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Alla triste biografia dello stilista Philipp Plein, portato in Ticino dalle politiche di massicci gravi fiscali concessi alle imprese e dalla presenza di forza-lavoro qualificata pagata meno dei saldi di fine stagione, si aggiunge un nuovo capitolo. Dopo aver allegramente spremuto la mammella del lavoro ridotto durante la crisi del covid-19, questo sfruttatore alla moda ha deciso di ridurre pesantemente i dipendenti impiegati in Ticino. Le cifre non sono state precisate, ma i tagli si aggirano tra il 27 e il 46%. Cifre comunque impressionanti, tanto più che, secondo quanto riportato dai media, alcuni licenziamenti sarebbero avvenuti appena ottenuto il lavoro ridotto[1]. Evidentemente una pratica illegale. Il lavoro ridotto serve a evitare i licenziamenti e non può essere concesso a quei lavoratori e a quelle lavoratrici che si trovano, perché licenziati e licenziate, in periodo di disdetta. In questo caso, Philipp Plein avrebbe dovuto pagare di tasca sua, e al 100%, i salari del personale licenziato.

Il grande e moderno imprenditore ha pure infranto il Codice delle obbligazioni visto che la scelta di scaricare i suoi dipendenti costituisce indiscutibilmente un licenziamento collettivo[2]. Questo atto presuppone una procedura codificata: il datore di lavoro deve interpellare preventivamente la rappresentanza dei lavoratori o, in mancanza, i lavoratori stessi. Il padrone deve dare almeno la possibilità di proporre proposte per evitare o ridurre i licenziamenti e per attenuarne le conseguenze. Infine, deve fornire alla rappresentanza dei lavoratori o ai lavoratori stessi tutte le informazioni utili e comunicare obbligatoriamente per iscritto: i motivi del licenziamento collettivo, il numero dei lavoratori che dovranno essere licenziati, il numero dei lavoratori abitualmente occupai, il periodo durante il quale si effettueranno i licenziamenti. Il tutto deve anche essere comunicato all’ufficio cantonale del lavoro. Naturalmente Philipp Plein non ha fatto nulla di tutto ciò, per lui le leggi non esistono, né oggi, né ieri.

Da quando il suo gruppo si è istallato sulle rive del Ceresio, l’imprenditore bavarese ha infranto il codice delle Obbligazioni e la Legge sul lavoro. Al personale impone tempi di lavoro allucinanti, spesso superiori alle 12 ore. Il tempo di lavoro è regolato delle esigenze di Philipp Plein, non dalla legge. Lo stilista ha un disturbo manifesto nella percezione della differenza fra il giorno e la notte: spesso il suo personale è obbligato a lavorare di notte, senza autorizzazioni e senza compensazioni. Per non parlare poi delle diverse testimonianze raccolte dai sindacati secondo le quali lo schiavista bavarese con dimora a Lugano costringeva i dipendenti a seguirlo nella sua casa di Cannes, dove lavoravano 7 giorni su 7, dettando lui i ritmi e le pause. Anche in questo frangente, nessun compenso in tempo libero e in maggiorazioni salariali… E il tutto per salari che spesso non superano i 3’300 lordi mensili nel reparto design. E nei contratti figura a chiare lettere che questi mensili sono comprensivi anche degli straordinari! Quindi salari a forfait. Naturalmente, il personale non dispone neppure dell’assicurazione perdita di guadagno…

Il ritratto è senza appello: Philipp Plein è uno sfruttatore moderno della peggior specie ed ha piena coscienza di esserlo, come affermato alla rivista tedesca Stern: «Ich kann machen was ich will und kann nicht gefeuert werden» (“Posso fare quello che voglio e non posso essere licenziato”)[3]. Naturalmente questa massima vale solo per la sua magnifica persona…

Philipp Plein ha potuto fare quello che ha voluto anche grazie alla condiscendenza melliflua delle autorità pubbliche e politiche ticinesi. Come dimenticare il sindaco di Lugano, Marco Borradori, accorso in aiuto all’imprenditore bavarese (quando era stato pizzicato a lavorare in piena notte e senza permesso dall’Ispettorato del Lavoro) gettando acqua sul fuoco con l’obiettivo di permettere allo stilista di continuare imperterrito nella sua conduzione aziendale al di sopra delle leggi? E le affermazioni all’acqua di rose di Stefano Rizzi, direttore della Divisione dell’Economia, nonché responsabile dell’Ufficio dell’ispettorato del lavoro, con le quali si limitava a dire che un’inchiesta è in corso e che comunque, per evitare il problema legale, basta chiedere delle deroghe[4]? Esempi di come indirettamente le autorità pubbliche e politiche di questo Cantone non hanno voluto mettere i bastoni fra le ruote di Philipp Plein. E se ne capisce bene la ragione. Il cantone ha fortemente scommesso, anche finanziariamente, sullo sviluppo del settore Moda quale fantastico e prioritario canale di rilancio dell’economia ticinese. Uno sviluppo basato essenzialmente su due vettori: sgravi fiscali e possibilità di usufruire di forza-lavoro a basso costo, in un contesto di diritto del lavoro strutturalmente deficitario e indebolito ulteriormente dalla palese mancanza di volontà di perseguire i padroni che infrangono i disposti legali e contrattuali. Perciò le autorità pubbliche e politiche di questo Cantone hanno eretto un vero muro di gomma attorno al settore della moda (ma non solo), permettendo di fatto piena libertà d’azioni alle imprese e ai loro proprietari.

La grave vicenda del licenziamento collettivo operato da Philipp Plein deve però fare riflettere su un altro aspetto di fondamentale importanza. Lo stilista ha agito applicando quanto fatto da altri in tempi molto recenti. Infatti, non vediamo nessuna differenza fra il comportamento di Philipp Plein e quello del Consiglio di Stato e del Municipio di Lugano, proprietari della società LASA, quando, lo scorso 10 febbraio, è stato annunciato il licenziamento collettivo di tutti i dipendenti della società che appunto gestisce lo scalo aeroportuale di Lugano-Agno, senza rispettare gli obblighi legali imposti dal Codice delle obbligazioni, infrangendo di conseguenza la legge. Abbiamo segnalato il problema in una nostra interpellanza[5] depositata lo scorso mese di marzo, ponendo precise domande, le quali attendono ancora risposta. L’attenta lettura di questo atto fa capire come la stessa condotta sia stata usata da Philipp Plein, il quale oggi – giustamente – è al centro di una forte polemica. Non dimentichiamoci però che l’esempio viene dall’alto e, più precisamente, dal Governo cantonale e dal Municipio della più importante città del Ticino… Non ci sembra di sbagliare se affermiamo che in questo cantone si sta affermando una moda molto pericolosa, ovvero che il rispetto delle leggi è un fatto marginale davanti agli interessi imprenditoriali. E se questa moda è benedetta dalle autorità pubbliche e politiche, il passo dalla moda kitsch di Philipp Plein e alla moda della legge della giungla sembra essere l’asse l’unico asse di sviluppo di sicuro di questo Cantone…

[1] https://www.ticinolibero.ch/attualita/economia/1442894/l-ocst-segnala-plein-le-sue-parole-sono-come-dire-che-e-immorale-curare-una-persona-gravemente-malata

[2] «Per licenziamento collettivo si intendono le disdette date in un’azienda dal datore di lavoro (…) se il numero dei licenziamenti effettuati è: 1. Almeno pari a 10 negli stabilimenti che occupano abitualmente più di 20 e meno di 100 lavoratori; 2. Almeno pari al 10 per cento del numero dei lavoratori negli stabilimenti che occupano abitualmente almeno 100 e meno di 300 lavoratori», Codice delle Obbligazioni, art. 335d.

[3] https://www.stern.de/lifestyle/leute/philipp-plein—ich-hatte-nur-einen-traum—ich-wollte-reich-sein–7862142.html

[4] https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/La-moda-non-fa-la-legge-10300499.html

[5] Annuncio licenziamenti “preventivi” aeroporto Lugano: una vera e cinica “porcata” fatta in dispregio delle più elementari disposizioni legali!

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