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Insieme al mito dei provocatori esterni, l’altra grande arma retorica contro le ribellioni è che finiscano per portare consenso alle destre. Ma molte ricerche dimostrano il contrario: in passato le sommosse hanno prodotto effetti positivi concreti

Il liberal statunitensi hanno un rapporto evidentemente contraddittorio con le proteste dei neri. Da un lato si immaginano come i migliori amici (nel linguaggio contemporaneo, «alleati») della causa dell’uguaglianza nera. Dall’altro, almeno dagli anni Trenta, i liberal si sono allontanati dai movimenti neri, convinti che finiscano per rafforzare i reazionari.

Con le rivolte che ora scuotono le città in tutto il paese, la scissione mentale del liberalismo statunitense viene di nuovo alla luce. Alcuni dei tentativi di mantenere l’equilibrio nel sostenere la causa ma al tempo stesso condannare le rivolte sono risultati ridicoli, come l’idea paternalistica che la distruzione di proprietà private fosse solo opera di «anarchici bianchi». Oltre a essere un rigurgito del modo in cui la polizia cerca di giustificare la repressione, questo genere di argomenti cancella le molte forme di protesta nera che non si adattano ai modelli accettati dai liberal.

Pensatori più sofisticati hanno trovato mezzi più sottili per esprimere il loro disagio verso le rivolte, sostenendo che i riot, non importa quanto giustificati, rafforzano solo i reazionari. Chi sostiene questo tipo di argomentazioni è fortunato, poiché proprio l’altra settimana è stato pubblicato un paper dello scienziato politico Omar Wasow che afferma che i disordini degli anni Sessanta spaventarono gli elettori bianchi e li portarono verso Nixon. Il documento di Wasow è un rigoroso pezzo di scienze sociali e le sue conclusioni non devono essere accolte o rigettate soltanto in base alla convenienza. È del tutto possibile che le rivolte degli anni Sessanta abbiano davvero finito per favorire la campagna legge-e-ordine di Nixon. Tuttavia, il paper ha ricevuto una notevole attenzione questa settimana da parte di quelli che cercano di estendere le sue conclusioni ben oltre le basi empiriche. Ross Douthat, autore conservatore del New York Times che spesso articola meglio le ricette liberal, lo ha usato per sostenere che ai liberal spetta «l’onere speciale di impedire e contenere» i riot allo scopo di prevenire una più ampia reazione politica.

Solo due settimane fa, i liberal condannavano l’amministrazione Trump per le sue forzature spericolate. Ma è esattamente quello che stanno facendo adesso, affermando che gli anni Sessanta hanno dimostrato che la rivolta è sempre e ovunque controproducente. L’idea che gli scontri possano avere effetti diversi in momenti differenti è una complessità che preferiscono non contemplare.

Prendi le prime rivolte di Black Lives Matter (Bkm) nel 2014–15, incentrate su Ferguson, Missouri e Baltimora, Maryland. Per Douthat, queste rivolte hanno stroncato l’entusiasmo conservatore per la riforma carceraria e lanciato Trump. Ma ci sono poche prove per questo argomento. I rilevamenti sull’opinione pubblica suggeriscono che episodi come quelli abbiano contribuito a diffondere idee più progressiste sulla questione razziale. Nell’ultimo decennio, il Pew Research Center ha fatto dei sondaggi per chiedere se secondo gli intervistati il paese avesse fatto abbastanza per garantire l’uguaglianza tra bianchi e neri o se si dovesse fare di più. Basta dare uno sguardo ai risultati per notare l’evidente l’impatto di Black Lives Matter.

Se si guarda alla popolazione nel suo insieme, dal 2014 al 2015 la percentuale di persone che afferma che il paese deve ancora cambiare per garantire la parità di diritti ha conosciuto un enorme balzo in avanti. La dimensione del salto diminuisce soltanto di poco se si analizzano solo i dati relativi agli americani bianchi. Anche tra i repubblicani, c’è un chiaro aumento nella convinzione che siano necessarie ulteriori azioni a favore dell’uguaglianza razziale (tra gli agenti di polizia, al contrario, oltre l’80% ritiene che non siano necessari ulteriori cambiamenti). Altre ricerche accademiche hanno dimostrato questo impatto in modo più rigoroso.

Nella recente storia dei riot, Ferguson e Baltimora non sono eccezioni. Ci sono molte prove che le rivolte abbiano portato un cambiamento progressivo. Un articolo recente ha esaminato le conseguenze della rivolta di Rodney King e ha scoperto che a Los Angeles i riot hanno favorito la mobilitazione degli elettori per i democratici e il sostegno alle scuole pubbliche. Nel Regno Unito, nel 1990 scoppiarono rivolte quando Margaret Thatcher cercò di imporre una tassa sui servizi locali straordinariamente regressiva. Sebbene l’establishment del Partito laburista avesse condannato le rivolte come opera di «anarchici», nacque una campagna per difendere coloro che erano stati denunciati durante i disordini e che facevano parte del movimento generale per resistere alle tasse. Questo lavoro dal basso ha messo in crisi il Partito conservatore, ha prodotto le dimissioni di Thatcher e l’abrogazione della tassa sui servizi.

Anche il caso degli anni Sessanta è più complicato di quanto sostenga la storia liberal a proposito degli elettori bianchi spaventati di Nixon. Per prima cosa, ci sono prove concrete che i disordini abbiano costretto il governo ad aumentare i finanziamenti a favore delle città svantaggiate in cui erano scoppiati riot. Un saggio controcorrente di James W. Button del 1978, Black Violence, ha documentato i modi in cui le rivolte hanno costretto i politici a prestare attenzione agli effetti delle loro scelte sui poveri delle città, un settore che in precedenza avevano allegramente trascurato. In un momento in cui molti scienziati sociali consideravano persino i movimenti di protesta una sorta di psicosi di massa, Button mostrò che le rivolte erano una risposta razionale da parte di quelli che venivano dimenticati.

Ricerche successive hanno dimostrato come dai riot derivasse l’aumento dei fondi per il welfare, anche nelle aree in cui il razzismo bianco era più forte. In altre parole, anche se le rivolte avessero spinto l’opinione pubblica bianca su posizioni conservatrici, hanno comunque apportato importanti benefici alle aree in cui si sono verificati.

Sebbene gli effetti politici delle rivolte siano più complicati di quanto concepito dalla morale liberal, queste non hanno nulla a che fare con essa. Dopotutto, quali che siano i loro effetti politici, le rivolte nelle città statunitensi si verificano con una certa regolarità. Quando le persone vengono espropriate, quando la possibilità di controllare le loro vite è visibile ogni giorno nei video in cui vengono uccisi dagli agenti dello stato e quando il sistema politico ignora completamente la loro situazione, prima o poi tenteranno di portare i loro problemi alla ribalta nazionale con qualunque mezzo necessario.

In un video piacevolmente schietto e sincero, la cantante rap Cardi B ha detto: «Vedere la gente saccheggiare e arrabbiarsi, sai, mi fa stare bene. Finalmente questi stronzi ci ascolteranno». E sebbene in momenti come questi ai liberal piaccia molto elogiare il valore dell’ascolto, hanno dimostrato chiaramente che preferirebbero non ascoltare.

*Paul Heideman è ricercatore in studi americani presso la Rutgers University, Newark.  Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Giuliano Santoro.

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