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Non abbiate paura: non vogliamo rilanciare la questione dei telefonini dei Consiglieri di Stato, vicenda nella quale, in verità, l’unico ad essere uscito con un minimo di dignità era stato proprio Bertoli che, come si ricorderà, aveva almeno avuto il buon senso di rinunciare all’abbonamento pagato appena emersa l’illegalità di quanto avveniva.

No, parliamo qui delle decine e decine di telefonate che il consigliere di Stato ha fatto in questi frenetici giorni che hanno preceduto la riapertura delle scuole. Ci si potrebbe chiedere: e tu come lo sai? Avete già messo in atto un tracing-MPS per controllare i movimenti telefonici del capo del DECS?

Nulla di tutto questo; anche coloro che facessero obiezioni come quelle qui sopra riportate sanno benissimo che in un cantone come il nostro, piccolo e “appiccicaticcio”, è facile sapere le cose, semplicemente discorrendo con le persone (cosa possibile, tenendo le dovute distanze, anche in tempo di pandemia…). Nel mondo della scuola poi i docenti si parlano, comunicano, si scrivono e alla fine è assai facile sapere come sono andate le cose. Anche se poi, nell’ufficialità, spesso le versioni accreditate sono diverse; quello che “passa” è tutt’altro, per il bene e la pace di tutti, in particolare di chi ci governa che, alla fine, riesce a controllare la comunicazione.

Bertoli (facciamo il suo nome perché è il capo del DECS e, seppur molti degli interventi ai quali alludiamo siano stati fatti “pirsonalmente di pirsona” da lui, è evidente che ha potuto contare sull’azione dei suoi collaboratori più stretti a cominciare da Emanuele Berger) si è distinto per queste telefonate il cui carattere aggressivo, al quale ormai il personaggio ci ha abituati, non è più nemmeno da dimostrare. Telefonate nelle quali ha fatto valere la sua carica, il suo peso politico e la sua capacità di nuocere nei confronti di coloro che queste telefonate le hanno ricevute.

Ma, esattamente, con chi se l’è presa, a chi ha telefonato?

Le prime vittime di questa sua azione a tappeto sono stati i direttori delle Scuole Medie. I quali, seppur espressa in forme “costruttive” e moderate, avevano in maggioranza dichiarato la loro contrarietà ai progetti di riapertura disegnati dalla direzione del DECS.

Qui naturalmente le pressioni hanno avuto un obiettivo preciso: sfaldare il fronte che si era creato attorno a questo documento (che, come detto, aveva visto in un primo tempo una maggioranza di direttori dare il proprio appoggio), facendo pressione sui singoli direttori, richiamandoli all’ordine, rinfacciando loro sicuramente qualcosa e minacciando per il futuro. E siccome tutti, o quasi, tengono famiglia…

Il risultato di questa operazione lo si è visto quasi subito, quando, una volta riusciti con fatica ad ottenere un colloquio con la direzione del DECS per esporre il loro punto di vista, non solo hanno ripreso a marciare come soldatini, ma non hanno nemmeno osato rendere pubblico il loro documento, malgrado non avessero sostanzialmente ottenuto nulla di quanto chiedevano.

Finito con i direttori è stata la volta dei giornalisti. Sono numerose le telefonate del DECS sia ai giornalisti (che si dimostrano molto collaborativi), sia a coloro – docenti, direttori – che i giornalisti vorrebbero far parlare, magari in contraddittorio, con esponenti della direzione del DECS, a cominciare dal suo direttore.

Nulla di nuovo su questo fronte. È da tempo ormai che assistiamo sistematicamente ad un lavoro di censura nei confronti di chi esprime punti di vista diversi da quelli della direzione del dipartimento. Già in passato abbiamo visto trasmissioni televisive di vario genere nelle quali i giornalisti non avevano potuto contare, non solo per i dibattiti ma anche per i loro servizi filmati, su docenti direttamente impegnati nelle questioni delle quali si parlava: per la semplice ragione che esprimevano punti di vista diversi e il DECS aveva posto un veto (tutti ricordano, ad esempio, un relativamente recente servizio di Falò sul tema dei telefonini a scuola).

Così, per diversi giorni (modem, il quotidiano, radiogiornali, etc.), passano solo o quasi punti di vista ufficiali o semi-ufficiali, con la presenza di voci critiche limitate a chi ormai non “rischia nulla” (docenti in pensione o sul punto di esserlo, etc.). Qualche giornalista scrupoloso si sente in dovere di far sapere comunque al pubblico che, purtroppo e per volontà del DECS, non è stato possibile avere la controparte (un direttore di Scuola media, un docente). Anche in questo caso, come in molti altri, il direttore del DECS non si fa pregare a esternare verso i giornalisti il proprio malumore: si vorrebbe non solo che chi non è d’accordo non partecipasse ai dibattiti, ma che non si menzionasse il fatto che non hanno potuto partecipare perché il DECS non li ha autorizzati. Pratica questa, applicata non solo ai funzionari dirigenti, ma anche a singoli insegnanti… Non stiamo svelando segreti o confidenze strappate qua e là: tutto il mondo dell’informazione conosce questi fatti (e, forse, darebbe un contributo alla democrazia, denunciandoli apertamente…).

Infine, nuova serie di telefonate. Questa volta l’obiettivo sono i collegi dei docenti della scuola media che hanno aderito ad un documento, ancora una volta assai collaborativo e moderato, ma che segnala come di difficile applicazione il progetto di rientro a scuola (22 collegi su 36 sedi di Sme, quindi una maggioranza) e le difficoltà di essere ascoltati dallo stesso DECS. Bertoli risponde ripetendo gli argomenti del DECS, sostenendo che non è possibile fare altro (e quindi non entrando nel merito delle critiche del documento).

Anche qui inizia il lavoro telefonico di pressing presso quei presidenti di collegio e quelle sedi nelle quali è possibile spingere per una marcia indietro, in particolare per evitare che il documento diventi di pubblico dominio. E, ancora un volta, il lavoro dà i suoi risultati e l’operazione è pronta: in meno di 24 ore i presidenti dei collegi dei docenti vengono convocati (presentando poi questa modalità come un ulteriore passo nel “coinvolgimento” dei docenti e dei loro “rappresentanti”) e ridotti a più miti consigli, senza che in realtà nessuna delle loro richieste venga accolta. Solo una vaga promessa che questo organismo (i presidenti dei collegi) verrà “integrato” tra gli organismi di “rappresentanza” dei docenti. Tutto questo, naturalmente, senza che i collegi si possano esprimere.

Quanto abbiamo descritto è noto ad alcune migliaia di persone, cioè tutti quei docenti, direttori, esperti del settore medio che, in un modo o nell’altro, sono stati coinvolti nelle discussioni sulle modalità di riapertura della scuola.

E tutto questo non ha nulla a che fare direttamente con la riapertura in quanto tale (che, in forme diverse, non veniva contestata da nessuno: il dibattito fin dall’inizio si è orientato sulle modalità); tema sul quale, come abbiamo detto, posizioni diverse possono essere legittime.

Tutto questo ha invece a che fare con la possibilità che queste posizioni si possano confrontare pubblicamente, che ad ognuno venga riconosciuta la buona fede, che ogni posizione possa essere difesa senza aver paura di ricevere la telefonata dipartimentale che certo non ti annuncia sanzioni immediate, ma ti fa capire che per te le cose in futuro non si mettono molto bene…Un clima da tempo ormai invivibile!

I dibattiti sulla scuola, per quanto difficili, non possono essere “cosa nostra”, non “possiamo dirci le cose solo tra noi”, come se il resto della società non esistesse, come se non esistessero le famiglie e tutti coloro che a questa fondamentale istituzione guardano con interesse.

Queste vicende che abbiamo raccontato qui brevemente e in modo generico (ma potrebbero benissimo essere fatti nomi, indicate circostanze, etc.) testimoniano proprio di un metodo di conduzione e di gestione della scuola antidemocratico, autoritario, arrogante e irrispettoso; ed anche un po’ omertoso, se ci è concesso il termine.

È partendo dalla critica di questo modo di condurre la scuola, ormai affermatosi da qualche anno e che ha conosciuto l’apice proprio in questa discussione sull’apertura della scuola che abbiamo avanzato la nostra richiesta di dimissioni di Bertoli e Berger. Una richiesta che le pratiche qui raccontate non fanno che legittimare.

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