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Quest’estate o vado al mare o in montagna o forse resto a casa…si potrebbero riassumere così i tre scenari ventilati dal DECS (Dipartimento dell’Educazione, della Cultura e dello Sport) per la riapertura delle scuole a settembre…come dire una chiarezza estrema.

Ora sappiamo bene che fare progetti e previsioni in questo periodo è piuttosto complesso, ma in alcuni casi occorrerebbe un minimo di lungimiranza e, magari, anche un po’ di coraggio. Alcuni paesi, non molto distanti da noi (pensiamo alla Spagna), hanno deciso di investire molti soldi nella scuola per garantire una frequenza in presenza pur nel rispetto delle norme sanitarie: quindi creazione di più spazi, classi più piccole, assunzione di insegnanti e via dicendo. Una politica che, anche in una situazione di non emergenza sanitaria, farebbe un gran bene alla nostra scuola. Sappiamo bene (e i docenti delle elementari che in questo mese l’hanno sperimentato in una situazione un po’ particolare potrebbero confermarlo) che con classi meno numerose si lavora e si impara meglio. Questa crisi sanitaria avrebbe quindi permesso di fare un passo avanti in questa direzione. Certo ci vogliono soldi e tempo, ma la scuola li merita tutti.

Non contento il Dipartimento ha già deciso che quello che è successo in questi mesi è stato tutto bello e ben gestito “con qualche ombra” (non si sa quale), ma tutto sommato è “andato tutto bene”. Sembra essere anche questo, secondo Berger, l’esito del questionario somministrato alle famiglie che, “numerose”, hanno risposto all’inchiesta. Ci chiediamo però sulla base di quali dati il capo divisione possa fare queste affermazioni: la raccolta dati è appena conclusa e già si sanno i risultati?

Tutto bene anche con la “scuola ibrida” che si sarebbe dimostrata, sempre secondo il capo del DECS, una scelta corretta. Anche qui ci chiediamo sulla base di quali valutazioni e quali discussioni si arrivi a queste conclusioni. Noi eravamo tra coloro che, per ragioni sanitarie, avevano criticato questa decisione; non abbiamo difficoltà a riconoscere che non ci sono stati, per fortuna, problemi a livello sanitario e che, in qualche modo, il rientro a scuola ha permesso ai ragazzi di rivedersi e di stare insieme. Ma da qui a dire che tutto sia andato bene il passo è lungo. Soprattutto per le scuole medie il modello proposto ha probabilmente creato più problemi di quelli che ha risolto, ha generato grandi differenze tra le sedi e ha reso difficile anche per i ragazzi l’organizzazione del loro tempo. Insomma, difficile in questo momento fare una valutazione complessiva di questa esperienza; ma archiviarla perentoriamente come esperienza positiva ci sembra riduttivo e controproducente.

Non contento, poi, il capo del Dipartimento non ha risparmiato critiche anche severe a chi aveva comunque messo in evidenza alcuni rischi legati all’apertura. Rischi che in quel momento erano anche reali e realistici tacciando costoro di “catastrofismo”, e mostrando una mancanza di sensibilità nei confronti di chi (i docenti e le docenti in particolare) è rientrata a scuola in un momento ancora di incertezza affrontando comunque un certo grado di rischio.

Non dobbiamo poi dimenticare che nel corso dei mesi appena trascorsi, per giustificare le scelte del Dipartimento, in particolare quella di riaprire, abbiamo sentito molte critiche (anche dai vertici del Dipartimento) sulla scuola a distanza; ora questa esperienza viene valutata tutto sommato positivamente soprattutto perché tutti i ragazzi hanno avuto accesso ad un PC e si è fatto un grande investimento in tecnologie.

Nessuna riflessione però sulla didattica a distanza, su cosa e come si può eventualmente insegnare a distanza e, soprattutto, su come si possa o si debba valutare a distanza. Tutte questioni che se, ci auguriamo di no, si dovesse di nuovo ricorrere ad un insegnamento a distanza bisognerebbe discutere e affrontare. Il problema della scuola a distanza non si risolve solo aumentando la dotazione informatica e delegando al CERD (Centro di risorse didattiche e digitali) la gestione della scuola.

Questa esperienza ha bisogno di essere analizzata e affrontata con serietà; nel caso in cui dovesse essere necessario riproporla dovrà essere gestita sicuramente meglio di come è stato fatto fin qui. Gli allievi e i docenti delle nostre scuole non posso rivivere un’esperienza come è stata quella dei mesi di marzo e aprile, e ora la scusa dell’urgenza non regge più.

Insomma per il momento a tutte queste domande nessuna risposta concreta è stata data e l’impressione è che a settembre ci si troverà nuovamente in una situazione di caos incontrollato con i tre scenari che saranno evocati e messi in pratica non si sa bene sulla base di quali considerazioni e su decisione di chi.

Non ci resta che sperare ce il virus si stufi di noi così incapaci di trovare delle strategie per affrontarlo e per “conviverci” che siano all’altezza della sua aggressività potenziale e della sua imprevedibilità.

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