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L’epidemia di covid-19 ha scombussolato la nostra vita e nemmeno il sistema produttivo è sfuggito ai suoi effetti. Senza sorprese, le autorità politiche – a tutti i livelli, comunale, cantonale e soprattutto federale – sono accorse in aiuto delle imprese, con il condivisibile obiettivo di contenere gli effetti recessivi dell’epidemia. L’oggetto di questo articolo non sarà lo sbilanciamento di questi generosi interventi rispetto a quelli molto più contenuti erogati a favore dei lavoratori e – in generale – delle famiglie. Ci focalizzeremo invece su una delle misure messe in pratica dal Consiglio federale (CF), quella inerente alla liquidità concessa – tramite lo strumento delle fideiussioni – alle imprese. Queste ultime possono infatti richiedere dei prestiti (che chiameremo crediti-covid-19) fino ad un ammontare pari al 10 per cento della cifra d’affari 2019 e a condizioni vantaggiose.

Prima di trattare questo tema è però necessaria una premessa, per comprendere il ruolo – nel nostro sistema economico – del credito e degli istituti di credito, cioè le banche. Esistono due tipi di credito che le banche possono concedere. Il primo è fondato sui risparmi, che non sono altro che depositi bancari non spesi nel consumo, i quali costituiscono un costo per la banca in cui sono registrati: un conto presuppone un tasso d’interesse che la banca paga al detentore dello stesso. Perciò, la banca presta questo deposito a qualcuno che vorrà spenderlo e a remunerazione di questo prestito si farà pagare un tasso d’interesse più elevato di quello che lei paga al risparmiatore, in modo da trarne un guadagno.

Il secondo tipo di credito, invece, non necessita alcun risparmio precedentemente accumulato. La banca è nella posizione di emettere nuova moneta concedendo un credito, solitamente a un’impresa. Si tratta, nella maggioranza dei casi, di crediti che permettono all’impresa di pagare i salari dei suoi lavoratori, dando così avvio a un nuovo ciclo produttivo. In altre parole, la produzione nel sistema capitalista è innanzitutto monetaria: l’emissione di moneta tramite il credito permette che il lavoratore sia separato dal frutto del suo lavoro – il prodotto – essendo inizialmente remunerato con un salario (monetario) che solo in seguito (nel consumo) gli permetterà di acquistare i beni e i servizi prodotti. Dunque, ben si capisce il ruolo centrale che le banche ricoprono nel nostro sistema economico, a causa della necessità imprescindibile del credito per dare avvio alla produzione nel senso economico del termine.[1]

L’epidemia di covid-19 ha messo in ginocchio molte imprese, le cui riserve (risparmio) non sono sufficienti per sostenere i costi fissi, i quali permangono anche quando l’attività produttiva si ferma. Partiamo proprio da questa constatazione, ovvero che l’attività produttiva si è arrestata, almeno parzialmente. Il secondo tipo di credito descritto interviene solitamente quando una nuova produzione viene avviata. Non è sempre così, ma l’analisi dei casi che sfuggono a questo principio va oltre l’obiettivo di questo articolo e implica cause d’instabilità economica esterne all’epidemia di covid-19, cioè quelle – per intenderci – che hanno giocato un ruolo importante nella Grande crisi del 2008. Perciò è verosimile affermare che – perlomeno nella stragrande maggioranza dei casi – i crediti-covid-19 che le banche stanno elargendo alle imprese siano del primo tipo: un trasferimento di potere d’acquisto risparmiato e depositato presso le banche stesse.

Ne consegue che le banche devono disporre di sufficienti depositi in bilancio per poter finanziare questi crediti, in aggiunta a quelli che già prima dell’epidemia erano stati oggetto di quest’intermediazione creditizia, secondo il normale operare del sistema bancario. Quest’ultimo ha una struttura piramidale, con al vertice la banca centrale, in Svizzera la Banca Nazionale (BNS). Le banche possono – e per un certo ammontare devono – depositare delle riserve presso la BNS. In altre parole, parte dei depositi registrati nelle banche non vengono prestati ad altri clienti, ma appunto vengono “trasferiti” nelle riserve, ovvero dei conti di deposito che le banche hanno presso la BNS.

A seguito della crisi del 2008, il volume di queste riserve è aumentato fortemente, diminuendo di conseguenza i crediti elargiti a privati e imprese. Per ovviare a questa contrazione dei crediti, la BNS ha imposto gli ormai famosi tassi negativi: sulle riserve depositate presso di lei, le banche pagano un interesse invece di riceverlo. Il perché le banche dovrebbero depositare questi averi pagando un interesse quando potrebbero prestarli e guadagnare così dall’interesse che esse impongono sui prestiti è presto detto. La crisi del 2008 – da cui non siamo mai veramente usciti – è una crisi di sottoconsumo e cioè una situazione in cui le imprese non riescono a vendere tutta la loro produzione. Se già si accumulano prodotti invenduti, le imprese non chiederanno un credito per un’ulteriore produzione o per incrementare la loro capacità produttiva. E se lo fanno, è probabile che non riusciranno a vendere tutto quanto verrà prodotto, ciò che non gli permetterà di raccogliere sufficienti guadagni per rimborsare il prestito. Con questi presupposti, le banche preferiscono semplicemente non concedere nuovi crediti e depositano questi averi nelle riserve presso la BNS, eccezion fatta per la parte che esse stesse piazzano sui mercati finanziari.

Perciò, è probabile che i crediti-covid-19 siano finanziati con le riserve che le banche hanno accumulato presso la BNS. In altre parole, attraverso i crediti-covid-19 le banche evitano di pagare un interesse e registrano così, tutto sommato, un guadagno.[2] Il rischio che questi prestiti non vengano rimborsati permane, ma non è più a carico delle banche, perché il CF – con lo strumento delle fideiussioni – se l’è addossato, garantendo che se necessario sarà lui a rimborsare il prestito alla banca invece del cliente. In realtà, i crediti-covid-19 sono garantiti al 100 per cento dalla Confederazione solo se l’ammontare non supera i 500 mila franchi. Su questi crediti il tasso d’interesse che la banca fissa a suo vantaggio è dello 0 per cento, cioè nullo: la banca ha un guadagno derivante unicamente dal non pagare un tasso d’interesse negativo sulle riserve presso la BNS. Per i crediti oltre quest’ammontare (e fino a un massimo di 20 milioni di franchi) la garanzia della Confederazione è dell’85 per cento e le banche possono riscuotere un tasso d’interesse dello 0,5 per cento. I crediti-covid-19 hanno una durata massima di 5 anni, entro i quali le imprese beneficiarie devono rimborsare la totalità del prestito.

Ora, l’Ordinanza del CF che legifera questo meccanismo afferma – all’articolo 13, capoverso 4 – che i tassi d’interesse possono essere rivisti al rialzo ogni anno, in data 31 marzo. Ciò significa che a partire da aprile 2021 le imprese potrebbero dover pagare un interesse su questi prestiti, un salasso che molte piccole imprese potrebbero non essere in grado di sopportare. Infatti, la maggioranza di esse non ha margini di guadagno tali da accumulare grandi riserve, soprattutto in una situazione di recessione come quella attuale, che si protrarrà ancora per molto tempo. Non solo, parte degli utili andrà a rimborsare il credito-covid-19 ricevuto in queste settimane. Perciò un aumento del tasso d’interesse sullo stesso significherebbe un ulteriore costo, a solo beneficio delle banche. Meglio sarebbe bloccare gli attuali tassi d’interesse, almeno quelli pari allo 0 per cento sui crediti sotto i 500 mila franchi, fino al rimborso di tali prestiti, soprattutto per imprese con fatturato e utili contenuti. Altrimenti queste imprese o falliranno o – nel tentativo di evitare il deposito dei bilanci – taglieranno sui costi, licenziando i lavoratori che impiegano.

Inoltre, l’applicazione di tassi d’interesse superiori allo 0 per cento sui crediti fino a 500 mila franchi non sarebbe economicamente giustificata, siccome il rischio di non rimborso del credito non è a carico delle banche. Infatti, il tasso d’interesse dovrebbe permettere di compensare il costo di un eventuale non rimborso: con quanto accumulato dagli interessi imposti su tutti i prestiti la banca dovrebbe essere in grado di coprire le perdite registrate nel caso alcuni dei suoi debitori non siano in grado di rimborsare il debito contratto. Perciò, considerato che su questi crediti la banca non si assume alcun rischio, non dovrebbe nemmeno applicare un interesse. Semmai, dovrebbe essere la Confederazione – che si fa garante di questo rischio – a ricevere un interesse, ma per quanto detto sopra è auspicabile che non lo faccia.

Consideriamo brevemente i crediti superiori a 500 mila franchi. La banca riceve su di essi lo 0,5 per cento d’interesse, che sui 5 anni di durata massima dello stesso possono potenzialmente corrispondere al 2,5 per cento dell’intero ammontare prestato. Siccome il CF garantisce l’85 per cento di questi crediti, significa che la perdita della banca in caso di non rimborso si limita al 15 per cento. Perciò, se il guadagno potenziale è del 2,5 e la perdita potenziale del 15 per cento, per ogni credito non rimborsato è sufficiente che ve ne siano 5 che vengono normalmente rimborsati per evitare perdite contabili alla banca, considerando che anche l’impresa insolvente paghi perlomeno l’interesse.[3] Questo rapporto di 1 a 5 (o 20 per cento) è molto superiore al requisito minimo del 2,5 per cento che solitamente la BNS impone alle banche di detenere in riserva per far fronte al rischio di non rimborso. Ciò significa che – tenuto conto del rischio sopportato – un tasso d’interesse dello 0,5 per cento sui crediti superiori a 500 mila franchi è in realtà molto redditizio per le banche, nonostante sembri a prima vista esiguo. Ciò è ancor più vero se, come spiegato in precedenza, con la concessione dei crediti-covid-19 le banche sfuggono al pagamento dei tassi d’interesse negativi della BNS.

Per concludere, il sistema dei crediti-covid-19 è utile e necessario per la sopravvivenza di moltissime imprese in Svizzera. Ciononostante, esso è soggetto a zone grigie, che minano la sicurezza nel futuro soprattutto delle piccole imprese, quelle che a detta delle autorità e non solo costituiscono l’ossatura del sistema produttivo svizzero. Si tratta di imprese – ma anche di persone e famiglie a carico – che potrebbero trovarsi in grave difficoltà nei prossimi anni, con il rischio tutt’altro che trascurabile di scomparire. Spesso lo statuto giuridico di queste imprese riversa gli oneri debitori sul titolare della stessa, mettendo a rischio non solo l’esistenza della sua attività produttiva, ma anche il mantenimento suo e della sua famiglia. Serve al più presto un aiuto mirato a questa categoria d’imprese, ad esempio tramite un sostegno finanziario a fondo perso della Confederazione. Inoltre, proprio per il legame stretto fra finanze aziendali e finanze personali/famigliari, sarebbe auspicabile un reddito di base che – anche nei casi in cui il fallimento fosse inevitabile – costituisca un paracadute finanziario per le persone coinvolte. (16 aprile 2020)

*Ringraziamo l’amico Maurizio Solari che ha elaborato questo testo che illustra in modo preciso il ruolo giocato dalle banche nell’ambito delle misure di finanziamento alle aziende adottate dal Consiglio federale


[1] Esiste anche una produzione che sfugge a questo meccanismo e dove il frutto del lavoro è direttamente nelle mani del lavoratore: l’autoproduzione, come ad esempio l’orto in giardino. Ciononostante, questo tipo di produzione esula dal sistema economico capitalista, che si contraddistingue per la sua natura monetaria.

[2] Non esistono dati precisi che possano né confermare né smentire questa supposizione. Infatti, la BNS pubblica solo dei dati aggregati sugli averi a vista depositati presso di lei, impedendo un’analisi dettagliata della loro evoluzione e di un loro eventuale utilizzo per finanziare la concessione di crediti-covid-19. In ogni caso, queste riserve costituiscono l’unico bacino di finanziamento sufficiente per i crediti-covid-19, quindi se non per la totalità, almeno per la grande maggioranza di questi crediti si attua il meccanismo illustrato in queste righe.

[3] Ben inteso, si tratta di un calcolo generale, che fa astrazione di alcune variabili. Ciononostante, queste variabili possono sia aumentare sia diminuire il rapporto di 1 a 5, che perciò costituisce un’approssimazione accettabile.

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