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Le statue sono strumenti della memoria, attivano i meccanismi di differenziazione che preesistono al ricordo o all’oblio, producono e orientano le identità collettive. Ogni statua, quindi, ha una sua storia e racconta una storia immersa nel tempo e nello spazio in cui fu costruita. Ma come accade per tutte le storie, anche la storia delle statue può essere riscritta, quando cambiano i contesti, i tempi o quando si affacciano “nuovi” soggetti che rivendicano il diritto di scrivere la propria storia o addirittura di inventare la propria memoria. Può indignarci che Colombo diventi responsabile di tutte le nefandezze che seguirono alla “scoperta” dell’America, o che si dimentichi, nella furia distruttrice, che la comparsa di monumenti dedicati a Colombo negli Stati Uniti della fine dell’Ottocento testimonia lo sforzo della comunità italoamericana di definire la propria identità. Tuttavia si deve anche ricordare che Colombo, insieme a tanti altri più importanti protagonisti, è servito per raccontare una storia della conquista senza conquista e senza conquistati. Una storia, cioè, che ha nascosto all’ombra dei monumenti, la violenza del progetto di evangelizzazione e di inclusione cui furono sottoposte le popolazioni autoctone e che attraverso la mitizzazione di quel progetto ha prodotto nuove marginalizzazioni.
Può stupire il furore contro le statue equestri di Lee o di altri “eroi” degli Stati confederati, ma quelle statue, come molti storici americani, hanno ricordato, non sono state edificate subito dopo la sconfitta, ma agli inizi del Novecento e negli anni cinquanta con l’obiettivo di codificare i confini dell’identità collettiva, riproducendo antiche superiorità razziali nel momento in cui erano più forti le battaglie per i diritti civili.
Può indignarci che un’icona del giornalismo italiano come Montanelli sia offesa da atti vandalici o da richieste di rimozione per “leggerezze” commesse in tempi lontani (ma poi mica tanto) in colonia, ma quella statua, eretta nel 2006 e le vibranti proteste di molti intellettuali nostrani ci raccontano una storia attuale e per nulla banale, ci parlano della nostra identità e della nostra incapacità di riflettere sul nostro passato coloniale e fascista.
Non solo «l’Africa era un’altra cosa» nel 1936 quando Montanelli acquistava la “sua” ragazzina, non solo era «un’altra cosa» quando Montanelli, nel 1969, poteva rispondere con arroganza alle domande di Elvira Banotti che sovrapponeva con intelligenza questione coloniale e questione di genere, ma continua ad essere un’altra cosa quando si è ancora incapaci di ripensare criticamente la propria identità, o quando diviene possibile inginocchiarsi per George Floyd e non vedere quello che accade nelle baraccopoli delle nostre campagne, a poche miglia dalle nostre coste o si continuava a tollerare normative indecenti.
Non si tratta di accettare l’ipocrisia del politicamente corretto che dagli Stati Uniti è giunto in Europa, ingessando rapporti politici, relazioni di genere ed insinuandosi finanche nella ricerca scientifica e nella programmazione didattica universitaria, ma nemmeno accettare la logica del paradosso secondo la quale buttando già Lee giustificheremo la distruzione delle piramidi o di ogni simbolo della cultura schiavista.
Ascoltiamo le storie che raccontano quelle statue. Smontiamole, rimontiamole se possono servire, ma anche buttiamole se «l’idea di storia da cui provengono non sta più in piedi».

* Luigi Nuzzo, docente di Diritto Medievale e Moderno presso l’Università del Salento, post pubblicato su Facebook, 14 giugno 2020.

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