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La crisi indotta dall’imprevisto sviluppo del Covid-19 ha infartato le vene della produzione di merci e, per la prima volta in modo significativo, anche quelle della riproduzione, cura, assistenza e formazione civile della persona, come la sanità e la scuola. Tutte attività nelle quali sono impegnate in prima fila le donne. Se consideriamo le professioni di cura in senso lato, dalla sanità all’istruzione, dall’assistenza alla persona alla grande distribuzione, fino ai servizi di pulizia, abbiamo due terzi dei posti di lavoro occupati da donne. Circa l’80% della forza lavoro che “scende in cattedra” nelle scuole è composta da donne, nel comparto della sanità su 605.194 addetti, il 66,5% sono donne, percentuale che sale al 77,5% tra il personale infermieristico. Nella sanità come nella scuola centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori sono impiegati nel trattamento e nella cura di milioni di persone. Lavori che non si occupano di “cose” ma di “persone”, dove la relazione emotiva, sentimentale, umana, tra “produttore” e “prodotto” è intensa, continua, quotidiana, per molti versi inseparabile. La crisi da pandemia ha investito questi comparti lavorativi e ci costringe a soffermarci sull’importanza che la riproduzione della vita riveste nel funzionamento del sistema capitalistico. Nel caso del servizio scolastico, la sua sospensione, ha avuto ripercussioni sulla vita sociale sia di quelli direttamente coinvolti, come dipendenti, sia dei lavoratori e delle lavoratrici con prole in età scolare.

Dimensioni del servizio scolastico

La scuola è un classico esempio di fenomeno noto ma poco conosciuto, oggetto di scarsa, per non dire peggio, considerazione, tant’è che da almeno un ventennio tutti i governi di varia sfumatura, hanno infierito con tagli di spesa aggiudicando al nostro Paese il merito di avere, tra quelli europei, una delle più basse percentuali di PIL investite nel settore educativo. È sconfortante dover constatare che solo il timor pandemico abbia contribuito a scuotere l’opinione pubblica dal paludato senso comune e far sì che si accorgesse del ruolo della scuola e del lavoro svolto dai dipendenti.

Il Covid-19 ha stanato una situazione che ha dimensioni rilevantissime e che val la pena ricordare, perché è dai numeri che si comincia a discutere, non dalle opinioni. Quelli che usufruiscono del servizio educativo sono attualmente 8.466.054, di cui circa 800 mila frequentano gli istituti privati-paritari per un totale complessivo di 370.611 classi, distribuite in 40.749 sedi scolastiche. 1.721.790 “utenti” sono iscritti all’Università. 1.294.890 ragazzi e ragazze frequentano un indirizzo liceale, 827.990 un indirizzo tecnico, 512.702 un indirizzo professionale. Gli alunni e le alunne con cittadinanza non italiana nelle scuole statali sono 789.066, circa il 10% del totale, quelli con disabilità 245.723. A questi milioni di utenti si aggiungono altre centinaia di migliaia di frequentanti saltuari degli edifici scolastici in quanto genitori coinvolti nel processo educativo e formativo dei loro figli e figlie.

Gli insegnanti attualmente in carica sono 835.489, di cui più di 170 mila precari, cioè docenti non di ruolo; la loro età media supera di qualche punto i cinquant’anni, una delle più alte d’Europa. Poi ci sono i collaboratori scolastici (personale amministrativo, tecnico e ausiliario) per un totale di più di duecentomila lavoratori e lavoratrici. Tra docenti e non, l’università conteggia 124.800 dipendenti, di cui un 54,4% dedito ad attività di didattica e di ricerca mentre la quota rimanente è composta prevalentemente dal personale tecnico-amministrativo e dai collaboratori linguistici.

Quanto guadagnano e quanto lavorano

Gli stipendi lordi degli insegnanti variano per grado di scuola e anzianità di servizio. Si va dal minimo di inizio carriera al massimo retributivo che si raggiunge dopo 35 anni di servizio così ripartito: da 19.996 euro a 27.292 nella scuola primaria; da 21.693 a 32.444 euro per la scuola media; da 21.693 a 34.052 per quella superiore. In Europa ci sono Stati dove la retribuzione del personale docente è particolarmente elevata (come nel caso della Germania e della Finlandia) e altri dove invece è più bassa, come appunto in Italia.

Se si contano tutti i numeri, rinunciando alla vulgata che considera solo l’orario di lezione frontale (25 ore settimanali per i docenti delle scuole d’infanzia, 24 per la primaria e 18 per la secondaria), approssimativamente si calcola che l’orario di “servizio” (così di dice) dei dipendenti della scuola sia di almeno 36 ore settimanali. Al tempo speso nella produzione delle lezioni in classe occorre infatti aggiungere altre prestazioni lavorative, in parte quantificate dal contratto nazionale di lavoro e in parte no, definite di programmazione, progettazione, ricerca, valutazione, documentazione, aggiornamento, formazione, preparazione delle lezioni e delle verifiche e loro correzione (molti di questi lavori sono svolti a casa, mancando la scuola di spazi appropriati), rapporti con le famiglie, partecipazione al Collegio docenti e sue articolazioni in commissioni e dipartimenti. Altre ore sono dovute ai consigli di classe che possono variare a seconda del numero di classi assegnate, scrutini, esami, vigilanza degli alunni all’entrata a scuola, all’uscita, durante l’intervallo e la mensa. Infine ci sono le attività aggiuntive e le ore eccedenti, non obbligatorie e retribuite a parte. Fuori di ogni contratto albergano le attività legate all’accompagnamento alle gite scolastiche, gli incontri con équipe mediche o di psicologi o di assistenti sociali, per gli alunni problematici, quelli informali con familiari sempre per casi particolari. Sono tutte attività non retribuite a parte e con un orario definito unicamente sulla base della disponibilità umana del singolo docente.

Tutte queste attività lavorative sono soggette, direttamente o indirettamente, a processi di intensificazione dei ritmi lavorativi, cioè produrre di più nello stesso tempo, che si ottengono aumentando il numero di alunni per classe o anche il numero di classi assegnate. Avere trenta alunni per classe, insegnare in più classi significa intensificare il lavoro cioè, per usare un linguaggio di fabbrica, avere più “pezzi da produrre”, a scapito della qualità della relazione umana con gli alunni. È un sistema “produttivo” che portato alle estreme conseguenze ha effetti negativi sulla qualità dell’istruzione.

Malattie professionali

Studi e ricerche, nonché i dati deducibili dall’apposita commissione atta a stabilire la non idoneità all’insegnamento, raccontano che l’inidoneità è causata per quasi l’80% da patologie psichiatriche (il 70% delle quali appartengono all’area ansioso-depressiva), mentre le “disfonie” (laringiti croniche, afonia, noduli alle corde vocali) sono il 13%. Si tratta di patologie professionali raccolte nella definizione di sindrome del burnout, termine di origine anglosassone che letteralmente significa esaurimento, logoramento psicofisico ed emotivo, derivante dal contesto lavorativo. La sindrome si manifesta con demotivazione, disinteresse verso l’attività svolta, atteggiamento distaccato e apatico nei rapporti interpersonali, sentimento di frustrazione per mancata realizzazione delle proprie aspettative, perdita della capacità del controllo del proprio lavoro che può sfociare in ossessione compulsiva, per cui la professione finisce per assumere un’importanza smisurata nell’ambito della vita di relazione e l’individuo non riesce a “staccare” mentalmente. Si tratta di una condizione di sofferenza riscontrabile anche nelle professioni sanitarie e assistenziali, anch’esse caratterizzate da affaticamento psicofisico ed emotivo. Per gli insegnanti la sindrome del burnout è riconducibili a più fattori: rapporto con studenti, genitori, colleghi, classi numerose, situazione di precariato, necessità di aggiornamenti continui; cambiamenti continui di riforme e decreti che variano in misura proporzionale al numeroso alternarsi di nuovi ministri alla pubblica istruzione (sette negli ultimi otto anni); mutamenti nella comunicazione educativa (internet e informatica); l’inadeguato ruolo istituzionale attribuito e riconosciuto alla professione, la scarsa considerazione da parte dell’opinione pubblica. Demotivante risulta essere anche la pratica didattica detta delle competenze che sta proliferando come una forma virale nelle scuole, che ha stravolto quella che era l’educazione, nel senso di formazione umana, culturale, di civiltà da conseguire attraverso il processo di apprendimento critico. La logica delle competenze, il vuoto formalismo lessicale dell’“imparare a imparare”, del “conoscere come si conosce”, ecc. costituisce l’involucro leggero del mito parolaio della dottrina del capitale umano, dell’essere “imprenditori di se stessi”, del “farsi da sé” nella competizione con gli altri. Il tutto spruzzato dalla parola “resilienza” ormai di moda in ogni luogo lessicale, entrata nel gergo didattichese per significare, al contrario di resistenza, adattamento malleabilmente alla realtà così com’è.

Nel gorgo del coronavirus

La chiusura del servizio pubblico ha comportato la riconversione dei lavoratori della scuola e dei fruitori della formazione mediante le lezioni online fatte su apposite piattaforme, lavorando da casa. Nuove modalità di lavoro e di apprendimento introdotte come misure emergenziali che comportano dinamiche e problematiche nuove per insegnanti e utenti, a cominciare dai problemi tecnici dovuti alla mancanza di connessioni veloci e di strumenti quali pc e tablet. Secondo dati raccolti il 60% della popolazione è soggetta all’uso di una banda larga poco veloce e in molte zone è del tutto assente. Siamo al ventiquattresimo posto in Europa per tasso di digitalizzazione, circa un terzo delle famiglie non ha un computer o un tablet, il 24% di esse non ha accesso a internet. Così, l’improvviso passaggio al digitale dell’istruzione ha escluso circa 1,2 milioni di ragazzi e ragazze dall’insegnamento continuativo. Per far fronte a questa emergenza sono stati stanziati oltre 400 milioni di euro al fine di fornire una connessione veloce agli edifici scolastici sprovvisti, distribuire voucher alle famiglie, in base all’Isee, per l’acquisto di connessioni veloci, pc e tablet. Misure utili ma non sufficienti a colmare un gap di fruizione della didattica online che ha origine nella diseguaglianza di classe sociale e che si manifesta nella non eguale possibilità di fruire degli strumenti necessari per partecipare alla suddetta didattica. Non sarà un caso se gli utenti con maggiori difficoltà a seguire la didattica digitale vanno nell’ordine decrescente dagli istituti professionali e tecnici ai licei. In particolare, negli istituti professionali e tecnici, frequentati da circa il 50% degli studenti delle superiori, alcune lezioni a distanza non sono praticabili per docenti e allievi che devono operare su macchinari, attrezzi o in laboratori, con strumenti formativi imprescindibili in questi istituti. Di questi aspetto, spesso, non si tiene conto, come se la scuola superiore fosse solo e tutta pervasa da materie umanistiche e scientifiche, tipiche dei licei.

Riaprire a settembre, ma come!

Stante l’emergenza, alla fine in classe si dovrà tornare perché le aule sono indispensabili al processo educativo poiché s’impara anche attraverso la socializzazione e l’incontro con gli altri. Il problema principale, a questo punto, resta quello del rientro di milioni e milioni di persone nei luoghi di lavoro e della sicurezza sul lavoro dei dipendenti e degli utenti perché, è qui sta la peculiarità rispetto ad altri luoghi di lavoro, nella scuola non si mette a rischio solo la salute dei dipendenti, ma anche quella degli utenti coinvolti in processi di aggregazione promiscua in aule “satolle”, corridoi frequentatissimi, servizi igienici non sempre adeguati, punti di ristorazione scarsi e “pieni” nelle ore di punta.

Nelle classi italiane, la distanza minima di almeno un metro era già stata ampiamente riempita con l’aumento degli alunni per classe, in aule perimetrate per contenerne meno. Alle elementari, a causa del calo demografico, una classe su cinque ha meno di 15 alunni, mentre alle superiori, dove negli ultimi anni sono aumentati gli iscritti, una classe su cinque (una su quattro in Lombardia) è formata da più di 25 studenti, con punte anche oltre i trenta soprattutto nelle prime, seconde e terze degli istituti superiori delle grandi città. Sono questi i risultati della politica dei tagli di spesa e della norma, introdotta dalla “riforma” Gelmini che stabilisce, laddove la popolazione scolastica è in aumento, un minimo di 27 alunni per classe, con possibilità di arrivare fino a 33 alle superiori[1].

Le nuove misure atte a garantire la distanza di sicurezza, se attuate, comporterebbero in media non più di dieci alunni per classe. Per ottenere tale risultato, diverse classi andrebbero divise per due e altre per tre, individuando edifici dove collocarle, oppure introdurre, dove è possibile, il doppio turno: mattino e pomeriggio. Parallelamente sarebbe necessario assumere nuovi insegnanti e personale ausiliario, riformulare la rete dell’offerta scolastica decentrandola sul territorio affinchè milioni di studenti e studentesse non gravino sui servizi di trasporto pubblico, con milioni di utenti in viaggio verso i loro istituti formativi, sempre più accentrati, vere e proprie “aziende” medio grandi che in molti casi radunano mille, millecinquecento persone. Sono misure di carattere strutturale che richiederebbero un forte impegno di spesa per l’istruzione e la formazione che, allo stato attuale, non è previsto in quantità necessaria. La via scelta dagli uffici ministeriali sembra essere quella della didattica mista, un po’ a casa un po’ a scuola evitando così il problema della divisione delle classi e della moltiplicazione degli insegnanti. Difatti se si dovesse applicare la divisione delle classi, almeno per i bambini delle materne delle elementari, dando loro la possibilità di tornare a scuola tutti e in piccoli gruppi, bisognerebbe definire un aumento delle classi di una volta e mezzo e l’assunzione di migliaia e migliaia di educatori di scuola materna e di maestre elementari per una spesa di due miliardi e mezzo di euro (“Corriere della Sera” 17 maggio 2020), mentre per garantire una ripartenza sicura a settembre per le medie inferiori e superiori, tutti in presenza e non a gruppi sparsi tra scuola e online, i fondi necessari sarebbero 5 miliardi. Complessivamente si tratterebbe di investire nella scuola almeno un punto in più del PIL, avvicinando il dato alla spesa media degli altri paesi europei, altro che il miliardo e mezzo finora stanziato. I docenti e non solo, anche gli studenti, il personale ausiliario, i genitori degli alunni e delle alunne dovrebbero organizzarsi per chiedere al governo di investire denaro e risorse in tutte quelle infrastrutture che garantiscano a settembre la ripresa delle attività scolastiche in sicurezza, proprio come si pretende per le imprese.

[1] Va detto che l’attuale ministra della pubblica istruzione, Lucia Azzolina, l’anno scorso aveva depositato alla Camera una proposta di legge per fissare un limite massimo di 22 alunni per classe (20 nel caso ci fosse un disabile) per tutti i livelli scolastici. Oggi anche una classe di 20 alunni risulterebbe essere troppo numerosa stante la perimetrazione di molte aule.

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