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Non a caso, e proprio in concomitanza con i segni di un allentamento delle limitazioni alle attività industriali in Ticino, una delle più importanti aziende del settore metalmeccanico ticinese e svizzero ha annunciato che licenzierà quasi un terzo dei suoi dipendenti.

È di poco fa la notizia che la Mikron di Agno ha annunciato il licenziamento di 110 dei suoi dipendenti sui 330 che conta in organico. Una vera mazzata!

Naturalmente l’azienda si è subito premurata a dire che farebbe male chi pensasse che tale decisione sia direttamente connessa con la crisi legata al coronavirus e alle sue conseguenze dal punto di vista produttivo su scala planetaria (ricordiamo che la Mikron è un’azienda fortemente orientata verso l’esportazione); e noi le crediamo perché, ne siamo sicuri, la crisi della Mikron, e con lei di interi settori produttivi non solo a livello nazionale ma internazionale, non data di questi ultimi giorni. Basti pensare, ad esempio, alla crisi profonda che ha investito il settore della produzione automobilistica.

Infatti è dall’inizio dello scoppio della crisi del coronavirus che insistiamo sul fatto che la pandemia altro non è stata, dal punto di vista della crisi economica, che la scintilla che ha fatto scoppiare il tutto.

Mikron è poi recidiva poiché già pochi mesi fa aveva già soppresso altri 25 posti di lavoro, sempre ad Agno, e questo dopo aver ricorso al lavoro ridotto, scaricando quindi i costi su lavoratori e Stato.

Il caso Mikron illustra bene quale sia la logica padronale che, purtroppo sempre più, vedremo manifestarsi nei prossimi mesi. Una logica costruita sulla costante e sempre maggiore valorizzazione del capitale: cioè producendo profitti e redistribuendoli agli azionisti. È quanto è avvenuto negli ultimi anni ed è quanto l’azienda intende fare anche nei prossimi anni: da qui la decisione di distruggere capitale (in questo caso “capitale umano”) per permettere che eventuali minori profitti possano comunque mantenere, o addirittura aumentare, il tasso di redditività del capitale. È questa la logica che le aziende metteranno in campo per rispondere e risolvere la crisi. In questo senso, come abbiamo spesso ripetuto, i licenziamenti di centinaia di persone non sono, per l’azienda, un problema, ma la soluzione del problema di redditività con il quale si trova confrontata.

D’altronde Mikron viene da anni di grandi successi. Basti ricordare, ad esempio, che nel 2018 l’utile netto per collaboratore è passato dai 784 FR. a 8’584 FR.: una progressione eccezionale. Per gli azionisti (tra i quali spicca, con il 46% la holding del gruppo Amman) tra dividendi e riacquisto di azioni hanno ricevuto qualcosa come 5 miliardi di franchi, quattro volte più di quanto avevano ricevuto nel 2017.

Ma anche il 2019 per il gruppo Mikron, malgrado i segni manifesti, nel secondo semestre, di una crisi della congiuntura a livello internazionale, è stato un anno complessivamente positivo. Certo non eccezionale come il 2018, ma certamente positivo. Infatti, già lo scorso 23 gennaio l’azienda, comunicava che nel 2019 il fatturato complessivo è comunque aumentato del 4,1% e che, alla fine, l’utile aziendale del Gruppo Mikron ammonta a 8,8 milioni di CHF (anno precedente: 12,2 milioni di CHF) ovvero a 0,54 CHF per azione (anno precedente: 0,74). E il 16 marzo 2020, in piena crisi coronavirus, il consiglio di amministrazione decideva una remunerazione complessiva di 6 cts per azione: certo meno dei 20 cts dello scorso anno, ma comunque segno di un risultato più che positivo. Alla fine il buon senso (o la preoccupazione di difendere la propria immagine visto che si pensava già di annunciare i licenziamenti) il 9 aprile 2020 il Consiglio di amministrazione decideva di rinunciare alla distribuzione del dividendo, decisione poi confermata dall’assemblea degli azionisti del 16 aprile. In questo modo la famiglia dell’ex consigliere federale Schneider Amman, che come detto controlla il gruppo con oltre il 40% del capitale azionario, potrà raccontare che anche lei ha deciso di fare sacrifici: e che, per il bene della continuità dell’azienda, si richiede il sacrificio di 110 posti di lavoro.

D’altronde la cosa non sorprende, visto che i quadri dirigenti dello stabilimento di Agno, punto forte del gruppo, fanno anche parte dei vertici di AITI, l’associazione padronale presieduta da Fabio Regazzi.

I comportamenti di un’azienda rappresentativa di AITI mostra quale distanza vi sia tra le ipocrite parole del presidente di AITI e i comportamenti suoi e dell’associazione che dirige (atteggiamento che abbiamo già segnalato nelle scorse settimane, quando l’azienda di Regazzi è stata una delle più pervicaci nel tentare di far lavorare a tutti i costi i propri dipendenti).

Quante Mikron ci aspettano nel dopo-pandemia? Gli orientamenti padronali ci indicano che rischiano di essere molte. È necessario quindi un intervento straordinario che impedisca tutto questo. Per questo, già all’inizio della pandemia, abbiamo rivendicato una moratoria su tutti i licenziamenti almeno fino alla fine del 2020. Che il governo usi il potere straordinario che si è arrogato per difendere questi preziosi posti di lavoro che la sete di profitto padronale rischia di mettere in discussione. Mikron deve ritirare questi licenziamenti!

Per le organizzazioni sindacali questa vicenda deve essere una chiara conferma della impossibilità di scendere a patti con il padronato, nell’ambito di improponibile e incredibili “patti di paese” che altro non sono se non la consegna dei lavoratori e dei loro destini nelle mani del padronato. E della necessità di battersi, a cominciare dalla Mikron, contro tutti i licenziamenti e i peggioramenti delle condizioni di lavoro e salariali.

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