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Dobbiamo dire con piacere che le reazioni della stragrande maggioranza di coloro che ci hanno scritto in merito alla nostra richiesta di dimissioni di Bertoli e Berger sono state di segno positivo.

Naturalmente abbiamo ricevuto anche critiche. In particolare da persone assai vicine alla nomenclatura social-liberale. Ed è proprio di queste critiche che vorremmo parlare, non per giustificarci – ma perché queste obiezioni permettono di mettere in luce una logica politica che illustra abbastanza bene la degenerazione del pensiero della “sinistra” dopo decenni di collaborazione di classe e di integrazione nello stato borghese.

Una prima obiezione, scontata, è che l’MPS concentra i suoi strali sulla “sinistra”, attaccando Bertoli e non gli altri. Obiezione, come detto, scontata: che tuttavia non corrisponde ai dati di fatto. Nel corso della nostra attività di denuncia quotidiana, fin dai primi giorni della pandemia, abbiamo spesso denunciato l’azione, i ritardi, le contraddizioni del governo e, ancora di più, gli atteggiamenti del padronato.

I nomi di Vitta e Regazzi sono quelli che maggiormente sono ritornati nella nostra critica e nei nostri articoli. A Bertoli abbiamo rinfacciato (come pensiamo abbia fatto il 90% della popolazione ticinese) il ritardo con il quale si è proceduto alla chiusura della scuole e poi tutta la vicenda della riapertura (ma, anche qui, in buona compagnia, con migliaia di docenti, di famiglie, i medici, i direttori delle scuole medie, gli esperti di materia, etc. etc.).

Naturalmente i social-liberali hanno la memoria corta e, soprattutto, difendono a spada tratta i loro territori, con la solita doppia morale. Dimenticano così, come molti altri, che in circostanze simili, cioè di fronte ad una somma e una escalation di atteggiamenti non più accettabili da parte di un ministro, noi (e solo noi) già in passato abbiamo chiesto le dimissioni. Forse hanno dimenticato che, sulla vicenda Argo 1 siamo stati gli unici a chiedere le dimissioni (e a due riprese) di Paolo Beltraminelli, quando gli altri (a cominciare dai rappresentanti del PS) balbettavano frasi quali “certo che sarebbe necessario che qualcuno tirasse le conclusioni politiche da questa vicenda…”, contenti che qualcun altro le avesse chieste esplicitamente; naturalmente la casta si difende e mai (anche se lo pensano) oserebbero chiedere le dimissioni di uno dei loro!

La seconda, arrivataci da una ex-municipale socialista, ci ha ricordato che le decisioni sono state prese all’unanimità e che è una vergogna che noi critichiamo solo Bertoli e che lei, pur essendo stata per molti anni in Municipio, mai ha osato criticare le decisioni prese assieme agli altri colleghi di Municipio.

Un’obiezione che cade a fagiolo nell’attuale crisi pandemica perché illustra come alla base vi sia quell’idea (intimamente legata alla collaborazione di classe) che “siamo tutti nella stessa barca” e che debba quindi prevalere lo spirito di collaborazione, senza critiche, senza distinguo; e che, ancora di più, sarà importante essere uniti per la “ripartenza” del paese nel dopo pandemia.

Fare quello che abbiamo fatto noi sistematicamente, giorno per giorno (denunciare Regazzi che mandava i suoi dipendenti sui cantieri, rendere pubblica la mancanza di sicurezza sul cantiere Alp-Transit, criticare il fatto che il Municipio di Bellinzona obbligasse i dipendenti a scontare una settimana di vacanza, denunciare la strage di anziani compiuta alla casa di Sementina, mettere in luce l’orrenda politica delle agenzie interinali che hanno lasciato a casa l’80% dei propri dipendenti, i licenziamenti alla Mikron, etc.) tutto questo, secondo questa visione, sarebbe “strumentalizzazione politica”. Ed è sintomatico di un certo modo di pensare: la politica “buona”, quella che “non strumentalizza”, sarebbe solo quella fondata sulla concordanza governativa.

Insistiamo: non ci sono interessi comuni, il virus e la pandemia hanno da subito mostrato la loro dimensione di classe, andando a colpire assai diversamente, dal punto di vista delle conseguenze sociali, le classi subalterne rispetto alle classi dominanti. E allora è evidente che chi ha la pretesa di rappresentare le classi subalterne avrebbe dovuto adottare, su tutti i punti di vista, un atteggiamento diverso da chi difende invece gli interessi delle classi dominanti. Anche su questo punto la memoria sembra fare difetto: ma basterebbe andare a rivedere la prima conferenza stampa del governo ticinese, nella quale Vitta dichiarava solennemente che il governo non avrebbe lasciato soli gli imprenditori ticinesi, per rendersi conto di quale sia stato, fin dall’inizio l’orientamento difeso.

E che dire delle misure sciagurate annunciate in questi giorni dal governo federale (a cominciare dalla riapertura di bar e ristoranti) per bocca dei due ministri “socialisti”, Berset e Sommaruga? Dai membri “socialisti” di un governo ci si aspetterebbe un atteggiamento diverso, che sposasse una logica diversa da quella di Maurer e Parmalin

Certo, un partito è libero di scegliere questo orientamento, pensando che sia politicamente più redditizio per la difesa degli interessi ai quali esso si richiama; ma non può certo contestare il diritto di altri di avere una visione diversa e di contestare la politica dominante lanciando l’accusa di “strumentalizzare”.

Una terza obiezione che ci è stata mossa è politicamente ancora più grave. Un paio di persone ci hanno accusati, per questa nostra severa critica alla conduzione del DECS e per la richiesta di dimissioni, di avere un “atteggiamento leghista”.

Qui il danno, dal punto di vista politico, è veramente devastante, soprattutto se coloro che muovono tali giudizi hanno la pretesa di situarsi “a sinistra”.

Una forza politica svolge da anni una critica precisa, documentata, al modo in cui un ministro (e il suo maggiore collaboratore), dirigono la scuola ticinese. E coglie, oltre che una politica non condivisibile dal punto di vista delle proposte, anche un crescendo di insofferenza e autoritarismo nella conduzione della scuola, in particolare verso i docenti (e anche dei quadri inferiori del dipartimento: direttori, ispettori, esperti di materia, etc.). Ed eccoci nel bel mezzo di in una crisi pandemica nella quale queste scelte e questi atteggiamenti si ampliano, subiscono ulteriori critiche (che il Dipartimento ignora), tirando dritto per la sua strada. Ebbene, non è lecito pensare che questa forza politica, non in nome di chissà quali principi “socialisti” ma solo appellandosi a quelli di una semplice democrazia liberale, sia legittimata a chiedere le dimissioni di questo ministro e del suo maggiore collaboratore?

I danni di decenni di collaborazione di classe, dell’eclissi di una opposizione di fondo alle politiche dominanti, la pervasività di una logica governista, tutto questo ha portato a considerare “leghismo” qualsiasi forma di opposizione radicale all’ordine costituito, al governo o alle politiche condotte dai suoi rappresentanti.

Con l’aggravante, sia detto di passata, che la Lega non si è mai sognata di chiedere le dimissioni di nessuno perché cosciente di far parte della stessa casta.

Che dire? Tutto questo conferma, ancora una volta, quanto ormai il termine “sinistra” appaia equivoco e privo di valenza politica e strategica, a meno di limitarsi a considerare questa parola come contenitori di generici idee di libertà e giustizia sociale. Ma, altre famiglie politiche, pensiamo a quella di ispirazione cristiana si identificano con questi valori. È invece sparita l’idea, proprio guardando a queste considerazioni che abbiamo richiamato, di un’equazione tra sinistra e prospettiva anticapitalista, tra sinistra e prospettiva di un’organizzazione politica e sociale radicalmente diversa.

Prospettiva che abbiamo definito eco-socialista e della quale abbiamo drammaticamente bisogno di fronte alla crisi distruttiva, da tutti i punti di vista, del capitalismo realmente esistente.

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