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L’animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia forse proprio da qui. (J. Derrida)

Il sistema oppressivo e gerarchico dei poteri governativi nazionali e internazionali fondato su logiche capitaliste e neoliberiste, nonché l’asservimento alle volontà delle multinazionali e delle lobbies della finanza mondiale genera e rinnova società della crescita, dell’accaparramento perpetuo e massivo delle risorse a disposizione siano esse umane, animali o della terra che ci ospita. Il livello globale di devastazione dei territori e di oppressione sociale sono sotto gli occhi di tutti e tutte. Tuttavia, quello che si tende a vedere con minore intensità ma non meno incisivo e impattante, è la mostruosa oppressione e uccisione di tutte le altre specie animali sul pianeta, sia selvatiche che domestiche. Ogni anno nel mondo occidentale vengono macellati 60 miliardi di animali (solo quelli censiti regolarmente) per consumo alimentare, abbigliamento e altri usi. Si escludono da questo calcolo le specie ittiche selvatiche, che si aggira intorno ai 136 milioni di tonnellate (a cui bisogna aggiungere un 30% in più della pesca non ufficiale) delle quali si è ormai decretata praticamente l’estinzione a causa della pesca e dell’inquinamento. A questi dati vanno aggiunti quelli dell’acquacoltura, che solo in Cina sono 58 milioni di tonnellate.

Dalla zootecnia alla sperimentazione animale passando per delfinari, circhi, zoo, bioparchi, fattorie didattiche, sport equestri, sagre varie fino alla tutela del selvatico e alla caccia il nostro sistema controlla, alleva, sfrutta, uccide, smembra e mercifica trasformandoli in prodotti di consumo miliardi di individui senzienti ogni anno.

In un’ottica ecosocialista e marxista gli altri animali possono essere considerati a pieno titolo vittime di un sistema completamente privo di qualsiasi senso di giustizia e etica collettiva orientato alla schiavitù, alla violenza e al profitto. In un mondo dove contiamo 45 milioni di persone – di cui il 70% è donna – in stato di schiavitù, dove 150 milioni di bambini sono intrappolati nel lavoro minorile senza speranza di svago e istruzione gli altri animali non umani completano il quadro di società di dominio mai conosciute prima.

L’evidente privazione di libertà e riduzione in schiavitù degli altri animali, il loro sfruttamento e la loro uccisione ci obbligano a domandarci se non sia necessario rivedere completamente il nostro rapporto con la natura e con l’altro da sé (basti pensare alla situazione odierna legata ai migranti).

I danni causati alle altre società animali sono irreversibili, è urgente ripensare una loro liberazione dal giogo dello sfruttamento. Altresì il loro sfruttamento ha ripercussioni devastanti sul pianeta e sulle nostra salute, sia fisica che psicologica e sociale. Il 70% delle terre coltivabili a livello planetario è destinato a produrre cibo per gli animali allevati. Il 51% dei danni ecologici globali è causato dagli allevamenti (nel complesso). Le risorse idriche necessarie per abbeverare gli animali sfruttati si traducono in miliardi di tonnellate (oltre all’acqua necessaria per igienizzare gli ambienti). L’impatto sulla salute umana è ormai inconfutabile e sono accertate le correlazioni tra stili alimentari ricchi di cibi di origine animale e la maggior parte delle malattie degenerative contemporanee. La violenza che agiscono gli operatori del settore della macellazione, ha spesso delle ripercussioni fisiche, psicologiche e sociali sui lavoratori stessi. Se questi dati hanno realmente un valore mi domando come sia possibile che a livello globale non ci si interroghi minimamente, tranne negli slogan “welfaristi” e nel green washing, sulla gravità di queste pratiche di sfruttamento.

Stante questa premessa occorre iniziare seriamente a prendere in carico la questione animale, non solo per i danni collaterali di cui sopra, ma soprattutto perché se davvero ci si interroga e ci si pone in un’ottica di opposizione ad ogni forma di sfruttamento e oppressione è indispensabile rivedere radicalmente il nostro rapporto con gli individui non umani. Storicamente lo sfruttamento animale si è man mano intensificato e abbruttito, tuttavia esiste da ben prima del capitalismo, proprio come l’oppressione della donna. Ciò rende questo fenomeno ancor più complesso e difficile da comprendere oltre che da abbattere. Con il capitalismo si è infatti solo intensificato lo sfruttamento e lo si è reso qualitativamente e quantitativamente più massiccio.

I diseredati della terra iniziano ad essere troppi, se mai sia accettabile averne anche solo uno. Il “diverso” che si discosta da quella categoria umana che il capitalismo odierno riconosce come legittima è destinato a subire e soccombere. Se vogliamo una società liberata, di pace e benessere è necessario ripensare interamente il nostro sistema produttivo. Attraverso la socializzazione delle aziende e delle attività, la riconversione ecologica, la trasformazione dei luoghi di prigionia e sfruttamento in spazi sociali ecologici e solidali. Sono necessari: la riappropriazione del suolo pubblico; l’analisi e sviluppo in base alla territorialità; l’arresto del consumo di suolo; la mobilità sostenibile; servizi pubblici e fondi pubblici al servizio delle conversioni.

Gli altri animali non umani non sono né inferiori, né privi di capacità intellettive, né privi di autodeterminazione e consapevolezza. Le nuove scienze etologiche ci mostrano una nuova e realistica visione del mondo degli altri animali, dei loro sistemi sociali. Una società che intende dirsi ecosocialista deve mettere in campo tutte le risorse teoriche e politiche per promuovere la fine dello sfruttamento animale, una delle più grandi e silenti ingiustizie esistenti.

Una società egualitaria e partecipata è possibile, dove l’Altro, sia esso umano che non umano ci ricorda la fragilità dell’esistenza e al contempo la meraviglia dello scambio, della relazione e dell’empatia. L’ecosocialismo e l’antispecismo (lotta alla discriminazione e oppressione di specie) sono la risposta teorica e pratica al capitalismo, all’oppressione, allo sfruttamento per un cambiamento radicale del sistema sociale, culturale, economico e politico.

Mi piace terminare questo resoconto citando Rosa Luxembourg, che tra le prime al mondo ha colto l’inimmaginabile sofferenza degli altri animali, abbattendo in questo modo ogni barriera precostituita tra l’umano e l’altro da sé:

Durante le operazioni di scarico gli animali se ne stavano esausti, completamente in silenzio, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa e perché… gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – ma erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella dolorosa sofferenza. Quanto erano lontani, quanto erano irraggiungibili e perduti i verdi pascoli, liberi e rigogliosi, della Romania!… E qui, in questa città, ignota e abominevole, la stalla cupa, il fieno nauseante e muffito, frammisto di paglia putrida, gli uomini estranei e terribili… le percosse, il sangue che scorre giù dalla ferita aperta. Oh, mio povero bufalo, mio povero e amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi impotenti e torbidi, e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia.

(Rosa Luxembourg, Un po’ di compassione)

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