Tempo di lettura: 10 minuti

Daniel Tanuro è agronomo, attivista ecosocialista in Belgio, autore (in particolare) de L’impossibile capitalismo verde (Edizioni Alegre 2011) e di numerosi articoli che potete trovare sul nostro sito. Il 3 aprile ha tenuto una conferenza sulle implicazioni politiche che si intrecciano tra la crisi del coronavirus e la crisi climatica. Quella che segue è la trascrizione curata dai compagni di SolidaritéS (rivista dall’autore) e tradotta in italiano dal segretariato MPS. La videoconferenza può essere vista qui: https://www.facebook.com/gaucheanticapitaliste/videos/530976537793375/

Questa pandemia è uno di quegli eventi con la E maiuscola, un evento storico: ci sarà un prima e un dopo su scala globale, e non tanto in relazione al numero delle vittime, anche se è significativo, è ancora molto inferiore all’influenza “spagnola” dopo la prima guerra mondiale che ha causato più di 20 milioni di morti: siamo fortunatamente lontani da quei numeri oggi.

Ciò che conferisce all’evento un significato storico è che la macchina del profitto capitalista è praticamente bloccata su scala globale, perché c’è una piccola cosa che non è nemmeno un animale, che è un virus, appena una forma di vita, che sta facendo impazzire l’intera macchina, minacciando la salute delle persone. Dobbiamo quindi proteggere la vita, dobbiamo proteggere i malati, dobbiamo curarli, dobbiamo anche proteggere la forza lavoro per l’economia capitalista. E questa crisi molto profonda si inserisce in un contesto particolare: arriva in un momento in cui il capitalismo è entrto in una fase di recessione, già dal 2019. La recessione era iniziata e la pandemia la sta amplificando in modo assolutamente straordinario. Un punto importante è che questa situazione sposta l’attenzione dei media e della politica: di cosa parliamo normalmente? Sentiamo parlare di crescita del PIL, della bilancia dei pagamenti, dell’inflazione, del tasso di cambio, dei tassi di interesse e così via, tutti questi astratti indicatori dell’accumulazione del profitto capitalistico, dell’accumulazione astratta di valore… E oggi con questa pandemia l’attenzione è completamente sovvertita: l’attenzione politica e mediatica è totalmente concentrata sul lavoro delle infermiere, gli infermieri oberati di lavoro, i malati in fin di vita, i curati, gli spazzini, i lavoratori dei negozi di alimentari, i confinati, quelli che non lo sono, etc…

Riassumendo, in tempi normali sentiamo parlare dell’astrazione della non-vita, mentre ora, nel pieno di questa epidemia, sentiamo parlare della vita e della morte, cioè degli esseri viventi. C’è un cambiamento molto importante nel clima ideologico generale, su cui torneremo.

Secondariamente, l’epidemia non è una regressione alle epidemie dei tempi antichi, non è un ritorno, ad esempio, alla peste nera del Medioevo: è qualcosa di completamente diverso. Prima abbiamo avuto l’AIDS, poi la zika, poi la peste suina, l’influenza aviaria, la chikungunya, la SARS-1 nel 2002, ora la SARS-COV2. Tutti questi virus hanno la particolarità di nascere in ambienti naturali fuori controllo, sotto attacco o in aziende agricole industriali. Si tratta delle cosiddette zoonosi, ovvero di una malattia caratterizzata dal fatto che il virus che vive negli animali salta oltre la barriera delle specie e contamina l’homo sapiens. L’origine di questa pandemia è quindi completamente nuova e specifica rispetto a quelle del passato. Il virus stesso è il prodotto delle contraddizioni del capitalismo. Anche il modo in cui l’epidemia si sta diffondendo è peculiare; l’epidemia è molto veloce, è divenuta molto rapidamente globale – le epidemie del passato non sono mai state globali, erano continentali – e si sta ovviamente diffondendo grazie ai moderni mezzi di comunicazione, in particolare al trasporto aereo, tanto più che l’umanità è raggruppata in grandi città, megalopoli, come ad esempio Wuhan, una città di diversi milioni di abitanti. Questi due fattori, la particolare origine del virus e la sua modalità di diffusione, fanno sì che non abbiamo a che fare con virus arcaici, non abbiamo un’epidemia arcaica, anzi, per usare il termine di Bruno Latour, abbiamo epidemie moderne, epidemie antropoceniche.

In terzo luogo, questa non è solo una crisi sanitaria. C’è ovviamente l’aspetto di una crisi sanitaria acuta e molto seria, ma questa crisi sanitaria è in realtà parte di una crisi ecologica e sociale molto più ampia. La crisi covid-19 è infatti la prima crisi globale – sociale, ecologica ed economica – dell’Antropocene (epoca geologica attuale, nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche NdT).

Gli scienziati che da alcuni anni studiano la cosiddetta grande accelerazione e il cambiamento globale hanno individuato i parametri della sostenibilità dell’esistenza umana su questa terra: 1) il cambiamento climatico; 2) il declino della biodiversità; 3) le risorse di acqua dolce; 4) l’inquinamento chimico; 5) l’inquinamento atmosferico da polveri sottili; 6) lo stato dello strato di ozono; 7) lo stato dei cicli dell’azoto e del fosforo; 8) l’acidificazione degli Oceani; 9) l’uso del suolo; 10) lo strato di ozono. Nella conclusione del loro rapporto, presentato nel 2015, questi scienziati hanno stimato che il tetto della sostenibilità è stato superato per quattro di questi parametri: clima, biodiversità, azoto e suolo.

Per usare un linguaggio biblico potremmo dire che questi quattro parametri sono i quattro cavalieri dell’apocalisse antropocenica, e la pandemia che stiamo vivendo ci invia un messaggio, ci dice che a questo quartetto di cavalieri se ne aggiunge un quinto, rappresentato oggi dal rischio epidemico.  

Quarto punto: questo rischio epidemico non cade dal cielo, è una minaccia nota. Infatti oggi abbiamo la fortuna di beneficiare di un progresso scientifico assolutamente straordinario con magnifiche capacità di anticipazione. Gli scienziati ci hanno avvertito dei rischi – non solo di un’epidemia in generale, ma anche molto specificamente del rischio di un’epidemia di questo tipo. Dopo l’epidemia di SARS del 2002, che era già un coronavirus, una comunità di scienziati è giunta a queste conclusioni, che sono state tradotte in rapporti ufficiali, tra cui due rapporti all’Assemblea nazionale francese (2005 e 2009), che indicavano l’alta probabilità di una nuova epidemia come la SARS, causata da una zoonosi, un virus di origine animale che salta la barriera delle specie e si diffonde all’interno delle specie homo sapiens. L’OMS stessa, nel 2018, compilava un elenco di minacce per la salute a livello mondiale con una serie di agenti patogeni noti, in cui aveva inserito una malattia X, perché l’OMS riteneva probabile l’emergere di un agente patogeno sconosciuto, che avrebbe potuto causare un’epidemia con conseguenze molto gravi, un completo sconvolgimento della società su scala globale. E l’OMS ha ritenuto probabile che questo nuovo agente patogeno sarebbe stato di nuovo del tipo coronavirus. Ci troviamo quindi davanti a uno scenario noto, come quello del cambiamento climatico, per cui gli scienziati stanno lanciando l’allarme da oltre 50 anni, dicendo che se continuiamo a inviare gas serra nell’atmosfera, sbilanceremo completamente il sistema climatico e che questo potrebbe avere conseguenze assolutamente drammatiche. Anche in questo caso i governi stanno completamente ignorando questo fatto; come sappiamo, le emissioni di gas a effetto serra continuano ad aumentare – tranne ora, con la pandemia, si stanno riducendo in modo sostanziale. L’apice dell’assurdità o della cecità da parte dei leader politici è che, per quanto riguarda la pandemia, nel 2003 i ricercatori belgi e francesi sono giunti alla conclusione che i coronavirus sono una categoria di virus molto stabile e che sarebbe quindi abbastanza facile trovare un trattamento che sia valido non solo per la SARS-1 ma anche per altri coronavirus che verranno in seguito. Hanno stimato il costo di questa ricerca a 200 o 300 milioni di euro. Avevano ovviamente bisogno di sussidi pubblici, che non hanno ottenuto, perché i governi ritengono che la ricerca sui farmaci sia appannaggio dell’industria farmaceutica, mentre l’industria farmaceutica non fa ricerca per il bene dell’umanità o della salute pubblica, ma per il profitto. Ha quindi bisogno di un mercato e di clienti solvibili. Ma l’epidemia di SARS era finita, quindi non c’era mercato, non c’erano clienti, e per questo non è stata fatta alcuna ricerca in merito. Ciò illustra il tratto distintivo dell’atteggiamento politico dei governanti e dei leader economici di fronte alle grandi minacce ambientali di cui la pandemia è diventata parte, ovvero l’incapacità di tenere conto di ciò che è noto e dei campanelli d’allarme che vengono suonati.

Questa sordità o cecità è dovuta principalmente al fatto che i governanti sono completamente subordinati ai dettami degli imperativi capitalistici del profitto a breve termine, quindi vanno avanti per questa strada. In secondo luogo, c’è una ragione più ideologica: essi stessi sono inebriati dall’ideologia del capitalismo, l’ideologia neoliberale, e considerano che le leggi del mercato sono più forti delle leggi della biologia per il virus o delle leggi della fisica per il cambiamento climatico. Pensano che le leggi del loro sistema economico siano leggi naturali superiori e che il mercato risolverà tutto se dovesse esserci un problema. Ora più che mai, però, stiamo vedendo che il mercato non risolve tutto: se si va a ordinare maschere dalla Cina per proteggere i personale curante in patria ma la Cina è bloccata a causa della pandemia, non ci sono più maschere e non si riesce a protegge né il personale curante, né la popolazione: è una cosa molto semplice.

Il quinto punto concerne la gestione della pandemia. Oggi, tutti i politici sono costretti a conformarsi a questa gestione, anche quelli che non credevano di doverlo fare, come Trump, Johnson, Rutte (Primo Ministro dell’Olanda), che volevano lasciare che il virus si diffondesse e la collettività si immunizzasse. Anche costoro sono stati obbligati a fare marcia indietro in maniera precipitosa. Infatti, non fare nulla, come sostenevano all’inizio, non solo costerebbe finanziariamente di più al sistema capitalista, ma costerebbe molto caro anche elettoralmente, e, ad esempio per Trump, non è una questione secondaria. Ci dicono quindi tutti la stessa cosa: che è una questione che riguarda il bene comune e che bisogna essere uniti attorno ai nostri dirigenti illuminati per combattere il virus. Evidentemente, bisogna rispettare le misure di sicurezza: restare confinati, rispettare la distanza fisica (più che sociale),..non comportarsi in modo irresponsabile; ma rispettare le misure di sicurezza non significa che bisogna sottomettersi alla logica politica che si nasconde dietro a queste misure. Questa logica è una logica di classe, di capitalismo puro e duro. La prima priorità di questa logica è quella di ridurre al minimo l’impatto della pandemia sul settore produttivo, lì dove si genera il profitto, il cuore dell’economia capitalista; ed è la ragione per cui si rimandano al lavoro gli operai in settori che non forniscono una produzione essenziale.

La seconda priorità di questa gestione della pandemia è di non rimettere in discussione la politica antisociale, i piani di austerità che hanno imposto fino ad oggi, soprattutto nel settore delle cure, da cui deriva il sovraccarico di lavoro del personale di questi settori. Evidentemente, la condizione affinché l’equazione possa equilibrarsi è di congelare tutte le attività sociali, culturali e personali che non riguardano queste categorie, da qui il lockdown e il confinamento.

C’è anche una preoccupazione politica che si somma a queste considerazioni, ed è il fatto che tutti i governi (o la maggior parte di essi) sono confrontati con una profonda crisi di legittimità; le persone non gli credono più e vogliono un cambiamento. La pandemia offre ai dirigenti la possibilità di presentarsi come dei condottieri, come fa Macron in televisione, e meccanismi di poteri forti vengono istituiti con il pretesto della lotta contro la pandemia. Il caso più eclatante è quello di Orban in Ungheria, che ha assunto il ruolo di dittatore per la gestione della pandemia. Siamo nella logica descritta da Michel Foucault: la biopolitica abbinata al “sorvegliare e punire”. Si tratta di un serio monito, dato che la pandemia è grave, anche se poca cosa rispetto all’’impatto del cambiamento climatico, qualora si presentasse il contesto di cataclisma climatico e un aumento del livello degli oceani di due o tre metri. L’attuale gestione della pandemia ci dà uno spaccato di quale potrebbe essere la gestione capitalista di una situazione di questo genere, che non hanno previsto e che sarebbero comunque obbligati a gestire. Le loro priorità sarebbero comunque le stesse: priorità alla produzione, limitazione delle libertà, della vita sociale, della vita culturale, in nome della lotta contro la catastrofe: attribuirsi poteri speciali e creare uno Stato forte.

Sesto punto, l’obiettivo strategico della gestione sanitaria è evidentemente di rilanciare la macchina capitalista, che per ora è completamente inceppata a causa della pandemia. Sta scoppiando una crisi economica di ampie dimensioni, peggiore della crisi finanziaria del 2007-2008. Per far fronte a questa situazione i governi dovranno allentare le loro politiche neoliberali: l’Unione Europea ha congelato il Patto di stabilità di bilancio e i suoi obiettivi zero/debiti/zero deficit. Sono addirittura costretti ad andare oltre e a rimettere in questione non solo alcuni dogmi neoliberali, ma addirittura una serie di regole capitaliste, come, per esempio, la libertà di impresa. Vengono evocate delle nazionalizzazioni, delle requisizioni, in altre parole è necessario salvare il capitalismo messo in pericolo dal capitale. Questo non significa assolutamente che ci sia una rottura con il neoliberalismo o addirittura con il capitalismo; significa, al contrario, che si sta preparando un’offensiva sociale di ampie dimensioni, alla quale le classi popolari devono prepararsi a resistere.

Mi limito qui all’impatto ecologico del rilancio dell’economia capitalista. Questo impatto è estremamente pericoloso. François Gemenne (1) non ha torto quando dichiara che la crisi del coronavirus è una catastrofe climatica (2). Infatti, il discorso del futuro sarà quello della priorità all’economia, al rilancio, prendendo come pretesto l’impiego. Quindi, per rilanciare l’economia, bisognerà diminuire gli obiettivi climatici, alleggerire le regolamentazioni ambientali giudicate come troppo rigide, etc. Ma François Gemenne, non ha comunque ragione, perché tutto questo non è dovuto al Coronavirus; al contrario, questa crisi ci dimostra oggi che potremmo ridurre radicalmente le emissioni di CO2 di circa il 7% all’anno, a condizione di produrre e trasportare meno merci sul pianeta. Il pericolo non viene dalla crisi del Coronavirus, ma dalla risposta capitalista a questa crisi del Coronavirus, a maggior ragione dal fatto che questa crisi serve da pretesto o da paravento per rispondere a una crisi economica iniziata prima della pandemia.

Ci dobbiamo preparare a un attacco di un’estrema violenza perché metteranno sul piatto della bilancia, da un lato i posti di lavoro e dall’altra la difesa dell’ambiente. Malgrado ciò, c’è una contraddizione molto importante in questa volontà di offensiva: la volontà di rilanciare e di dare la priorità al capitale e al suo rendimento si scontra in realtà con il sentimento della popolazione che pensa che siamo andati troppo oltre con l’economia, il profitto e che ci si è dimenticati della socialità, della salute, della cure alle persone. Questa contraddizione costituisce l’ostacolo maggiore per l’offensiva neoliberale che i governi vogliono condurre.

Poiché curare in situazione di crisi pandemica, ciò assume subito una dimensione estremamente concreta. Si tratta di evitare altre pandemie che potrebbero essere più gravi e che avrebbero la stessa origine nella distruzione degli ecosistemi.

La conclusione è evidente: se vogliamo evitare altre pandemie, dobbiamo uscire dall’agro-business, dall’allevamento industriale, bisogna fermare la deforestazione, ci vuole una riforma urbana di ampio respiro che smonti le megalopoli e costruisca delle città più interconnesse con gli ambienti naturali o semi-naturali. Per lottare contro le pandemie ci vuole innanzitutto acqua pulita, alla quale milioni di persone non hanno accesso. L’acqua deve essere pubblica e non deve servire a irrigare le piantagioni agro-industriali. Allo stesso modo, se vogliamo creare dei sistemi sanitari forti, capaci di far fronte alle nuove pandemie dell’Antropocene, è necessario rifinanziarli radicalmente. Per fare questo bisogna far pagare gli azionisti e annullare il debito dei paesi del sud. Quarantasei paesi consacrano più denaro al pagamento degli interessi del debito che alle cure sanitarie. L’annullamento del debito è una condizione sine qua non della lotta contro le pandemie.

E poi vi è anche il cambiamento climatico in quanto tale. Sappiamo che lo scioglimento del permafrost libererà verosimilmente dei virus o batteri ancestrali che si diffonderanno attraverso i lavoratori che operano nelle miniere di queste regioni. Anche per questo è fondamentale rispettare l’obiettivo fissato a Parigi di 1,5 °C di riscaldamento massimo, e quindi socializzare l’energia e la finanza.

In buona sostanza, si tratta di insistere sulla tematica del “prendersi cura” – una tematica sviluppata dalle (eco)femministe- per coniugare l’insieme degli obiettivi anticapitalisti. Si tratta di riformulare l’alternativa eco-socialista partendo da questo punto di vista, partendo da questo cambiamento fondamentale che è il fatto che il bilancio della crisi che fanno le persone le porta a dare una priorità molto più forte alla salute, al benessere, al prendersi cura e che è necessario trovare i mezzi per farlo. Si tratta di una svolta strategica fondamentale, dato che da decenni gli eco-socialisti sono confrontati a un problema: la lotta ecologista, benché sociale sul lungo termine, appare come in contraddizione con il benessere sociale a corto termine. Oggi, con questo cambiamento epocale, l’irruzione del “prendersi cura”, le due problematiche si sovrappongono, il sociale e l’ecologico coincidono: condurre una lotta sociale è anche condurre una lotta ecologica.

È questa svolta che dobbiamo cercare di cogliere e di cui bisogna vedere l’opportunità. Ha delle conseguenze immediate e bisogna iniziare da subito questa lotta, battendosi contro questo sistema e i progetti produttivistici come il 5G, lottando per ottenere che la salute sia definitivamente esclusa dal mercato e che sia rifinanziata, che l’industria farmaceutica sia confiscata, che le banche siano socializzate, e così via.

1.Membro del GIEC e co-autore dell’Atlas de l’Anthropocène, Parigi, Presses de Sciences Po, 2019.

2.“Pourquoi la crise du coronavirus est une bombe à retardement pour le climat”. Le Soir, 20 marzo 2020.

Pin It on Pinterest