colazione dinanzi allo schermo, sul quale ancheggiano le allegre donnine della riesumata emissione “Colpo Grosso” (Mediaset)? Mentre il Coronavirus ammazza si può dunque ammazzare il tempo riproponendo un fenomeno di costume, che già all’epoca portò in giro per il mondo spogliarelliste d’ogni colore, forme e foggia, promuovendo alla grande la buona causa femminile. Perché prendersela col nostro Mattiniero, tanto più se folgorato da un interrogativo geniale e puntuale: “Chissà quante di quelle signorine che sculettavano in tv adesso sono europarlamentari?” Beh, io me la prendo perché, dopo decenni di critica durissima agli effetti nefasti del patriarcato, sono qui ad augurarmi che almeno parte dell’universo maschile agli “arresti domiciliari” non sia contagiato dal virus Colpogrosso e cerchi/trovi soluzioni diversamente confortanti.                                                                                                                          

La polacca Olga Tokarczuk, che non è una spogliarellista, bensì una scrittrice premio Nobel 2018, si svaga e si conforta invece così: “Dalla mia finestra vedo un gelso bianco, è un albero che mi affascina ed è stato uno dei motivi per cui mi sono trasferita qui. Il gelso è una pianta generosa, per tutta la primavera e per tutta l’estate nutre decine di famiglie di uccelli con i suoi frutti dolci e sani. Adesso invece non ha foglie, intravedo quindi un tratto della strada silenziosa dove di rado passa qualcuno”. Accipicchia, mi dico, ecco parole sensibili che mi toccano da vicino. Un incipit che magari avrei potuto scrivere anch’io, mica per altro, ma perché nel nostro giardino vive (sopravvive?) un gelso altrettanto fascinoso e generoso.

Nella comunicazione pubblica, in queste settimane, notiamo una forte prevalenza maschile. Le parole utilizzate parlano una lingua militaresca: siamo in guerra, eroi al fronte, nemico, disciplina, strategia, mobilitazione. Basterebbero invero i masculi occhi-del-Cocchi, che impongono il letargo agli over 65, a tuonare l’allerta generale! Insomma, gli uomini hanno lo phisique-du-role adatto a dirigere l’emergenza. Le donne pensino a diffondere riflessione e a infondere coraggio. Però: i più restii a reagire all’emergenza sanitaria sono stati i leader maschi più autoritari e le conseguenze le paghiamo tutti/e. Sono gli stessi che tendono a far prevalere avventate ragioni economiche, che costringono lavoratrici e lavoratori a svolgere servizi non essenziali. Sono gli stessi sui quali pesa come un macigno, ora più che mai, la responsabilità del capitale e dello sviluppo globalizzati. I mali che, di fatto, hanno spianato la strada all’espansione della pandemia nei nostri paesi, quelli del benessere fondato sulla disuguaglianza sociale, sessuale e culturale.

Proprio adesso, che tutti/e siamo diventati soprattutto corpi da proteggere, curare, bloccare alle frontiere, isolare nelle case e sulle navi, le donne avrebbero/hanno molto da dire. La cura dei corpi, che ha occupato tanto tempo della loro storia, ha dato alle donne un’autorità speciale per giudicare che cosa è bene e buono per la vita. Curare la propria casa, i corpi di bambini e di anziani, lottare contro il freddo, la fame, lo sporco, ricostruire dopo le distruzioni ha insegnato e insegna parecchio (insegnare = imprimere segni nella mente). La preoccupazione delle donne per il futuro – se/quando verrà – non è solo ideale, è concreta, ha la concretezza dei corpi. La nostra cultura dice che si tratta di un compito femminile “naturale”, mentre invece è un’opera, la grande opera delle donne. Curare, fare e rifare, sapere del nascere e del morire, queste sono state e sono le nostre “guerre”.

Più che di Colpi Grossi necessitiamo di Colpi Salutari,che raccontino della tenacia e dello speciale amore per la vita, che da sempre le donne conoscono e praticano.

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