Il disastro ambientale produce il coronavirus
Il movimento giovanile Fridays for Future ispirato
da Greta Thunberg coglie nel segno quando pone all’ordine del giorno l’urgenza di
provvedimenti radicali per contrastare il cambiamento climatico e garantire la
sostenibilità ambientale. La drammatica emergenza del Covid-19 che l’intero
pianeta sta vivendo ha la sua radice nel disastro ambientale prodotto dal
sistema economico capitalistico. La rivoluzione industriale ha cambiato
radicalmente il rapporto tra natura ed essere umano, fornendo quest’ultimo di strumenti
tecnologici dotati di una potenza tale da sconvolgere profondamente gli
ecosistemi terrestri e i relativi
equilibri ambientali.
Dagli anni Ottanta del Novecento l’economia capitalista ha avuto
un’accelerazione esponenziale abbracciando la teoria neo-liberista elaborata da
Milton Friedman, premio Nobel della scuola di Chicago, alla quale si sono
ispirate le politiche di Margaret Thatcher (al governo dal 1979 al 1990) e di Ronald
Reagan (1981-1989), dopo averle brutalmente sperimentate nel Cile del fascista
Pinochet (1973-1990). Politiche turbo-capitaliste favorite successivamente dal
fallimento degli Stati del cosiddetto “socialismo reale” e che sono alla base
della globalizzazione compulsiva dei mercati.
Le città sono diventate metropoli, intere regioni si
sono trasformate in conurbazioni senza soluzione di continuità, grandi foreste primarie
sono state e continuano ad essere abbattute in tutto il pianeta. Si toglie
spazio agli animali selvatici autoctoni per creare allevamenti industriali intensivi
di animali domestici ad uso e consumo umano. La continua crescita produttiva,
alla base della logica capitalistica, crea inoltre gravissimi inquinamenti
dell’aria, del suolo e delle acque. Il tasso di CO2 e dei gas serra
è in continua crescita, nonostante gli innumerevoli protocolli COP,
sottoscritti e regolarmente disattesi dai governi. Il riscaldamento climatico
ha ampliato l’habitat di insetti alloctoni invasivi, come avviene alla nostre
latitudini per la cimice marmorizzata, il cinipide del castagno, la zanzara
tigre (possibile vettore di malattie infettive), di cui subiamo le conseguenze.
In queste settimane gli esperti ci vanno spiegando come
la promiscuità tra animali selvatici, animali domestici ed esseri umani sia
alla base delle pandemie da zoonosi. I pipistrelli in particolare sono
portatori di molti virus, per loro innocui ma che, una volta fatto il salto di
specie, possono essere letali per gli animali domestici e per gli esseri umani.
Nel caso del coronavirus Sars-Cov-2, il salto di specie è avvenuto tra
pipistrello ed essere umano attraverso il maiale, che ha fatto da ospite
serbatoio. In Cina i pipistrelli vengono catturati per essere venduti nei
cosiddetti mercati umidi (wet market), dove sono macellati al momento della
vendita. Sembra accertato che il primo contagio sia avvenuto qui.
Attraverso questa tipologia di trasmissione nel 2002
ci fu l’epidemia della sars; qualche anno dopo fu il turno dell’aviaria; in
seguito, a scadenze regolari, ce ne sono state altre, più o meno letali ed estese,
come la suina, la mers e l’ebola, per arrivare oggi alla pandemia Covid-19.
Nel 2012 lo scrittore e
divulgatore scientifico David Quammen, suffragato dalle ricerche
specialistiche, ipotizzava nel suo libro Spillover una pandemia di questo tipo.
Nel 2018 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva invitato gli Stati
ad attrezzarsi in modo adeguato per fronteggiare una futura probabile pandemia,
denominata Disease X, che si sarebbe potuta diffondere rapidamente nel mondo. L’appello
è rimasto inascoltato. I governi lo
hanno ritenuto un investimento a fondo perso, anteponendo gli interessi
economici alla salute pubblica. È noto come negli ultimi decenni ai sistemi
sanitari pubblici siano state tagliate molte risorse per favorire il business privato
della medicina. Dal canto loro le industrie farmaceutiche hanno orientato i
loro investimenti di ricerca e sviluppo verso i settori più redditizi,
ignorando i vaccini e gli antibiotici poiché non garantiscono un mercato
continuativo e remunerativo a lungo termine.
Oggi la popolazione del mondo intero sta subendo le
conseguenze sanitarie di questa pandemia e in futuro ne subirà quelle economiche
e finanziarie. Non occorre essere indovini per sapere quali saranno le classi
sociali che ne pagheranno il costo.
Ha forse avuto un ruolo anche la
presunzione ciberpositivista di trovare una soluzione tecnologica per tutto,
dimenticando che l’essere umano è legato indissolubilmente alla natura, ne è
parte integrante ed è connesso con tutti gli esseri viventi. Abbiamo a
disposizione un unico mondo, la Terra, e ne dobbiamo preservare i meccanismi e
gli equilibri se vogliamo sopravvivere come specie.
In questi giorni nei media si
riflette diffusamente su come questa emergenza sanitaria cambierà le nostre
abitudini , la nostra psicologia personale e sociale, i nostri consumi, il
nostro modello produttivo. In realtà, nulla cambierà se non cambierà il
sistema. Mutuando un proverbio africano, il leone continuerà a rincorrere la
gazzella fino alla sua estinzione.
I giovani del Fridays for Future,
e con essi la classe lavoratrice, su questo devono riflettere. Non basta
chiedere ai governanti di cambiare le loro politiche antiecologiche e
antisociali. Non lo faranno mai in quanto essi stessi sono burocrati servitori
della classe padronale, la quale difende e pervicacemente difenderà con tutti i
mezzi i suoi interessi elitari.
C’è bisogno di una svolta radicale verso una
società che anteponga la salute pubblica ai profitti privati, nella quale la
produzione serva a soddisfare i bisogni e il benessere della popolazione e le
attività umane siano in sintonia con l’ecosistema terrestre.
Oggi più che mai c’è bisogno di
una rivolta sociale, di un rovesciamento politico. Di una rivoluzione
eco-socialista.