Tempo di lettura: 6 minuti

Pubblichiamo un appello nazionale comune di MPS e SolidaritéS reso pubblico proprio in questi giorni. MPS e SolidaritéS (la più importante forza politica della sinistra radicale in Svizzera romanda) hanno da qualche tempo avviato un dibattito e alcune iniziative comuni (hanno promosso la prossima conferenza eco-socialista internazionale prevista a fine giugno – inizialmente prevista in presenza a Basilea, poi dirottata in formato a distanza a causa della pandemia)

Negli ultimi giorni la Svizzera, come altri Paesi, è tornata alla “normalità“. La riapertura delle scuole dell’obbligo, dei negozi e dei mercati, dei ristoranti, dei trasporti pubblici e degli impianti sportivi: se si escludono alcuni settori marginali, c’è praticamente un ritorno alla piena attività economica, anche se i lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi guardano giustamente al futuro con grande paura.

In realtà, in gran parte del Paese le attività produttive non erano affatto cessate, continuando in particolare nell’industria, nell’edilizia e in gran parte del settore terziario. Non c’è da stupirsi. Non ci si poteva aspettare altro da un governo che è stato per decenni il paladino del neoliberismo a tutto tondo. Un Paese in cui è profondamente radicata l’idea, anche grazie ai buoni uffici della leadership del Partito socialista e dell’Unione sindacale svizzera (USS), che i meccanismi di mercato devono avere la precedenza su qualsiasi altra considerazione sociale o politica. Eppure sappiamo che il capitalismo è ben lungi dal rispondere ai problemi sociali e sanitari che dobbiamo affrontare; al contrario, ci sta portando a un’infinita regressione sociale, politica e ambientale.

La scelta del Consiglio federale e dei Cantoni è stata chiara: mantenere a tutti i costi la produzione e il commercio – soprattutto i settori orientati al mercato mondiale – nonostante le conseguenze mortifere per la popolazione. La cosa più importante era che le imprese private potessero mantenere la loro posizione nella concorrenza internazionale e ottenere nuovi vantaggi durante la “pausa” imposta dalla pandemia. Ancora una volta il Consiglio federale ha dimostrato ciò che esso è realmente: non l’interprete di una “unione nazionale” al di sopra delle parti, capace di superare le posizioni di parte, ma il fedele esecutore di una politica che corrisponde agli interessi fondamentali delle classi dominanti.

Non è un caso che la direzione in cui ci stiamo dirigendo sia quella auspicata dai circoli dominanti del padronato e della destra, che per settimane hanno ripetutamente criticato l'”eccessiva cautela” del Consiglio federale nell’attivare misure di deconfinamento. Queste critiche non hanno incontrato alcuna resistenza da parte di una “sinistra” che non ha smesso di elogiare il Consiglio federale, ad eccezione della rappresentate ginevrina di Ensemble à Gauche in Consiglio nazionale che ha lanciato un ampio appello per la sospensione di tutte le attività non urgenti e non essenziali. È deludente, ma non sorprendente, vedere il ruolo svolto dai due rappresentanti “socialisti” in governo, che hanno incarnato questa politica, con totale sostegno del loro partito.

D’altronde, le direzione delle principali organizzazioni sindacali non sono state in grado di cogliere l’occasione per mettere in discussione la politica del Consiglio federale unilateralmente favorevole al padronato; nelle ultime settimane, con poche eccezioni, esse si sono sostanzialmente allineate alle posizioni del governo, plaudendo alle misure adottate e limitandosi ad affermare che i redditi al di sotto del salario mediano devono essere difesi, senza tuttavia proporre alcuna mobilitazione concreta. Il risultato di tutto questo è che la classe lavoratrice, i lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi con un rapporto di lavoro subordinato, i pensionati, cioè la grande maggioranza della popolazione, sta “tornando alla normalità“, ancora più indebolita sul piano materiale, politico e sociale. Sul piano materiale, l’interruzione o la riduzione delle attività ha avuto un impatto significativo sulle condizioni di vita di milioni di salariati/e, in particolare delle donne, in diversi modi: durante la pandemia il 70% di loro ha lavorato nei settori più esposti. Quelle che sono rimaste a casa, oltre ad aver subito un doppio carico di lavoro, in alcuni casi sono state vittime di violenza da parte dei loro compagni. A questo si aggiungono le donne senza uno statuto legale, prive di reddito e persino di un alloggio. Sul piano politico, a causa delle misure sanitarie, i salariati e le salariate non hanno potuto far conoscere il proprio punto di vista o far valere il loro peso sociale, mentre la Confederazione e i governi cantonali hanno potuto agire in pace per costruire la loro risposta economica e politica alla crisi pandemica.

Sul piano sociale, sono le classi popolari, in particolare i lavoratori e le lavoratrici immigrati, ad essere state le più colpiti dalla pandemia.

Una crisi senza precedenti del capitalismo

La pandemia ha innescato una profonda crisi economica e sociale che da mesi covava in tutto il mondo capitalista. I segnali di allarme di questa depressione erano percepibili da anni, causati sia dalla crescente fuga di capitali verso le attività speculative, sia dal continuo calo dei redditi del mondo del lavoro. La pandemia è stata quindi un potente fattore di accelerazione e di approfondimento di uno scenario atteso.

Oggi, in Svizzera come in altri Paesi, sono le classi dirigenti, i padroni e i loro rappresentanti politici a dettare l’agenda per un “ritorno alla normalità“. Possiamo già percepire le direzioni di base che, come chiedono apertamente i datori di lavoro, si approfondiranno nei prossimi mesi: licenziamenti, tagli salariali, orari di lavoro più lunghi, aumento dei ritmi di lavoro, attacchi alle assicurazioni sociali e ai servizi pubblici. Dietro la giustificazione del “recupero” del terreno perso, c’è un’offensiva volta a razionalizzare l’apparato produttivo per renderlo ancora più competitivo: una logica legata alla volontà di migliorare le posizioni della borghesia svizzera a livello internazionale nella depressione che si annuncia, che la pandemia permette di giustificare e nascondere a buon mercato.

Sul piano politico, l’intensificazione delle politiche di austerità volte a recuperare quanto si è dovuto spendere per rispondere alle emergenze sanitarie e sociali è già stata annunciata in vari campi. Così, il discorso politico pubblico non mette mai in discussione il primato degli interessi delle imprese. In cima all’agenda politica c’è la necessità di incoraggiare la “ripartenza”, lo sviluppo delle imprese e il sostegno loro necessario, che si pongono come la chiave di volta del futuro benessere collettivo. D’altro canto, le esigenze materiali e sociali della stragrande maggioranza della popolazione non sono affatto oggetto di riflessione da parte dei partiti di governo a livello federale e cantonale.

Costruiamo un’alternativa eco-socialista, antirazzista e femminista di fronte a questa crisi!

Per rispondere a questa offensiva, è necessario che la sinistra anticapitalista sviluppi un discorso e un’azione che partano dalla necessità di costruire un’alternativa globale al capitalismo!

Innanzitutto, è indispensabile ricordare la logica distruttiva di questo sistema, che non solo mina la società umana, ma anche la vita nel suo insieme, mettendo in pericolo il futuro della nostra specie su questo pianeta. Non dimentichiamo che la pandemia che stiamo vivendo è fondamentalmente il risultato di squilibri negli ecosistemi, causati dal capitalismo globale e dalla sua sfrenata corsa al profitto privato.

Data la sua profonda logica, affermiamo l’impossibilità di “riformare” questo sistema, di renderlo “più umano“, “più sociale” o “più rispettoso” dell’ambiente. Al contrario, vogliamo che le scelte produttive siano decise democraticamente dal maggior numero di persone in modo da soddisfare i bisogni sociali fondamentali nel rispetto dei grandi equilibri ecologici, il che implica la proprietà comune dei principali mezzi di produzione, trasporto, distribuzione e credito.

La nostra speranza nei mesi a venire non può che poggiare sui movimenti che, negli ultimi anni, hanno dato forza e vita a chi lotta contro l’ingiustizia sociale e la distruzione dell’ambiente: le lotte dei salariati, soprattutto nella funzione pubblica, contro l’austerità; il movimento delle donne per l’uguaglianza; il movimento dei giovani per il clima. Attraverso la mobilitazione di milioni di persone in tutto il mondo, questi movimenti hanno posto la necessità di un cambiamento radicale del sistema; hanno riaffermato che lo sfruttamento del lavoro, l’oppressione delle donne e la distruzione del pianeta sono aspetti intimamente legati alla struttura e al funzionamento del modo di produzione capitalistico e che solo sfidando questo sistema saranno possibili cambiamenti radicali. Infine, le mobilitazioni antirazziste che si sono sviluppate in tutto il mondo e in Svizzera sfidano fortemente la disumanizzazione razzista alla base del capitalismo. Affermando che la vita dei neri conta, si oppongono non solo alla violenza della polizia, ma anche alla divisione razziale del lavoro, alla segregazione urbana, alla politica d’asilo assassina della Svizzera e al saccheggio dei Paesi del Sud del mondo da parte dell’Occidente.

L’impegno a sostenere e sviluppare le mobilitazioni di questi movimenti dovrà andare di pari passo con la stimolazione dell’auto-organizzazione dei lavoratori e l’azione di difesa delle condizioni di vita materiali e sociali delle classi subalterne di questo Paese che, come in ogni altro luogo, stanno per subire l’offensiva della classe dirigente e dei suoi governi. In questo senso, tutti i tentativi di mobilitazione nei luoghi di lavoro, di riattivare strutture sindacali atrofizzate, di creare forme di solidarietà collettiva, devono essere sostenuti e sviluppati.

È a questi compiti che gli attivisti del Movimento per il Socialismo e di SolidaritéS dedicheranno le loro energie nella prossima difficile fase che ci attende. È per agire al nostro fianco che invitiamo tutti coloro che condividono questa prospettiva anticapitalista e internazionalista ad organizzarsi con noi!

Pin It on Pinterest